La filastrocca dei mutamenti

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio

«Sto diventando acqua, come faccio?

Acqua che fugge nel suo gocciolìo!

Ci sono gocce, non ci sono io!»

Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri

Il mondo cambia, sotto i raggi miei

Tu tieniti ben stretto a ciò che eri

E poi lasciati andare a ciò che sei»

Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento

Non ebbe più paura di cambiare

E un giorno disse: «Il sale che io sento

Mi dice che sto diventando mare

E mare sia. Perché ho capito, adesso

Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”. (da “Psiche e Sogno)

ME LO DAI UN BACIO ?

Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto.
Una delle solite e molteplici consulenze della giornata… ordinaria amministrazione.
Paziente con un tumore in fase ormai terminale con insufficienza renale da compressione degli ureteri.

Arriva con il letto una paziente tra i 70 e gli 80 anni, bianca bianca, capello rosso carota con due dita di ricrescita ma smalto rosa impeccabile.

-“Buongiorno signora”.
-“Buongiorno a lei dottore”.

Vedo la cartella, la visito e ripeto l’ecografia.

-Allora signora in questo momento i suoi reni hanno difficoltá a scaricare le urine per cui non potendo eliminare le urine per via naturale devo posizionare un tubicino, una specie di rubinetto che scavalca l’ostacolo cosi farà pipí da due tubicini nella schiena collegati a due sacchette…”.
-“Scusi se la interrompo… avró un’altra sacchetta anche dietro?” (aveva la colostomia).
-“Si signora…”.

Silenzio assordante di un minuto che sembrava interminabile.

Sorridendo mi dice:”Scusi dottore come si chiama?”.
-“Deplano”.
-“No il nome”.
-“Marco”.
-“Marco che bel nome…hai due minuti per me?”.
-“Certo signora ci mancherebbe…”.
-“Lo sai che io sono già morta?”.
-“Scusi non la seguo… non è così immediato…”.
-“Si… sono morta 15 anni fa”.

Silenzio.

-“15anni fa mio figlio a 33 anni è venuto a mancare… ha avuto un infarto. Io sono morta quel giorno lo sai?”.
“Mi spiace signora…”.
-“Io dovevo morire con lui 15 anni fa, dovevo morire 10 anni fa quando mi hanno trovato la malattia e adesso io non devo più fingere per gli altri. I figli sono sistemati, i nipoti pure… io devo tornare da lui. Che senso ha vivere qualche giorno in più con sacchette, soffrendo e facendo penare i miei cari… io ho una dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla… io sono stanca e mi affido alle mani di Dio. Dimmi la verità soffriró?”.
-“No signora… lei può fare quello che vuole… ma mettendo due…”.
-“Marco ti ho detto no. La vita è mia e ho deciso cosi. Anzi… fai una cosa sospendi la trasfusione, che ho voglia di tornare a casa e mangiare un gelato con mio nipote”.

Piano piano ogni parola mi ha spogliato, come quando si tolgono i petali a una rosa.
Ho scordato la stanchezza, la rabbia e tutto quello che mi angoscia.
Non c’ erano piu gli anni di studio, le migliaia di pagine studiate, le linee guida… nulla tutto inutile.
Nudo e disarmato dinanzi a un candore e una consapevolezza della morte che mi hanno tramortito !
Mi sono girato per scrivere la consulenza per evitare che mi vedesse gli occhi lucidi e l’infermiera si è allontanata commossa.
Non sono riuscito a controllarmi e chi mi conosce sa che non è da me…

-“Marco ti sei emozionato?”.
-“Si signora, un pochino, mi scusi”.
-” É bello invece, mi fai sentire importante. Senti… fammi un altro favore. Se vengono i miei figli e ti prendono a urla, chiamami che li rimprovero per bene. Tu scrivi che io sto bene cosí…Ok?”.
-“Si signora”.
-“Marco posso chiederti una cosa?”.
-“Si signora, dica”.
-“Sei un ragazzo speciale, io lo so e sei destinato a grandi cose. Me lo dai un bacio? Come quelli che i figli danno alle mamme”.
-“Si signora”.
-“Preghero per te e per mio figlio. Spero di rivederti”.
-“Anche io signora… grazie.”.

In quel momento era la donna più bella del mondo, luminosa, decisa, mamma, nonna… in una parola amore puro.

Forse é stata la volta in cui sono stato contento di fare una figura di merda.
Smontato, denudato e coccolato da chi avrei dovuto aiutare e invece mi ha impartito la lezione di vita piu toccante della mia vita.
La morte vista come fase finale della vita, senza ansia, paura, egoismo.
Consapevolezza che anni di studio mai ti insegneranno…il mio curriculum valeva meno di zero… Anni di studio, master, corsi… Il nulla !
Parlavano le anime.
Tutto é relativo e io sono piccolo piccolo davanti a tanta grandezza.
Tutto quello che riguarda la vita, quando la si cerca, quando la si ha o la si perde fino a quando finisce va vissuto intimamente nella massima libertà e discrezione.
L’unico momento che davvero unisce chi si vuol bene,cancellando litigi e negatività.
Sembra paradossale,  ma il dolore che è un aspetto dell’amore unisce a volte più dell’amore stesso.
Io credo molto nell’accompagnamento in queste fasi: a volte… una parola dolce ha più beneficio di molte medicine.

Comunque vada buon viaggio. (M.D.)

Liberi pensieri (4) Il rifiuto ? Ha sempre fatto la storia !

E’ proprio così…..l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo », non di buon senso

LE FIABE E LA MATEMATICA

Gianni Rodari ha detto:  “Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire ad educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”

Albert Einstein ha detto: “Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe; se volete figli molto intelligenti, leggete loro molte fiabe”

Se vogliamo sono due figure così diverse l’una dall’altra…sembra che nulla possa accomunarle, ma entrambi hanno creduto nella forza attiva della fiaba nel percorso di crescita del bambino.

L’insistenza con cui i miei figli mi chiedevano, alla sera, di leggere una storia mi rafforza l’idea che Rodari e Einstein siano stati e siano tuttora con le loro idee, profondi conoscitori delle piccole menti.

I bambini ci fanno capire che hanno un bisogno estremo di immergersi nelle storie, che parte dalla semplice richiesta di attenzione, passa per la necessità e il piacere di vivere nella mente una piccola avventura, per arrivare alla soddisfazione di sentire sulla pelle il lieto fine.

E la ripetitività nel leggere più volte la stessa storia li rassicura, dà loro quella fiducia di cui hanno bisogno per affrontare la notte e il giorno. Sì, perché i protagonisti delle fiabe affrontano le difficoltà per amore o per amicizia con coraggio e a volte con un po’ di magia.

Leggere una favola non è far credere che tutte le situazioni abbiano sempre una soluzione positiva, ma è presentare la vita come una serie di difficoltà che possono essere superate attraverso strade diverse, cambiando paesaggi e comportamenti, andando a volte contro le proprie paure.

Le fiabe aiutano ad accettare l’ignoto in modo più sereno.

E credo che l’abitudine mai interrotta, fin dalla prima infanzia, all’ascolto delle fiabe contribuisca alla formazione degli “anticorpi” per la gestione della frustrazione.

Intanto perché il genitore, che racconta e si ritaglia ogni sera un quarto d’ora o più per leggere una storia, fa, ogni volta, al bambino un’iniezione di felicità e di soddisfazione, e poi perché la continuità dell’azione immerge la mente del piccolo in un’atmosfera positiva che secondo me ha la forza di scolpire in qualche modo la personalità.

Nelle “terra nera e ricca” delle fiabe c’è però un altro semino.

Lo dice proprio Rodari quando afferma che “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi”.

Ascoltando una fiaba il bambino può immaginare luoghi sconosciuti attraverso le sue conoscenze e può dare nutrimento alla sua curiosità naturale. Può farsi le sue idee.

Mi viene da ricordare quando, alla prima lettura di una storia nuova, generalmente i miei figli mi interrompevano con mille domande per capire in quel momento esatto nuovi termini o per potersi immaginare ambienti mai visti. Quelle domande  scappavano e scoppiettavano come un fuoco. Poi, nelle letture successive non chiedevano più…ascoltavano e si godevano in silenzio tutta la storia, tutta d’un fiato.

Il silenzio dell’ascolto vuol dire immaginare, comprendere e ricordare, vuol dire cogliere in anticipo quello che accadrà, vuol dire ripassare con la mente nuovi percorsi e anche arricchire in modo esponenziale la fantasia.

Tutto ciò io lo ritengo meraviglioso. E tutto questo non può non aiutare il bambino a scuola nella capacità di ascolto, nella capacità di mantenere l’attenzione, nello scrivere, nel leggere e anche nella matematica.

Sì, perché la matematica è creatività e fantasia nell’utilizzare le proprie conoscenze.

Come si risolve un problema? Con la conoscenza, con la fiducia che una soluzione c’è e bisogna trovarla anche se è nascosta,  con un po’ di magia, con l’immaginazione di nuovi percorsi e nuove strade.  E’ una fiaba.

Certo che tanta poesia nelle tabelline e nelle frazioni non c’è…

Però, se ci pensate bene, l’attitudine alla scoperta e alla fiducia nell’affrontare l’ignoto invade ogni campo dell’apprendimento.

Diventa un modo di vivere e costruire la propria conoscenza. Ma non nasce spontaneamente. Bisogna “perderci del tempo” ogni giorno. Inoltre, se provate per curiosità a digitare “Matematica e fiabe” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che esistono tanti progetti che legano queste due realtà così apparentemente distanti.

Voglio chiudere con due idee. Una è l’affermazione di Umberto Eco che mi è rimasta nella mente e ci sta proprio come “il cacio sui maccheroni”: “Chi legge vive mille vite”…e anche chi ascolta. (L.N.M.)

Pioveva parecchio…….

È presto, più o meno le cinque di mattina. Il sole si sta alzando, ma io non sento niente, assolutamente niente. Non ho la minima idea di cosa sia successo la notte scorsa. So dove mi trovo, ma non so come ci sono arrivato. In questo momento avrei tanto bisogno di Dio, ma è probabile che sia parecchio impegnato. Ho i vestiti bagnati e comincio a sentire addosso il freddo delle mattine del sud dell’Inghilterra. I campi di fragole dove lavoro da qualche mese mi sembrano sempre uguali a se stessi. Solo io sono a pezzi. Mi sono innamorato. E parecchio.

Ero arrivato in Inghilterra tre mesi prima. In treno fino in Belgio e poi in traghetto da Ostenda. Ero stato a Ostenda già una volta, un paio d’anni prima, e avevo già tentato di attraversare illegalmente la frontiera. Ma non ci ero riuscito. Avevo avuto freddo e paura. E avevo preferito tornare indietro.

Una volta arrivato a Dover avevo comprato un biglietto per Higham. Il signore della biglietteria non aveva capito la destinazione fin quando non l’ho scritta su un foglio. Ho chiesto quando sarebbe partito il treno. In un paio di minuti, mi ha risposto il bigliettaio. Sono schizzato verso la stazione. Ho inciampato e sono caduto. I due barattoli di marmellata che avevo con me sono andati in pezzi. Mi sono accorto che non avrei avuto nessuna possibilità di prendere il treno. Così sono tornato indietro e ho chiesto quando sarebbe passato il prossimo. L’uomo mi ha sorriso sarcastico e mi ha detto che i treni erano uno ogni mezz’ora. L’ho maledetto e gli ho sorriso divertito.

Provo ad alzarmi. Ma non ci riesco. Questa volta sono io a essere finito in pezzi. In tanti, tanti pezzi. In inglese c’è una parola migliore: numb. È come se qualcuno mi avesse strappato un pezzo di corpo. Il sole in cielo è ormai grande e rosso.

Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile

Salito sul treno avevo chiesto ai passeggeri dove avrei dovuto cambiare per Higham. Avevo pronunciato il nome del posto così come si scrive. Un’anziana signora aveva intuito quello che volevo dire e mi aveva detto che la pronuncia corretta era Haaaaiaaaam. Pioveva parecchio quando sono arrivato. Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile. Eravamo quasi tutti dell’Europa dell’est e qualche irlandese. Lavoravamo nei campi. La maggioranza erano studenti che cercavano di alzare un po’ di soldi. È stato allora che ho conosciuto Agnieska. A Rochester, su un ponte. Era molto bella. Polacca, bionda, con gli occhi azzurri. Sembrava di un altro mondo. Sono stato con lei al bar. Ho chiesto due birre. Il barista si è piegato in due dal ridere: gli avevo chiesto due orsi. Per me a quei tempi beers e bears suonavano più o meno allo stesso modo. Ha riso anche Agnieska. Ma diversamente. Lei ha riso bene.

Allora ero parecchio povero. Suo padre, invece, era il sindaco di una cittadina polacca di frontiera. Tempo due settimane, ho traslocato nella roulotte dove abitava lei. Eravamo in cinque. Due ragazze russe, Agnieska e una sua amica. Ricordo di essermi molto divertito a pensare che forse gli harem sono nati proprio così. Avevo perso la testa per lei. Era calma. E buona. Dormivamo in un letto molto stretto. La doccia era fuori. Non avevamo quasi nulla. Ma insieme a lei stavo bene. Nei fine settimana andavamo a passeggiare. Facevamo piani per il futuro, per esempio come sarebbe stato emigrare in Nuova Zelanda.

Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente

Una mattina Agnieska si è graffiata con una cassa di fragole. La sera la ferita mostrava già segni di infezione. Il mattino dopo l’ho accompagnata in ospedale. Era una polacca in Inghilterra, e nessuno se ne occupava. La ferita è andata in setticemia e nel giro di quattro giorni Agnieska è morta. Il giorno che è morta ricordo che, durante il lavoro, stavo ascoltando la radio, cercando di migliorare il mio inglese. Si discuteva se fosse giusto condannare a morte un cane. Un cane che aveva ammazzato un gatto.

Ho saputo della morte di Agnieska in serata. Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente.

A trovarmi è stata Valerie, la francese che stava insieme alla sua compagna Nicole in una roulotte accanto alla nostra. Mi avevano cercato tutta la notte. Mi è stata vicina, mi ha abbracciato e ha pianto. Ho cominciato a piangere anch’io, anche se non sapevo come si facesse. Nessuna radio, nessun programma tv ha mai parlato di come era morta Agnieska. Per tutta la settimana seguente si sono occupati solo della condanna a morte di quel cane e della caccia alla volpe.

Sono passati parecchi anni da quella notte che ho sempre provato a dimenticare. Qualche giorno fa, mentre sentivo i discorsi di Nigel Farage e Boris Johnson prima del referendum sulla Brexit, per la prima volta ho deciso di cercare di farla riaffiorare alla memoria.(Valeriu Nicolae)

LE QUALITA’ ESSENZIALI DI UN BUON INSEGNANTE .

Quella dell’insegnamento non è solo una professione ma una missione, una vocazione. Un buon insegnante è il risultato della combinazione di centinaia di qualità che gli permettono di svolgere il proprio lavoro in modo efficiente. Certo, ogni insegnante è diverso dall’altro ma in generale possiamo affermare che un buon insegnante deve possedere queste 25 qualità essenziali.

Un buon insegnante è responsabile. Un buon maestro insegna innanzitutto dando l’esempio. Non si possono impartire regole che non si è disposti per primi a rispettare.

Un buon insegnante segue la classe. Deve essere in grado di far fronte ad un imprevisto, adattarsi all’andamento della classe se vi è la necessità. Se ad esempio la metà degli alunni non ha compreso un concetto, il buon insegnante deve trovare nuovi esempi per spiegare il concetto e far in modo che i contenuti vengano assimilati da tutti.

Un buon insegnante è premuroso. Si prende cura dei suoi alunni, si accerta che tutti siano in grado di superare le difficoltà e soprattutto che emergano la personalità e i pregi di ogni studente.

Un buon insegnante è sensibile. Se un insegnante sa che un suo alunno ha dei problemi al di fuori dell’ambito scolastico, non può ignorare la situazione ma deve cercare di prendere in considerazione più fattori per la valutazione del rendimento scolastico. Se ad esempio uno studente ha appena avuto un lutto in famiglia, il buon insegnante deve mostrarsi sensibile e attento.

Un buon insegnante deve essere cooperativo. La collaborazione è importante per il bene comune degli studenti e deve essere messa in pratica su più livelli: con gli altri insegnanti, con i genitori, con tutto il personale scolastico.

Un buon insegnante è creativo. Ogni lezione dovrebbe essere unica, dinamica e coinvolgente ma soprattutto adattata al contesto per essere in grado di mantenere sempre vivo l’interesse da parte della classe.

Un buon insegnante è dedito al proprio lavoro. Le ore di insegnamento in classe rappresentano solo una parte del lavoro svolto da un insegnante. Il resto si svolge a casa, nella correzione dei compiti, nella preparazione degli stessi e soprattutto nello studio e nell’aggiornamento continuo per essere sempre preparati.

Un buon insegnante è determinato. Il suo obiettivo principale è quello di trasmettere buoni insegnamenti ai suoi alunni e di assicurarsi che ogni singolo studente riceva l’istruzione di cui ha bisogno.

Un buon insegnante è empatico. Questa è una caratteristica che ognuno di noi dovrebbe provare a sviluppare il più possibile. Superare l’egoismo e mettersi nei panni dell’altro per cercare di capire come si sente, con un solo ed unico obiettivo: provare ad aiutarlo.

Un buon insegnante è coinvolgente. O comunque tutto il contrario di noioso, prevedibile, pesante e apatico. Ogni lezione dovrebbe essere interessante, divertente ed energica. E far venir voglia agli studenti di seguirne subito un’altra.

Un buon insegnante si evolve. Un processo continuo di miglioramento e crescita, anno dopo anno. Un buon maestro deve trovare sempre nuovi modi di migliorare se stesso così come le lezioni che tiene.

Un buon insegnante è coraggioso. Sempre e comunque nel rispetto delle regole e delle direttive che l’istituto scolastico impone, il buon docente deve essere in grado anche di proporre novità e metodi sperimentali ed essere pronto ad accogliere eventuali critiche.

Un buon insegnante è pronto a perdonare. Non serba rancore e dimentica in fretta piccole dispute con alunni e genitori o incomprensioni tra colleghi, preservando così la qualità del proprio insegnamento.

Un buon insegnante è generoso. Si mette a disposizione se c’è bisogno di una mano in attività extra-scolastiche, fa il possibile per aiutare gli alunni, si offre per attività di volontariato nell’ambito della realizzazione di progetti didattici o gite d’istruzione.

Un buon insegnante ha grinta! La determinazione di superare ogni ostacolo e difficoltà per raggiungere gli obiettivi, a costo di sacrifici e notevole impegno.

Un buon insegnante è fonte d’ispirazione. Un modello, un esempio da seguire. Un buon insegnante ama il sapere e trasmette questo patrimonio ai suoi studenti. Un buon insegnante dovrebbe avere sui suoi alunni un tale impatto da accompagnarli per tutta la vita.

Un buon insegnante è gioioso. E arriva in classe ogni giorno di buon umore, motivato ed entusiasta del proprio lavoro.

Un buon insegnante è gentile. Fa e dice cose che stimolano, ispirano ed elevano lo spirito degli alunni e la loro autostima.

Un buon insegnante è organizzato. L’organizzazione è chiaramente una qualità necessaria a tutti gli insegnanti. Un buon insegnante ha anche metodo, raziocinio e ordine.

Un buon insegnante è appassionato. Chi ama il proprio lavoro e i propri studenti è entusiasta ed esuberante e proietta nel futuro le aspettative e i sogni degli alunni.

Un buon insegnante è paziente. Sa aspettare, sa che l’anno scolastico non è una gara di velocità ma una maratona. Non abbandona nessuno dei suoi alunni ma aspetta e tenta sempre nuove strategie affinché le cose funzionino bene.

Un buon insegnante è flessibile. Questo significa adeguarsi ad ogni situazione e diversità ma senza mai “spezzarsi” e rimanendo integri e deontologicamente impeccabili.

Un buon insegnante è pieno di risorse! Un buon insegnante è in grado di tirare fuori qualcosa di buono da ogni studente e di trovare soluzioni e vie alternative ai problemi, organizzando ad esempio una raccolta fondi per finanziare un progetto di classe altrimenti irrealizzabile.

Un buon insegnante è una persona fidata. Ha la capacità di far in modo che tutti credano in lui e nelle sue parole, mantenendo fede alle promesse e dicendo sempre la verità.

Infine, un buon insegnante ,sotto certi aspetti, è anche vulnerabile. Mostra una parte della propria vita privata, delle proprie emozioni come persona e non solo come professore, condividendo anche interessi e attività sportive con gli alunni.