NELLA CHIESA SI DIFFONDE L’OPPOSIZIONE ALLE NUOVE IDEE DI PAPA BERGOGLIO

Le truppe ultra-tradizionaliste non hanno retto: il Papa venuto dalla fine del mondo non gli piace, non gli è mai piaciuto per la verità, solo che ora il brusio di fondo, il malcontento che si sentiva come un rumore in lontananza, è esploso. Il Papa non è cattolico, accusano, è quasi un eretico anzi; si avvicinano così alle classiche posizioni sedevantiste dei lefebrviani, la Fraternità di San Pio X che resta, per molti di loro, un punto di riferimento. Il punto di non ritorno è stato il sinodo sulla famiglia, anzi i due sinodi: a lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più.

Su questa linea si asserragliava l’integralismo duro e puro che aveva più di una diramazione rosso porpora nei sacri palazzi, anche se certo i cardinali integralisti non usavano il linguaggio aggressivo e feroce di certi gruppi e siti internet. D’altro canto uno dei padri sinodali, l’arcivescovo Tomash Peta, di Astana (Kazakhstan), appartenente alla corrente più intransigente, è andato fino in fondo e ha detto senza giri di parole – riprendendo una celebre espressione di Paolo VI – che il «fumo di Satana» è entrato in Vaticano con il sinodo e «precisamente attraverso la proposta di ammettere alla sacra comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile; l’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori; l’apertura all’omosessualità come qualcosa dato per normale».

A lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più

Non meraviglia più di tanto allora che nel sottobosco del web, di gruppi e associazioni fondamentaliste, il Papa diventi una specie di anticristo, un diavolo che si è infiltrato al vertice della Chiesa cattolica; ambienti marginali dai quali trapela però un clima pesante, una pericolosa aggressività mal repressa. Non va dimenticato, tuttavia, che se l’estremismo religioso cattolico ce l’ha con Bergoglio, i primi a dargli del “comunista” sono stati i fanatici dell’iperliberismo economico a stelle e strisce, i capi del Tea Party, le falangi repubblicane aderenti al cristianesimo evangelico in salsa fondamentalista, quello della “bible belt” che si saldavano agli ideologi di Wall street: il Papa si occupasse di anime, il capitalismo finanziario in crisi di questi anni turbolenti, non poteva essere toccato, tanto meno era compito del vescovo di Roma parlare di diritti sociali.
In ogni caso se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori. Solo che questo sommovimento ha dovuto fare i conto con l’immenso consenso che accompagnava il Papa argentino, da Manila a Rio de Janeiro, dove interi popoli cattolici, folle di “scartati”, di marginali, ritrovavano una guida e un riferimento in un mondo regolato dal potere di una economia che non aveva – negli slums filippni e brasiliani – un volto umano. Del resto è lungo l’elenco delle cose che hanno fatto sobbalzare i gruppi tradizionalisti: dalla critica alla finanza mondiale al San Francesco ecologico, dall’attacco alla corruzione nella Chiesa alla richiesta di pastori “col puzzo di pecora” – in grado cioè di stare in mezzo al popolo – alla scomunica ai mafiosi diretta anche e forse soprattutto ai tanti silenzi interni di preti e vescovi conniventi, dalla riforma delle finanze vaticane al depotenziamento della corte pontificia. E poi c’è stata la sconfessione di ogni criterio gerarchico nelle nomine cardinalizie: la scelta non premiava più diocesi potenti e carriere costruite per arrivare a quello zucchetto rosso, ma uomini di Chiesa che abitano i luoghi complessi di un mondo reale: dalla Birmania alla lontana Tonga, da Motevideo ad Agrigento.

Se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori

L’enciclica sull’ambiente, inoltre, ha mobilitato intorno al Papa mondi che prima guardavano solo con diffidenza alla Santa Sede, ma in modo particolare ha avvicinato al vertice della Chiesa dopo molto tempo una miriade di organizzazioni cattoliche che dal Brasile, all’Africa, all’Australia, hanno combattuto col Vangelo in mano battaglie non di rado disperate per difendere territori depredati e comunità umane fatte a pezzi. Così è lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani.Infine è arrivato il tema più grosso, la famiglia, dove Bergoglio ha dato indicazione, senza cambiare la dottrina, di aprire le porte a tutti: divorziati, conviventi, madri single, omosessuali. Non un’assenza di regole, ma il ritorno al fondamento della fede cristiana, il perdono e l’accoglienza. E su questo si è aperta una battaglia culturale cruciale nella Chiesa.
Il sinodo è diventato allora il momento nel quale i vari oppositori interni hanno provato a riunificare le forze per fare muro contro il Papa, per bloccarne il disegno. Ma certo cardinali come Gerhard Muller, prefetto della dottrina della fede, e Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pure in dissenso, non potevano approvare un progetto di ‘guerra civile’ interna come quello scatenato dai circoli più oltranzisti, per altro le voci più oltranziste e forse finivano col danneggiare l’ala meno irruenta dei conservatori. Fiorivano intanto gli interventi del professor Roberto De Mattei, della Fondazione Lepanto, o quelli di Antonio Socci, commentatore cattolico tradizionalista, che evocava paragoni storici per parlare di eresia latente e di Papa in definitiva non cattolico o quasi.

È lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani

Forze più organizzate, come la lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family”, attaccavano le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che a proposito del testo finale del sinodo affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa”. A canto a questi si muoveva anche il gruppo “Tradizione famiglia proprietà”, fondato in America Latina alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da Plinio de Correa de Oliveira, e poi diffusosi in varie parti del mondo; il movimento entrò in conflitto con la conferenza episcopale brasiliana a causa del suo fondamentalismo estremista.
Alla rete di “Voice of the Family”, aderisce anche “Famiglia domani”, l’organizzazione italiana che ha indetto da qualche anno la marcia per la vita nella quale si ritrovano i settori integralisti del cattolicesimo italiano e che incontra il consenso di gruppi politici di estrema destra come “Forza Nuova”. In Curia le posizioni oltranziste sono state rappresentate in primo luogo da un cardinale americano, Raymond Leo Burke, fautore della messa preconciliare; e all’interno dello stesso sinodo una personalità come il cardinale Carlo Caffarra, ormai ex arcivescovo di Bologna, ha dato voce, insieme ad altri, alla fazione più intransigente. C’è poi un livello di discussione più articolato, quello promosso da settori del cattolicesimo conservatore d’Oltreoceano, che non gradiscono la dottrina sociale declinata dal papa e dai suoi sostenitori, giudicata troppo sensibile ai temi della giustizia sociale.

La lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family” attaccava le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni”

D’ora in avanti, insomma, il cammino si fa più aspro per il Papa, come dimostra la vicenda grottesca della falsa malattia diffusa a poche ore dalla conclusione del sinodo. dietro le quinte s’intuisce un lavorìo che fa leva sulla suggestione del caos, sul disordine interno che avrebbe suscitato l’azione riformatrice di Bergoglio. Del resto non c’è rivoluzione che non crea conflitti, e questo il Papa lo sa bene. Così il prossimo sinodo, potrebbe avere per tema – lo ha ipotizzato il cardinale Oscar rodriguez Maradiaga, vicino al pontefice – il decentramento della Chiesa, ovvero il potenziamento del ruolo delle conferenze episcopali nazionali, delle singole diocesi, dei sinodi continentali. Una Chiesa in grado di discutere di tutto dunque, in cui il Papa sarebbe il garante dell’unità; in un progetto simile c’è certo poco spazio per i diktat della curia vaticana.

E poi – a sinodo appena concluso – sono arrivate due nomine importanti di vescovi in Italia, a Bologna e Palermo, città chiave per la chiesa italianam alla cui guida Francesco ha chiamato due pastori, nell’accezione bergogliana del termine: monsignor Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, e Corrado Lorefice, parroco e studioso. Da ultimo il Papa ha dato una stoccata indiretta ma ben assestata ai suoi detrattori parlando di Monsignor Oscar Arnulfo Romero, il vescovo assassinato da gruppi armati di estrema destra in Salvador nel 1980 e divenuto un simbolo della lotta evangelica contro l’oppressione dei più poveri. Il suo martirio, ha detto il Papa, è proseguito anche dopo la morte: «Una volta morto – ero giovane sacerdote e ne fui testimone – fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per aver sentito dire. Ho ascoltato queste cose». Insomma Bergoglio comincia a levarsi qualche sassolino dalle scarpe e si prepara intanto al Giubileo della misericordia.(F.P.)

Caro insegnante…7 PASSI per motivare gli studenti all’apprendimento!

Spesso sentiamo dire che alcuni studenti sono naturalmente motivati, mentre altri sono naturalmente pigri o “non portati” per lo studio. È possibile che vi sia un fondo di verità in queste affermazioni, ma allo stesso tempo essa porta con sé l’assunzione che poco può essere fatto per rendere gli studenti motivati. In effetti niente è più lontano dalla verità, soprattutto se diventiamo consapevoli del fatto che la motivazione dipende in gran parte dal funzionamento del sistema cognitivo, ed i processi cognitivi possono facilmente cambiare nel corso del tempo.
Una delle prime teorie cognitive sistematiche della motivazione è stata elaborata da Lock (aggiustamento dello scopo) nel quale affermava che il comportamento umano fosse sempre orientato ad uno scopo, poiché gli individui investono le proprie energie nel raggiungimento dei loro traguardi o obiettivi.

L’OBIETTIVO…MOTIVARE GLI STUDENTI AD APPRENDERE possiede 2 caratteristiche :1. La DIFFICOLTÀ che deve essere considerata accettabile.

2. L’IMPEGNO che si riferisce al livello di determinazione mostrato dall’individuo nel raggiungere l’obiettivo stesso.

Le prove empiriche hanno determinato che la teoria di Lock è sulla giusta via e studi sperimentali in laboratorio hanno ottenuto conferme alla previsione, secondo cui:
LA PRESTAZIONE IN RELAZIONE AD UN COMPITO È POSITIVAMENTE CORRELATA CON LA DIFFICOLTÀ DELL’OBIETTIVO.
In parole povere, le prestazioni dei nostri studenti saranno migliori, se adeguatamente commisurate alle difficoltà del compito a cui li sottoponiamo.
UN COMPITO TROPPO DIFFICILE O TROPPO FACILE PRODUCE UN EFFETTO DEMOTIVANTE.
Vi sono vari ingredienti, perché un insegnante possa migliorare le prestazioni dei propri studenti e la loro motivazione ad impegnarsi nello studio:

1. L’OBIETTIVO DEVE ESSERE SEMPRE CHIARAMENTE SPECIFICATO;
Capita spesso, che si presenti un nuovo compito senza le dovute “presentazioni” e che non si descriva adeguatamente che cosa si riuscirà a fare, dopo aver acquisito le informazioni che si stanno per spiegare. Questa fase è importante, perché genera nell’alunno una strada “immaginaria” da percorrere. Infatti, sapere di partire da un punto A per arrivare ad un punto B genera sicurezza e sicuramente è più rasserenante dell’affrontare qualcosa di nuovo, non sapendo dove si stia andando.
2. L’OBIETTIVO PROPOSTO DEVE ESSERE DIFFICILE, MA ALLA PORTATA DELLE ABILITÀ MEDIE DEI PROPRI STUDENTI.
Non bisognerebbe scomodare la Docimologia per comprendere che per un insegnante è fondamentale conoscere il livello di partenza dei propri alunni o la fase in cui sono arrivati prima di partire per un nuovo argomento e dunque, se non si è a conoscenza di questo tipo di informazioni, vale la pena fare un’indagine, magari con delle domande a risposta chiusa sull’argomento (soprattutto se non si conosce la classe).
Detto questo, uno dei generatori motivazionali più validi negli alunni è sicuramente quello di sfruttare la zona di sviluppo prossimale scoperta dal brillante Lev Semënovič Vygotskij, proponendo un compito difficile, ma alla portata del livello raggiunto dagli alunni.
3. OCCORRE CHE GLI ALUNNI SIANO IMPEGNATI COMPLETAMENTE NEL RAGGIUNGIMENTO DELL’OBIETTIVO, FARLO CONDIVIDERE CON UN COMPAGNO PUÒ ESSERE D’AIUTO PER FARLI SENTIRE IMPEGNATI VERSO L’OBIETTIVO STESSO.
Sappiamo bene quanto l’insegnante debba essere un coach e quanto debba pretendere molto dai propri alunni perché questi siano spinti a fare e a dare di più; del resto Gordon su questo ha scritto diversi testi interessanti.
Un contesto relazionale positivo: l’apprendimento trae il massimo beneficio da buone relazioni tra allievo e insegnante, tra allievo e gruppo classe, tra insegnanti e famiglie, tra colleghi insegnanti, tra insegnante e Dirigente Scolastico.
Potremmo dire che interpretare il ruolo di insegnante, anche come coach, significa instaurare con i nostri alunni una di quelle rare relazioni umane, nelle quali si fa capire che di fronte a loro si ha una persona che crede in loro, che li supporta nelle decisioni e nel cammino da intraprendere, che li stimola senza fare troppe pressione e che riesce a tirar fuori le loro potenzialità e le “loro” soluzioni in modo non invasivo.
La potenza di questa relazione deve essere instaurata soprattutto attraverso il coaching/tutoring tra studenti, e tale pratica si rivela spessissimo un efficace catalizzatore di risultati a costo zero per l’insegnante.
4. OFFRIRE OBIETTIVI A MEDIO O A BREVE TERMINE È PIÙ EFFICACE DI QUELLI A LUNGO TERMINE.
Offrire obiettivi raggiungibili nel breve e nel medio periodo è certamente più motivante e mentalmente più facilmente visualizzabili di quelli a lungo periodo, mostrare o elencare obiettivi a 6 mesi non ha molto senso per un bambino e neanche per un adolescente, soprattutto se si pensa che queste categorie di persone hanno un sistema di ragionamento basto sulla concretezza cognitiva, del resto è più facile per tutti riuscire ad immaginare una quantità di lavoro da svolgere di una giornata o di una settimana piuttosto che quella di immaginare un determinato traguardo a fine anno (soprattutto se complesso, potrebbe risultare scoraggiante)

5. È NECESSARIO CHE SI DIANO INFORMAZIONI REGOLARI SUI PROPRI RISULTATI AGLI STUDENTI
È necessario offrire informazioni regolari circa i propri progressi agli studenti durante la fase di lavoro, le correzioni in itinere o prove intermedie prima di quelle finali, possono essere ottimi strumenti per far prendere coscienza del punto preciso in cui si è rispetto allo scopo, non solo per gli studenti ma soprattutto per gli insegnanti!
6. OCCORRE PREMIARE PER GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI ED USARE QUESTA EVIDENZA PER SPINGERE A PORSI OBIETTIVI FUTURI.
Dopo un lungo lavoro non vi è niente di meglio che qualcuno che ci premi per il lavoro svolto, nel caso dei nostri studenti le ricompense non possono limitarsi solo ad un numero su di un foglio, ma credo che la ricompensa più grande sia la nostra approvazione (motivazione estrinseca) che deve trasformarsi necessariamente in autogratificazione (motivazione intrinseca) per aver svolto e aver portato a termine un buon lavoro.
7.E’ IMPORTANTE GUIDARE GLI STUDENTI AD ESSERE REALISTICI CIRCA LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO NEL RAGGIUNGIMENTO DI UN OBIETTIVO.
Vi è una tendenza sia negli adulti che nei bambini (tendenza come autofavoritismo) secondo la quale le persone attribuiscono le ragioni dei propri insuccessi a fattori esterni piuttosto che a fattori interni. Tuttavia è possibile migliorare le future possibilità di successo semplicemente essendo più sinceri con se stessi, aiutare i propri studenti a mettersi in discussione e a riflettere sui propri atteggiamenti o azioni che hanno portato a degli errori è uno dei fattori di grande aiuto per la maturità e la crescita personale. Facciamo questo, astenendoci da giudizi di valore sulle persone, ma concentrandoci solo sulle sulle azioni da migliorare.
ULTIMA ANNOTAZIONE….
NON È NECESSARIO PRENDERE IN CONSIDERAZIONE TUTTI I PUNTI APPENA ELENCATI PER OTTENERE CAMBIAMENTI ANCHE IMPORTANTI.
Se, ad esempio, viene prefigurato un obiettivo chiaro ed a medio termine, ma non sono offerte informazioni agli allievi sul loro progresso, è improbabile che essi lo raggiungeranno l

IL CUORE DELL’INSEGNAMENTO: ECCO COSA SIGNIFICA ESSERE UN GRANDE INSEGNANTE!

Che cosa significa essere un grande insegnante? Naturalmente la qualifica, la conoscenza, il pensiero critico e tutte le altre facoltà intellettive sono importanti. Ad ogni modo, un grande insegnante dovrebbe avere molto più delle credenziali, dell’esperienza e dell’intelligenza.

Cosa c’è nel cuore di un grande insegnante?

 

essere un grande insegnante

 

Un grande insegnate è:

Gentile: un grande insegnante si pone gentilmente verso gli studenti, i colleghi, i genitori e tutti quelli intorno a lui/lei. La mia frase preferita è “la gentilezza fa girare il mondo”. Cambia veramente l’ambiente all’interno della classe e della scuola. Essere un insegnante gentile aiuta gli studenti a sentirsi accolti, curati ed amati.

 

Compassionevole: L’insegnamento è una professione molto umanistica e la compassione è la massima sensazione di comprensione, mostrando agli altri di tenere a loro. Un insegnante compassionevole esprime questa caratteristica agli studenti attraverso le proprie azioni e di conseguenza, gli studenti saranno più propensi alla comprensione del mondo che li circonda.

 

Empatico: L’empatia è una caratteristica molto importante da possedere e da cercare di sviluppare in noi stessi e verso i nostri studenti. Essere in grado di mettersi nei panni di qualcuno e vedere le cose dal loro punto di vista può avere un impatto molto forte sulle nostre decisioni e azioni.

 

Positivo: Essere una persona positiva, non è un compito facile. Essere un insegnante positivo è ancora più difficile quando ci imbattiamo spesso in problemi con soluzioni molto limitate. Tuttavia, rimanere positivi quando la situazione è molto dura può avere un impatto estremamente positivo sia sugli studenti sia verso coloro che ci circondano. Guardare il lato positivo sembra sempre dare un contributo nel migliorare le cose.

 

Costruttore: Un grande insegnante colma le lacune e costruisce relazioni, amicizie ed una comunità. Gli insegnanti cercano sempre di fare le cose migliori e di migliorare le cose dentro e fuori la classe. Costruire una comunità è qualcosa che un grande insegnante cerca di fare in classe estendendo ciò a tutta la scuola e alla sua comunità.

 

Ispiratore: Ognuno guarda verso un grande insegnante e desidera essere un insegnante migliore, desidera essere uno studente migliore, ed oltre ciò, desidera essere una persona migliore. Un grande insegnante scopre i tesori nascosti, le possibilità e la magia esattamente davanti agli occhi di tutti.

LA STORIA LUNGA, COMPLESSA E AFFASCINANTE DI “BELLA CIAO”!

BELLA CIAO!

bella-ciao

 Che Bella ciao sia la canzone simbolo della Resistenza e dell’antifascismo, si sa. Come si sa che venne intonata ancora in occasione di lotte e proteste sociali, come quelle operaie e studentesche negli anni dell’autunno caldo e del ’68. Che sia stata tradotta in tutte le lingue esistenti tanto da diventare un universale inno alla libertà. Ma resta sempre il dubbio, il sospetto, che ci si dimentichi di che cosa rappresenti davvero Bella ciao. Che cosa racconti, da dove venga e a chi si rivolga, rischiano di perdersi per strada. Occorre, dunque, rievocarne la memoria perché ne resti vivo il messaggio e si rafforzi il senso del suo peregrinare per il mondo.

Certo, quel titolo e quel ritornello, vogliono dire tante cose: bella può essere riferito alla giovinezza che sfiorisce, oppure a una donna che si deve lasciare perché si è costretti a partire. Alla libertà che si perde quando si incontra un tiranno invasore.

La canzone, con le sue parole e le sua musica, infatti, ha raccontato esperienze diverse nell’arco dei suoi viaggi, non a caso ha un’origine che si perde nella notte dei tempi. In tanti ci si sono incaponiti per capire fin dove sprofondasse il buio di quella notte e dove intravedere un’alba. Storici, etnomusicologi, etnografi, musicisti hanno dedicato infinite ricerche per dare a questo canto errante le debite generalità, una data di nascita, una residenza. Nomi importanti, che a metterli in fila si fa la storia del canto sociale, degli studi sul folclore che sono l’orgoglio del nostro Paese. Da Roberto Leydi a Gianni Bosio, Cesare Bermani, Stefano Pivato, Antonio Virgilio Savona, Michele Straniero, Gianni Borgna.

Perché qui in gioco c’è tutta la tradizione del canto popolare e sociale, delle sue pratiche creative e di trasmissione principalmente orale. Ecco che infatti, come confermano Gioachino Lanotte (“Cantalo Forte”) e Gianni Borgna (“Storia della canzone italiana”), l’alba di Bella ciao risale addirittura a una ballata del Cinquecento francese, giunta in Italia dal Piemonte dove diventerà la tradizionale La darè d’cola montagna. Questo motivo si sarebbe poi propagato in tutto il nord trasformandosi in Trentino ne Il fiore di Teresina (conosciuta anche come Fior di tomba o Il fior della Rosina) e in Veneto nel canto Stamattina mi son alzata. Alzata, perché nell’infinito girovagare di questa canzone pare esserci anche una lunga sosta tra le risaie dove le mondine, mentre si spezzavano la schiena, lamentavano, cantando, il duro lavoro, la fatica dello stare lontane da casa, dalle madri a cui, bambine, rivolgevano la loro preghiera. La versione di Giovanna Marini, incisa anche nell’album “Il fischio del vapore” di Francesco De Gregori (2003), nella cadenza del tipico stile di canto popolare esprime, come una litania, tutta la sofferenza delle mondariso:

Alla mattina appena alzata,

O bella ciao, bella ciao

Bella ciao ciao ciao,

Alla mattina appena alzata,

In risaia mi tocca andar

O mamma mia o che tormento

O bella ciao, bella ciao,

Bella ciao ciao ciao

O mamma mia o che tormento

Io ti invoco ogni doman.

Ma non tutti sono concordi. Come spiega Nanni Svampa (“La mia morosa cara”) alcuni studiosi ritengono la versione delle mondine precedente a quella partigiana (Stefano Pivato la fa risalire addirittura al repertorio delle mondine d’inizio Novecento, vedi “Bella ciao, canto e politica nella storia d’Italia”), mentre per altri, come Roberto Leydi e Cesare Bermani, essa sarebbe nata nel dopoguerra dalle parole del mondino Vasco Scansani di Gualtieri di Reggio Emilia. E poi c’è il ritornello che, invece, secondo Cesare Bermani sarebbe di origine bergamasca. Per non dire, poi, come racconta La Repubblica, di una possibile derivazione yiddish, connessa al ritrovamento di una melodia tradizionale (canzone “Koilen”) registrata da un fisarmonicista Kletzmer di origini ucraine, Mishka Tziganoff, nel 1919 a New York.

Insomma, non se ne viene a capo. Bella ciao è come un vento che arriva, raccoglie un’eco e la porta altrove. Ma questo non fa che avvalorare l’idea che dentro questo canto ci sia una storia di transiti, di trasmissioni, intersezioni profonde e stratificate. Che sia come un albero che cresce rigoglioso e nel suo tronco racconti le condizioni, i climi, gli eventi traumatici o felici che gli hanno dato forma, vita e sostanza.

Perché dopo i lamenti delle mondine il canto passerà a dar voce alle speranze partigiane, dignitose e tenaci, di chi non vuole soccombere al nemico invasore. Di chi è disposto a morire per la libertà. E la voce femminile lascerà il posto a quella maschile.

Gli storici della canzone italiana Antonio Virgilio Savona e Michele Straniero sono convinti nel dire che Bella ciao fu poco cantata durante la guerra partigiana, e venne diffusa nell’immediato dopoguerra. La sua popolarità ebbe inizio nell’estate 1947, a Praga, al Primo Festival Mondiale della Gioventù, dove fu eseguita, e tradotta in tutte le lingue del mondo, con tipico battimani, da un gruppo di giovani partigiani italiani (“Canti della Resistenza italiana”). Gualtiero Bertelli, invece, ne individua la prima esibizione durante il Festival della Gioventù di Berlino, nel 1948, cantata da un gruppo di studenti capitati lì non si sa come.

Non è dato sapere, dunque, se sia stata cantata durante le lotte partigiane, nel modenese e attorno a Bologna come dicono alcuni, (Pivato la circoscrive alle zone di Montefiorino, nel Reggiano, nell’alto bolognese e nelle zone delle Alpi Apuane), oppure dopo, a memoria, a celebrazione. E poi? Negli anni Quaranta e Cinquanta, la canzone circolerà in varie regioni italiane grazie alle esecuzioni delle corali socialiste e comuniste durante raduni e festival. Da qui, prenderà il volo verso l’estero.

Ma chi l’ha scritta? Chi ha trovato le parole per testimoniare questo destino consapevole di una imminente morte a salvaguardia della libertà? Nomi, cognomi, non ce ne sono, si dice solo che gli autori potrebbero essere partigiani della zona emiliana.

Una cosa, però, è certa: un canto anonimo, di fatto, è cosa pubblica, patrimonio di tutti. E questo è un pregio di poche canzoni. Come Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei, assunta a canto di lotta dal movimento del Sessantotto, ma diffusa come creazione di “autore anonimo”. Una cosa di cui andare orgoglioso, dirà Amodei, ovvero “di essere immeritatamente divenuto voce del popolo”.

Bella ciao, voce del popolo lo è senz’altro, anche per il fatto di essere un canto contro “l’invasore”, un generico nemico che ciascun popolo può connotare a suo modo, sulla base della lotta che sta combattendo. Non a caso il vero inno dei partigiani sarà Fischia il vento, canzone in cui, invece, ben presenti sono i riferimenti di parte, come il “sol dell’avvenire” e la “rossa bandiera”. «Fischia il vento – scrive, infatti, Franco Fabbri – ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente». Bella ciao, allora, è di chi la canta.

La versione di Sandra Mantovani è tra le prime a unire quella mondina a quella partigiana. Questo passaggio avviene nel 1964 quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto il memorabile spettacolo dal titolo “Bella Ciao” dove la canzone delle mondariso apre il recital e quella dei partigiani lo chiude.

Da questo momento la canzone riscontra un successo senza eguali. Gli anni Sessanta sono il periodo che precede o va di pari passo con l’affermarsi dei primi governi di centro-sinistra e il canto, più di ogni altro, legittima l’immagine che la guerra partigiana sia stata una battaglia di tutti. Si resta sorpresi al pensiero che, nata da soldati semplici, gente comune, tra le montagne e nel fango di una trincea (come molti studiosi rilevano), la canzone compaia in questi anni nei repertori di grandi autori, spesso politicamente impegnati, ma anche, poi, nei circuiti commerciali.

La canta Yves Montand nel 1963,la canta Giorgio Gaber nel 1965 dalla Milano post boom economico. Un Gaber che ha da poco indossato i panni dell’enigmatica figura del “Signor G.”, simbolo del cittadino mediocre pronto a cambiare casacca all’occorrenza, inadeguato e continuamente animato da sensi di colpa e frustrazioni. Un’ambiguità che esprime i reali problemi del Paese in quegli anni: i dubbi e le inquietudini di un’intera generazione alle prese con una crisi economica e di valori. Valori che Gaber sente di affermare cantando proprio Bella ciao. Nel 1971, alla trasmissione Canzonissima di Rai Uno, Milva interpreta la versione delle mondariso, e la catapulta nelle case degli italiani, ormai fedele pubblico televisivo.Nel 1975 la canta perfino Claudio Villa, ma in una versione swing un po’ troppo scanzonata che rischia di oscurarne la natura di canto di lotta.

È il segno, però, che la canzone ormai è davvero sulla bocca di tutti. Le interpretazioni, infatti, si rincorrono. Nel 1978 le dà voce la musicista greca Maria Farantouri, interprete del sentimento di lotta alle dittature di tutto il mondo e con lei Bella ciao diventa l’emblema di ogni Resistenza.
Gli anni Ottanta sembrano un po’ dimenticarsi di questa canzone, delle battaglie partigiane, del passato. Solo Francesco De Gregori, in un frammento di “La storia” dall’album “Scacchi e Tarocchi” (1985) ci ricorda che “La Storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi Bella ciao che partiamo. La Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano, la Storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”. La Storia è l’identità di un popolo, come le lotte che lo hanno segnato.
Ma negli anni Ottanta si guarda avanti. Lo scenario culturale, sociale e politico del Paese, del resto, è tutto un fermento. Il 1982 segna l’inizio di un nuovo boom per l’Italia: “Il secondo miracolo economico italiano è già cominciato – commentava Giuseppe Turani nel 1986 –. Da un po’, forse anche da un anno. Ed è quasi sicuro che andrà avanti a lungo. Probabilmente non meno di dieci anni, fino al 1995”. La corsa ai consumi assume i ritmi degli anni Sessanta, con la differenza che ora l’acquisto di un prodotto diventa l’affermazione di uno status symbol, l’appartenenza a una cerchia di individui o l’innalzamento rispetto a un’altra, la preferenza a una determinata moda o tendenza e in questo una manifestazione identitaria. Un consumo “vistoso” accresciuto dalle nuove e più pervasive forme della comunicazione pubblicitaria, veicolate attraverso i canali delle televisioni commerciali che in questi anni iniziano a trasmettere, insieme ai loro programmi, anche i nuovi modelli sociali cui ispirarsi, nel modo di essere e agire, nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile di vita. E ancora: “Sgomenta – scriveva Fortini nel 1982 – il peso delle questioni che la nozione di memoria (storica e personale) porta alla luce. Ad esempio, sono bastati gli ultimi sei o sette anni di terrorismo, di politica della unità nazionale e di inflazione e di scandali […] perché interi blocchi di problemi venissero rimossi e considerati inesistenti non pochi sperimentati principi di interpretazione […]. Ecco perché è assolutamente impossibile, oggi, trasmettere a chi ha diciotto anni una qualche verità non convenzionale su quello che da loro dista appena un decennio […], quando i loro padri, oggi smarriti o rassegnati quarantenni, li issavano sulle spalle nelle manifestazioni per il Vietnam” (“Non solo oggi”).

Bisogna aspettare gli anni Novanta perché questo stato di “dormienza” (Franco Fortini) svanisca e si torni a guardare alla realtà: la crisi d’identità dei partiti, gli scandali, Tangentopoli, Mani Pulite. Occorre che la gente torni a impegnarsi, occorre risvegliare valori e identità dimenticate, è necessario riaccendere la fiamma di un passato di lotta alle ingiustizie e a ogni forma di sudditanza.

E allora Bella ciao ricompare, nelle forme più roboanti, rock, hard rock, metal, punk, folk possibili, e a volte anche molto arrabbiate. I romani Banda Bassotti nel 1993 la reinventano secondo lo stile ska e il ritmo, la modernità di cui la rivestono ne fanno un veicolo che parla a tutti, agli adulti che hanno smarrito la memoria, ai giovani che non sanno e vogliono conoscere.

Ma sono soprattutto i Modena City Ramblers i paladini di questa rinascita. Con le loro esaltanti versioni, eseguite in numerose incisioni o in eventi live, trovano il fulcro identitario della loro poetica oltre che un successo clamoroso. Sono gli anni del “combat folk”, strumento sonoro e di battaglia politica, dirà Felice Liperi (“Storia della canzone italiana”). Capace di raccogliere l’eredità della canzone politica riconsegnandola a una forma nuova, in cui il retaggio popolare viene tradotto in sound dirompenti e di forte impatto emotivo.

Nella prima incisione del 1994, dall’album “Riportando tutto a casa” (e questo revival spiega forse l’iniziale citazione), le parole di Bella ciao si sposano magnificamente con l’arrangiamento irish folk, cifra espressiva del gruppo modenese.

La canzone, adesso, si canta a squarciagola e si balla. Si salta al ritmo di un reel irlandese tutti insieme, giovani soprattutto, che in massa partecipano ai concerti negli stadi e nelle piazze, a quelli del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, dai primi anni 2000 in avanti, fino al 2014.[
Ma la grande esplosione c’era già stata: quella della esuberante versione del 31 dicembre 1999 a Modena con l’orchestra di Goran Bregović, incisa poi in “Appunti partigiani” (2005), importante omaggio alla storia partigiana e alla storia canora della Liberazione.
Nello stesso anno le interpretazioni si rincorrono, e la incideranno anche i piemontesi Yo Yo Mundi, nell’album “Resistenza” .
Per l’artista serbo, invece, la canzone diventerà stabilmente parte del repertorio, tantissime sono le occasioni in cui verrà cantata e suonata dalla sua Wedding e Funeral Orchestra, come nell’entusiasmante live di Parigi del 2013 .

Stessa atmosfera si respira all’ascolto della versione del regista serbo Emir Kusturica con la No smoking Orchestra fondata dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

La musica si fa trascinante e la canzone parla dal cuore dell’Europa, luogo di transito e di incontro di tante culture, quella serba, croata, musulmana. Bella ciao diventa un misto di sonorità tradizionali balcaniche e sembra parlare la lingua di tanti popoli, diversi ma ugualmente accomunati da un destino di lotta contro le dittature (la Croazia ottiene l’indipendenza nel 1995), da un doloroso percorso di ricostruzione.

Così negli anni Novanta il canto porta con sé questo messaggio in giro per il mondo: la incide il cantante e compositore franco-spagnolo Lény Escudero (Album “Chante la Liberté”).

Unica ed emozionante è la versione a cappella che l’ottetto vocale Swinger Singer incide nell’album “Around the world, Folk songs” nel 1991.
La canta il Coro dell’Armata Rossa (“The Best of the Red Army Choir: the Definitive Collection”);
i Boikot la interpretano in spagnolo in una delle versioni più punk e hard rock mai sentite, a cui mescolano il grido di “No pasaràn”, il celebre messaggio di Dolores Ibárruri ai soldati al fronte, durante la guerra civile spagnola, per incitarli a combattere contro le truppe del generale Franco.
Segno che quando la canzone arriva chi la prende ci mette qualcosa di suo. La cantano con questa foga anche gli italiani patchanka-ska-punk Talco.
E i bretoni Les Ramoneurs de Menhirs non scherzano neanche loro con un suono di puro punk rock metallico.
Come a dire: come abbiamo fatto a dimenticarci di Bella ciao, del suo patrimonio di significati, del suo monito a combattere per la libertà?

La band anarchica britannica Chumbawamba la traduce in inglese e ne fa una sua versione dal gusto pop rock più sofisticato. E intanto, così, nella lingua più diffusa al mondo, la comprendono proprio tutti.

Non può mancare una versione tedesca: una tra tante è quella folk di Konstantin Wecker & Hannes Wader.
Negli Stati Uniti, invece Bella ciao si canta in un mix di afro funky beat con gli Underground System.
Manu Chau ne dà una personale declinazione reggae e latina,
mentre la cantora popular Mercedes Sosa, portandola in Argentina, la terra dei golpe militari, della violenza politica, delle dittature e delle rivolte soppresse nel sangue, ne fa una bandiera della lotta per la pace e i diritti civili.
Bella ciao in questi nuovi arrangiamenti non è più solo la canzone malinconica di chi va a morire e si sacrifica, è la canzone di una vittoria, una liberazione che si celebra nell’euforia di un ritmo incalzante e di un canto libero e fuori dagli schemi. Una vittoria che è una festa corale, a cui si partecipa cantando con la voce più forte che si può.

Non deve meravigliare, allora, che questo treno in corsa che è Bella ciao a un certo punto si fermi per far salire frotte di gente, per poi, subito, ripartire. Gli anni 2000 la consacrano come la canzone di tutti i popoli in lotta, di tutte le etnie, le culture, le razze, le religioni, le patrie. Di chi, nel mondo, crede nel valore della pace e della libertà.

Ed è bello che la canzone, dopo le registrazioni d’autore, dopo i palcoscenici prestigiosi, ritorni alla gente, che la intona nelle piazze, al battito delle mani, allo strimpellare di una chitarra, che la canta stonata, gridata, non importa. Ognuno, con Bella ciao, proclama la propria battaglia.

C’è quella degli Indignados di ogni angolo di mondo che la cantano per affermare diritti di uguaglianza, partecipazione, annullamento del potere delle banche e delle multinazionali.

C’è quella che si canta in chiesa, dopo la santa messa di Natale celebrata da Don Gallo, nel 2012,
o appena fuori, sul sagrato, per salutare Franca Rame nel giorno del suo funerale.
C’è quella del giugno 2011, dei giovani del sit-in Gençler Meydana che cantavano la loro Bella ciao in turco in Taksim Meydanı a Istanbul.
Una protesta che cominciava e che continuerà nelle manifestazioni contro il premier turco Erdoğan, nella Piazza Taksim, a ricordo delle vittime del Parco Gezi uccise da un governo che, con un uso sproporzionato della forza, reprimeva un movimento pacifico.
Da qui il dissenso esploderà oltre i confini nazionali, con manifestazioni contro Erdoğan nei paesi di tutto il mondo. Il 12 luglio 2013, una sera, a Istanbul nella piazza di Taksim, con l’accompagnamento di un pianoforte, ancora si canta Bella ciao.
C’è quella del popolo greco che si emoziona dopo la vittoria, nel gennaio 2015, di Alexis Tsipras e del movimento di sinistra Syriza: la canta e la balla al ritmo della versione irlandese dei Modena City Ramblers perché la musica, proprio, non ha confini.
C’è quella dell’attore Christophe Aleveque che, invocando la lotta a ogni forma di terrorismo, politico o religioso, la canta durante le commemorazioni funebri delle vittime della strage avvenuta nel settimanale satirico francese Charlie Hebdo.
E poi, chissà quanti altri nel mondo stanno dando voce alle loro battaglie attraverso le parole di Bella ciao. A distanza di un’infinità di anni, di una storia sprofondata nel passato di un mondo arcaico e popolare, ci racconta di oggi, di cosa succede nel mondo del terzo millennio. Di come il canto rappresenti ancora, fortemente, uno strumento potentissimo di espressione collettiva e di partecipazione alla vita sociale e politica. Ci esorta a essere tutti partigiani, ognuno a sostenere una causa, personale o comunitaria. Una causa che stia dalla parte della libertà, della democrazia, della solidarietà, della lotta a ogni dittatura. Pronta a rinnovarsi nel futuro. Perché Bella ciao di cose da dire ne avrà ancora sicuramente tante.

Che la si canti, quindi. Intonati o stonati, in coro o da soli, con accompagnamento musicale oppure no, non importa. Ciò che conta è farlo. E così, dunque, anche chi scrive.

LA DEMOCRAZIA “ROTTAMATA”.

“Le capacità personali, quando si pretende di guidare una nazione, da sole non bastano, occorrono anche la conoscenza e la volontà di rispettare le regole che un sistema democratico necessariamente deve avere. E soprattutto, un primo ministro che si rispetti, deve avere il rispetto degli elettori quando il sistema democratico legittimamente li chiama al voto. Se non lo fa, tradisce la base stessa del sistema democratico e anche il giuramento che lui stesso ha fatto quando ha accettato l’incarico che il presidente della Repubblica gli ha dato per governare la nazione. Dovremmo ricordare che il sistema della democrazia ha  questo scopo: tu cittadino non hai il tempo, le capacità o semplicemente la voglia di occuparti dei problemi certamente non semplici di guidare una nazione, perciò voti qualcuno che svolgerà per tuo conto questo lavoro. Se però te ne disinteressi completamente, sperando che la cosa funzioni lo stesso, avrai invece il risultato di una inciviltà democratica gravissima che anche tu finirai col pagar caro. Il craxismo, il berlusconismo e adesso il renzismo (sempre di male in peggio!) sono lì a dimostrarlo. Renzi, che forse sul piano personale ha eccellenti qualità,  sul piano politico e, soprattutto, democratico, è un disastro senza precedenti. Lui,pur governando (sia pur legittimamente)senza  essere stato eletto dal popolo che pretende di governare, vuole cambiare tutto. Anche se la sua maggioranza ènata da accordi sottobanco con le opposizioni, lui procede come un rullo compressore su un potere fantoccio che lui stesso si è costruito, circondandosi di collaboratori ,che vantano la stessa esperienza tecnica dei miracolati. Non si è mai visto, in nessun paese democratico al mondo, un capo del governo che invita i suoi governati a non andare a votare. Un vero democratico non può mai invitare gli elettori al non voto, solo un opportunista può farlo. Ma lui, pur sapendo che giocava con carte truccate, perché l’informativa che lui dava era gravemente scorretta sul piano dell’imparzialità (anche la scelta di campo per il “Sì” o per il “No” era ammissibile) che avrebbe dovuto tenere nella sua veste di primo ministro, liquida la faccenda addirittura da “vincitore arrogante”, prendendosi anche il lusso di schernire i perdenti, come se una vittoria ottenuta con carte truccate fosse cosa nobile.Quando parlava di rottamazione nei riguardi dei vecchi dirigenti del PD, nessuno ha pensato che, nel massacro del suo poco onorevole percorso istituzionale, ci sarebbe presto finito anche il nostro sistema democratico. La sua rottamazione è come la visita dell’elefante nella sala dei cristalli: non vede e non risparmia niente. Il suo invito a non votare è come una bestemmia in chiesa, ma lui non lo capisce. Per giustificare il suo grave vulnus sul referendum, lui e i suoi accoliti si schierano dietro al fatto che il referendum abrogativo prevede appunto un “quorum” per essere valido, consentendo così l’astensione di chi non ne vede l’interesse. Ma questo si riferisce al diritto dei semplici elettori, non alla responsabilità di chi gestisce in prima persona il sistema democratico, controllando personalmente il partito di maggioranza, il governo e l’intero Parlamento!E’ possibile  immaginare che, dopo che avrà completato le sue fantasiose riforme (Italicum in testa) ci dispenserà sempre più frequentemente dalla noia di andare a votare?
Dopo le sue parole chiaramente rivolte a definire inutile questo referendum, che aveva invece tutte le carte in regola secondo i dettami della Costituzione per essere tenuto, è persino doveroso pensarlo. E tuttavia è un bene che lo abbia fatto, perché così ha commesso l’errore di calare finalmente la maschera.
Molti, anche nel suo stesso partito, avevano già capito la sua sconcertante debolezza sul piano del rispetto dei valori democratici, ma adesso ha reso lui stesso questa debolezza palese.
Un primo ministro che non rispetta i valori della democrazia è non solo anomalo, ma forse anche pericoloso per tutti. Ne abbiamo già avuto uno, ammirato da tutti a quel tempo, che pensava di riconquistare i fasti dell’antica Roma, prendendo vergognose scorciatoie persino sul piano umanitario. Non è il caso di ripetere quell’errore, dando fiducia al nuovo avventurismo pseudo-democratico delle riforme renziane rottama-democrazia. Lui e la sua classe di apprendisti “stregoni” della classe politica hanno bisogno di crescere molto e maturare bene prima di assumere cariche così importanti di governo di una grande nazione”.

Caro insegnante….pensa positivo!

Caro insegnante…quando sei in classe pensa positivo e divertiti !La tua motivazione all’insegnamento e la felicità che ne deriva, può essere legata ad un fattore di tipo esclusivamente economico? Puoi insegnare e viverti la classe facendo costante riferimento all’incapacità di alcuni genitori di gestire i loro figli? O, peggio, puoi condurre serenamente il tuo lavoro, perseguitato dai pregiudizi e le dicerie sulla professione che hai scelto di fare?
LA RISPOSTA E’ “CHIARAMENTE NO!”
Non puoi entrare in classe e portare con te questi pensieri. Non sono d’aiuto ne’ a te, ne’ all’insegnamento stesso. Sono sì elementi da tenere in considerazione, ma sui quali devi soffermarti una volta fuori dall’aula, facendo sempre attenzione a non farli divenire la tua motivazione, ma neppure demotivazione.
Il problema di alcuni insegnanti è che non hanno dietro di loro un capo che li motivi a fare e ad uscire dalla loro zona di confort per misurarsi davvero con i loro limiti. Non ti parlo di uno di quei dirigenti di cui si conosce e ci si ricorda solo il nome perché mai presente: ti parlo di quella figura che supervisiona quotidianamente gli insegnanti ed il loro lavoro.
Lavorare senza un capo è uno di quei motivi per cui molti scelgono di entrare nel mondo della scuola. Questo può sembrare un fattore positivo, è vero, perché offre la possibilità di gestire autonomamente il proprio lavoro. Ma cosa accade il più delle volte? L’insegnante, non avendo alle spalle nessuna figura che “lo incentiva ad operare”, si abbandona ad un atteggiamento di pigrizia e non si impegna come invece potrebbe o dovrebbe.
Per esperienza personale posso dirti che non c’è niente di peggio al mondo, che lavorare per abitudine, quasi fosse un obbligo: il miglior modo per fare bene ciò che si fa, è non considerarlo mai un dovere.
Solo chi è realmente felice e riesce a rimanere positivo in un ambiente difficile ed emotivamente delicato come la scuola, si mantiene su di una strada profittevole ed ha la capacità di lavorare pazientemente pur magari non avendone pienamente voglia (perché no? Dei giorni può anche succedere!)
Il più grande nemico dell’insegnante è la negatività.
Come detto poc’anzi, spesso succede di lavorare e vedere il proprio lavoro come un obbligo o come una necessità: “non mi piace quello che faccio ma se voglio vivere e guadagnare, devo farlo”. Purtroppo non è facile cambiare, ma dobbiamo provarci; è un errore nel quale dobbiamo impegnarci a non cadere, sia perché è importante fare solo ciò che ci fa sentire davvero realizzati, sia perché soltanto in questo modo possiamo avere la possibilità di migliorare giorno dopo giorno e ottenere risultati sempre più soddisfacenti.
Il nostro più grande nemico è dunque la negatività, l’abitudine che abbiamo di concentrarci sulle cose che non ci piace fare o, addirittura, il vizio di guardare gli obbiettivi raggiunti dai nostri colleghi piuttosto che i nostri e quelli che dobbiamo ancora raggiungere.
Quando facciamo qualcosa che non ci piace fare, o quando viviamo un periodo negativo della nostra vita, proviamo emozioni che non ci stimolano a produrre, a progredire, a raggiungere obbiettivi, ma, al contrario, siamo sopraffatti dalla svogliatezza, dalla pigrizia. E se addirittura per questo nostro atteggiamento siamo criticati, perdiamo maggiormente fiducia non solo in noi stessi ma anche e soprattutto nei nuovi e futuri progetti.
Tutto ciò che genera negatività, ci fa perdere slancio ed energia necessaria per il presente ed il futuro.
Qual è, allora, la soluzione al nostro problema? ESSERE POSITIVI.
Banale, come risposta? Non proprio, dal momento che se fosse così semplice restare positivi, non sarebbe così alto il numero di persone che vedono problemi ovunque, anche lì dove non ve ne sono.
Come fare, dunque, per essere positivi e sviluppare solo pensieri favorevoli al raggiungimento dei nostri obiettivi?

Forse 3 idee fanno la differenza:
Per prima cosa, bisognerebbe periodicamente rinnovare i nostri obiettivi e, dopo averli raggiunti, porne di più grandi.
Se il tuo scopo è quello di portare i tuoi ragazzi da un punto A ad un punto B del tuo programma, dovrai aggiungere sempre piccole novità al tuo metodo d’insegnamento, stimolanti non solo per loro ma anche e soprattutto per te stesso e per le tue future esperienze.
Dovremmo inserirci in un gruppo composto da persone divertenti, creative e dotate di energia positiva, utile per loro e per noi. Le persone creative, infatti, hanno la capacità di influenzare positivamente gli altri, creando una specie di reazione a catena. Il clima in cui si lavora, è spesso quello che fa la differenza tra felicità e frustrazione.
Un’altra tecnica che ho trovato molto utile a migliorare le mie prestazioni, è trovare un modo divertente per fare anche ciò che non mi piace fare.
Per esempio, nel caso in cui non dovesse piacerci fare una determinata attività o parlare di un determinato argomento durante una lezione, potremmo fare BRAIN STORMING, coinvolgere, cioè, tutti i nostri colleghi alla ricerca della soluzione più utile ed efficace ed applicare lo stesso metodo anche per quelle cose che rimandiamo .
Il divertimento è forse la tecnica migliore per rimanere sempre positivi e concentrati ed è quella che ci consente di essere più produttivi.
E cerchiamo di non dimenticare che il pessimismo dei bambini è in parte appreso dagli adulti di riferimento, come genitori, insegnanti, educatori. I figli sono come spugne: assorbono ciò che diciamo e ‘come’ lo diciamo !

Che fatica…quando l’alunno è ingestibile !

L’ingestibilità di un alunno a scuola può assumere diverse forme:
– bullismo;
– iperattività;
– impulsività;
– vandalismo;
– condotte devianti e disordinate;
– disadattamento.

È probabile che la traiettoria per diventare bambini o adolescenti ingestibili a scuola sia questa:
– sensazione di onnipotenza quando si è piccoli;
– esposizione a forti frustrazioni nella seconda parte dell’infanzia con conseguenti ferite narcisistiche;
– sensazione di essere abbandonati, in quanto si comincia a percepire che i genitori non sono poi così disponibili;
– regole sempre più fluttuanti fino alla percezione della disintegrazione di ogni contenimento e di ogni aiuto;
– sentirsi sempre più in balia delle pulsioni interne fino a spaventarsi;
– partecipazione ad attività rigidamente programmate e spesso senza soluzione di continuità;
– riduzione graduale delle più comuni motivazioni e aumento considerevole della difficoltà a gestire e modulare le emozioni;
– aumento del disagio, della paura, dell’angoscia;
– aumento di un diffuso senso di inadeguatezza;
– compensazione attraverso la messa in atto di condotte aggressive variamente espresse.

Le conseguenti esperienze negative relative a difficoltà di integrazione, socializzazione e rendimento provocano in questi bambini a rischio tentativi disfunzionali di stabilire il miglior equilibrio possibile, attraverso:
– il richiamare continuamente l’attenzione al fine di sentire approvazione;
– il controllare coattivamente la lotta per la supremazia e il potere, sfidando le figure adulte e l’autorità, nel tentativo di provare che può fare o rifiutare ciò che vuole;
– il farsi odiare dalla maggioranza per riuscire a trovare a tutti i costi un rapporto con il gruppo, considerato che non è in grado di farsi accettare altrimenti;
– il produrre di continuo fallimenti e sconfitte, affinché nessuno gli chieda o si aspetti qualcosa da lui.

Qualsiasi modalità tra queste l’alunno metta in atto, egli si basa sulla convinzione (necessità) che solamente così può trovare una funzione e un ruolo nel gruppo – classe.
Se non si riesce ad intervenire adeguatamente, si rischia di riprodurre a scuola meccanismi disfunzionali che, attraverso una drammatica escalation di contrapposizioni, vittorie e sconfitte, favoriranno la cronicità delle condotte aggressive negli alunni.

Al centro della nostra esistenza non c’è lo sviluppo economico ma la qualità della nostra vita !

Tutti vorremmo che le scelte, sulle cose concrete del nostro vivere sulla Terra, fossero semplici e sempre rivolte al bene. Vorremmo che il “sì” o il “no” di una scelta non ci angosciassero con i loro dubbi. Ma se fosse così,  la nostra esistenza non avrebbe senso perchè i nostri meriti  si ridurrebbero tutti, nel migliore dei casi, a un’adesione meccanica a un bene già preordinato. Dovremmo, invece, rimediare a questa mancanza di senso, con la riflessione personale e con il confronto sulle scelte che spesso, a nostra insaputa, riguardano il Creato e quindi i beni comuni. Negli scenari della moderna economia dei consumi l’uomo ha sempre meno spazio per acquisire consapevolezze ed esercitare le responsabilità individuali e collettive.  Una delle argomentazione, usate dai promotori del “no” alle limitazioni per l’estrazione del petrolio, sostiene che l’oggetto della richiesta referendaria sia solo una questione tecnica. I promotori del “no” si mostrano spesso anche infastiditi dalle “ingerenze” dei cittadini, evidentemente considerati come sudditi condannati all’obbedienza cieca. Se riflettiamo su questo stato delle cose non è difficile renderci conto, per esempio, che siamo passati, nel giro di qualche decennio, da considerare la tecnica come strumento per il progresso umano, ad accettare che sia l’uomo, invece, uno strumento della tecnica. Ciò che i promotori del “no” non riescono o fingono di non comprendere, è che al centro di questo referendum non vi sono i barili di petrolio, lo sviluppo economico, l’occupazione, … ma il senso della nostra vita, la qualità che le possiamo dare, le buone relazioni (non le provocazioni) per creare sinergie (non competizioni per ricchezze individuali e senza limiti). I promotori del “no” sembrano, infatti, vantare un assoluto diritto, pur se inesistente, ad usare le risorse fino al loro esaurimento e nel più breve tempo possibile. Lo stato attuale del clima e le sue drammatiche prospettive, a causa di un consumo insostenibile e terminale delle risorse, sono state gli argomenti trattati, solo quattro mesi fa, nella COP 21 di Parigi. Ma gli accordi, conclusi in quella sede, sembrano già diventati carta straccia mentre il nostro futuro sembra sempre più vicino ad un punto di non ritorno almeno per la storia umana. Il petrolio e il gas, in questo mondo da consumare, sono l’oggetto di una corsa cieca nella quale l’uomo viene regolarmente sconfitto dai ricatti sulle drammatiche conseguenze  minacciate dal mancato sviluppo a causa di un’energia insufficiente ad alimentare la produzione industriale (verrebbero meno la ricchezza individuale, il benessere economico necessario per far progredire i consumi, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione impegnata nella produzione di beni e servizi per lo sviluppo dei mercati, …). In questo stato delle cose viene a mancare ogni nostra opportunità di riflessione e viene, così, rimosso il senso di un’economia che deve, invece, occuparsi della gestione razionale delle risorse materiali per rispondere ai bisogni umani più profondi. L’uomo cerca spontaneamente di costruire relazioni sociali, di condividere conoscenze ed esperienze, di realizzare opere e strutture, di creare occasioni per riflettere e confrontarsi sulle scelte, per valorizzare l’evidenza fisica e immateriale delle cose (non per trasformare in patologie la ricchezza delle nostre diversità). Sono queste tutte peculiarità umane contenute nei confini dei bisogni e che sono, invece, negate dai consumi e dai sistemi (fine a sé stessi) che li sostengono.Sul tema delle risorse energetiche presenti nei nostri mari, le proposte referendarie già formulate nel 2015, chiedevano al governo e al parlamento di regolare l’accesso a risorse, non immediatamente rinnovabili, che appartengono anche alle future generazioni. Si trattava, per altro di  adeguare le concessioni, per lo sfruttamento dei minerali fossili, ai criteri, già in uso a livello internazionale. Il governo, a seguito di queste proposte, aveva dato risposte ritenute soddisfacenti dalla Corte Costituzionale per 5 referendum dei 6 proposti. Ha, invece, ritenuto di dover ammettere, alla prova referendaria, la proposta che chiedeva di eliminare, dalle autorizzazione (per le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa), l’estrazione a tempo indeterminato di gas o petrolio. Dunque il “sì” al referendum del 17 aprile 2016 non stravolgerà questo, pur insostenibile, sviluppo economico (come invece si vorrebbe subdolamente far credere, per intimorire la popolazione), ma chiede solo di far rientrare le concessioni, in atto entro le 12 miglia, nei limiti in atto a livello internazionale. La concessione a tempo indeterminato non solo contravviene alla tanto osannata competitività (in nome della quale si immolano risorse, inutilmente sprecate dai competitori perdenti, e si offrono indecenti occasioni per travestite corruzioni e per deviare le già incerte pratiche per la scelta dei vincitori), ma permette al concessionario unico vincitore di rimandare sine die le dovute bonifiche finali: cioè per necessità sarà, come sempre, la comunità a pagare di tasca propria attraverso i propri tributi. Paghiamo (non solo in termini economici) per le scorie nucleari, per il cemento amianto, per i rifiuti tossici e nocivi, per l’inquinamento dell’aria causato da trasporti e confinamenti finali dei beni di consumo trasformati in rifiuti, per gli scarichi industriali e agricoli che inquinano il terreno, … paghiamo per uno sviluppo che lascia tristi e velenose testimonianza nei territori immolati alla produzione e alla crescita dei consumi. Siamo un mondo asimmetrico che non divide gli esseri umani per il colore della pelle, per la lingua, per le diverse culture e tradizioni, per gli ordinamenti sociali e politici del paese di appartenenza, … ma solo con un, complicato e insolubile, sistema assoluto di produttori e consumatori sui quali una casta di predatori crea, accumulando immensi profitti, imperi di potere assoluto sugli uomini e le cose. Un mondo “asimmetrico” che facilita solo l'”equa” e libera circolazione delle merci, l’alterazione degli ecosistemi, la diffusione delle malattie e delle distruzioni inflitte con le guerre. Tutti strumenti di nobili intendimenti (benessere, conoscenza del mondo, prevenzione globale, difesa delle civiltà superiori) e dunque cause “innocenti” di un olocausto globale delle qualità umane: delle libere e creative esplorazioni, riflessioni, relazioni, condivisioni, partecipazioni, azioni sinergiche. Dobbiamo rilevare, però, che alla già scarna informazione si è aggiunto anche un dibattito con un deviante carattere ideologico, da parte di chi considera questo referendum non una pratica di democrazia, ma un attacco all’assoluto dell’attuale pensiero economico globale (che oggi si ispira alle ideologie del liberismo economico). Abbiamo, così, che sono stati diffusi slogan (che sono strumenti specifici delle ideologie) per creare suggestive convinzioni in favore dell'”astensione” o della “scheda bianca” o del “no” al referendum. Alcuni di questi slogan sono addirittura falsi (ma possono fare presa su una rilevante quota di cittadini vittime di una organizzata disinformazione), altri, invece, usano possibili equivoche interpretazioni di dati e di fatti (per altro, forniti dalle società petrolifere) per negare le ragioni, invece fondate, a favore del “sì” al referendum.

Di seguito sono analizzati alcuni di questi slogan. Noi, poi, possiamo impegnarci, personalmente e con altri, a riflettere su di essi (e su altri che potremmo ancora sentir raccontare), per definire un giudizio consapevole e una nostra partecipazione responsabile al referendum.

Gli impianti di estrazione sono sicuri” In realtà: – non sono sistemi chiusi (l’estrazione avviene in mare aperto e l’acqua è un veicolo di diffusione dei reflui idrocarburici rilasciati dagli impianti); quindi la sicurezza non può essere garantita (in qualsiasi processo la sicurezza, se è tale, è il risultato di fondamentali meccanismi deterministici, in questo caso impraticabili, confinati nel tempo e nello spazio, per il contenimento degli effetti dannosi e nocivi).

Dai nuovi pozzi potremo avere risorse per soddisfare il 10% dei nostri consumi e potremo anche aumentarli ” In realtà: – i pozzi coinvolti dal referendum possono offrire solo 1%  dei nostri consumi fino al loro esaurimento (dopo non c’è nessun’altra opportunità per la nostra economia e per l’occupazione che rimane un gravissimo problema e lo sarà ancor più se la politica lo farà incancrenire impegnandosi a far altro);

– meno del 10% del prezzo, del gas o del petrolio estratto, sarà riconosciuto come compenso al territorio che ne dispone (un compenso troppo basso per dare un significativo contributo all’economia del nostro paese e, con gli attuali prezzi, diventa, poi, proprio un cattivo affare);

– c’è, poi, anche il sospetto che (per i minori guadagni determinati, oggi, dal minor prezzo del petrolio) le società petrolifere possano essere dell’idea che convenga sfruttare nuove risorse (da pagare ai prezzi più bassi di oggi) e conservare, le risorse già acquisite, per tempi di migliori profitti.

– il 90% della destinazione, del gas o del petrolio estratto (dal mare Adriatico nel nostro caso), rimarrà a totale disposizione delle società petrolifere e andrà sul mercato (cioè non porterà alcun vantaggio all’approvvigionamento di energia per il nostro paese).

“Se blocchiamo i pozzi compromettiamo la ripresa” in realtà: – tutti ormai possono rendersi conto che all’economia di mercato non interessa la ripresa per dare risposte ai bisogni (gli obiettivi sono le “risorse da sfruttare” e non c’è alcun interesse perché il paese, che ne dispone, goda, anche solo, di una sua ripresa economica); all’economia di mercato interessa la ripresa solo nei luoghi che dispongono di facili fonti di ricchezze (per esempio, quelle accumulate dalle attività finanziarie) che possono essere sprecate, senza preoccupazioni, per consumi superflui.

“L’estrazione di petrolio è sempre conveniente per i territori che ne dispongono” In realtà:

– è conveniente sì, ma solo per chi ne diventa padrone, lo estrae e lo vende sul mercato globale pagando le tasse nei luoghi più convenienti (gli eventuali danni ambientali, invece, come sempre saranno, ancora una volta, lasciati in eredità ai territori e i costi economici, del risanamento dei luoghi e del degrado sociale, ai suoi abitanti);

– oggi si consuma meno petrolio e la ricchezza che produce si è fortemente ridotta (il prezzo del barile è diminuito di circa di 2/3, passando, approssimativamente, da 150 a 50 $ al barile); l’economia dei consumi di massa è al limite del suo sviluppo sia per la diminuzione del reddito dei consumatori, sia per i limiti, che dovranno essere imposti alle attività produttive, se si vorranno evitare i danni, irreversibili per l’ambiente, che minacciano la nostra sopravvivenza.

“Le attività di estrazione sono richieste dalle politiche per lo sviluppo” In realtà: – è un peccato che con l’attenzione agli interessi (verso le sole risorse da sfruttare e verso il dominio dei mercati per realizzare profitti individuali e di gruppo), si finisca col creare cartelli monopolistici (energia, salute, agricoltura, finanza …, ) e che vengano, così, del tutto trascurate le attività di ricerca (motore dello sviluppo delle società umane) e della loro applicazione (ai bisogni, alla qualità della vita, alla promozione delle relazioni collaborative e sinergiche…), con la conseguenza di emarginare fino a paralizzare le relazioni fra i cittadini di uno stesso paese, le diversità dei popoli e i progetti democratici di collaborazione per destinare i beni comuni a soddisfare i bisogni e non i consumi superflui;

– chissà perchè, poi, le attività turistiche e della pesca sulle zone costiere, che sono la vocazione, naturale e senza limiti di tempo, di molte regioni italiane (in particolare sono in crescita nella Puglia), vengono non solo sottovalutate (nei momenti dell’analisi degli impatti), ma vengono, anche, messe a rischio compromettendo per sempre lo sviluppo di settori fondamentali per le economie locali; sono vocazioni che coinvolgono risorse rinnovabili e che assicurano non solo opportunità di lavoro per la mano d’opera, ma anche occasioni per attività creative e di attrazione per lo sviluppo di ulteriori attività economiche essenziali.

“Di estrarre petrolio lo chiede l’Europa” In realtà:

– l’Europa (UE) lo chiede, ma non chiede che l’estrazione avvenga nei termini con i quali lo Stato Italiano ha definito le concessioni; infatti, per rispettare le logiche della competitività, la UE richiede che non siano concessi monopoli per l’estrazione del petrolio; la UE chiede, cioè, che le concessioni non siano a tempo indeterminato (ed è proprio ciò che il referendum chiede di abrogare); – il mancato rispetto delle norme UE, rischia di esporre l’Italia anche ad una procedura d’infrazione (che pagheremo noi non le società petrolifere), se le proposte referendarie non dovessero  conseguire il successo.

“Il petrolio se non lo estraiamo noi, lo estrarranno i nostri vicini” In realtà: il referendum riguarda solo il petrolio da estrarre entro le 12 miglia dalla costa italiana, mentre per quello che può essere estratto anche sul versante opposto dell’Adriatico, riguarda posizioni che stanno ben oltre le 12 miglia e per le quali, le trivellazioni ed estrazioni, sono state già autorizzate dallo Stato italiano. (Walter Napoli)

STUDIARE IN GRUPPO ? SVILUPPA IL PENSIERO CRITICO…..E NON SOLO !

Caccia ai lupi: questo il tema affrontato dai bambini di quinta elementare: una comunità locale doveva decidere se assoldare un gruppo di cacciatori professionisti per dare la caccia a un branco di lupi che stavano spaventando la popolazione e causando loro danni. I piccoli studenti hanno potuto analizzare, o con l’insegnante o in gruppo, i diversi fattori che portavano alla risoluzione del problema e hanno dunque parlato di ecosistema, di protezione degli animali, di sicurezza, ma anche di economia locale e di legislazione. Il fine di tale lavoro non era né trovare la soluzione più etica, né sensibilizzare i piccoli sul rispetto delle regole, ma sviluppare in loro la capacità di prendere decisioni responsabili e ragionate. A fine lavoro ogni singolo bambino doveva scrivere un piccolo tema in cui spiegava quale fosse la decisione corretta e perché.
Il dilemma etico

La seconda prova era invece totalmente individuale: gli studenti dovevano leggere la storia di un episodio tra due amici, Jack e Thomas. La trama è questa: Thomas, bambino non amato dal resto della scuola, confessa all’amico Jack di aver vinto una gara di modellini di macchinine con un sotterfugio, ovvero grazie all’aiuto del fratello maggiore. La domanda a cui i bambini dovevano rispondere per iscritto poneva un dilemma etico ed era questa: Jack deve svelare l’imbroglio al resto dei compagni?

Quali i  risultati ? I ricercatori hanno potuto notare come i piccoli che avevano lavorato in gruppo nelle settimane dedicate alla «cattura del lupo» erano più preparati nel prendere rapidamente e razionalmente la decisione giusta rispetto alla storia dell’amicizia tra Jack e Thomas. Questo perché il gruppo dell’apprendimento collaborativo era ora in grado di analizzare il tema sotto tre aspetti differenti del processo decisionale: riconoscere più di un elemento del problema; individuare più argomenti a supporto dell’una o dell’altra scelta; soppesare costi e benefici legati a entrambe le soluzioni. L’insieme di elementi non comparivano invece nella decisione e nel tema preparato dai ragazzini che avevano lavorato sul lupo solo con l’insegnante, senza potersi confrontare con i loro pari.

Meno passivi e più forti

In questo modo, la ricerca americana ha dimostrato come davanti a un argomento specifico, lo studio collaborativo metta lo studente in un ruolo meno passivo e gli permetta di sviluppare maggiormente capacità decisionali autonome e strutturate. Il consiglio, ripreso dall’American Educational Research Journal, è particolarmente prezioso poiché lo studio si è svolto all’interno di scuole pubbliche americane i cui iscritti provenivano da fasce di popolazione meno abbienti e di livello culturale basso. Ha infatti dimostrato che lo sviluppo del pensiero critico e costruttivo aiuta i ragazzi non solo nel successo scolastico, ma anche nella vita. E lo studio di gruppo si mostra un ottimo strumento per arrivarvi, anche laddove le famiglie non hanno la possibilità culturale di educare i loro figli in questo settore.

Il bravo insegnante dà ad ogni studente il desiderio di imparare !

Riconosco di aver avuto una certa fortuna nell’incontrare lungo il cammino docenti preparati, che mi hanno saputo trasmettere l’amore per il sapere in senso lato. Ho incontrato però anche docenti estremamente preparati, definibili “pozzi di scienza” nella loro materia che non sono mai riusciti a farsi seguire dai propri allievi.
Questo mi ha portato a chiedermi che cosa cambia da un docente all’altro, quali sono le caratteristiche che li hanno resi così diversi e perchè alcuni posso definirli dei bravi docenti a differenza di altri.
La prima caratteristica è la PASSIONE. Sembra scontato ma di docenti che hanno scelto di intraprendere questo lavoro perchè si sono trovati a non avere altre opportunità lavorative dopo la laurea, ne ho incontrati parecchi negli anni. Altrettanti docenti hanno iniziato bene e nel corso degli anni sono diventati talmente tanto sfiduciati da perdere di vista ciò che li ha portati a inseguire il sogno dell’insegnamento. La passione è ciò che spinge a voler continuamente migliorare, facendoci rimanere sempre aggiornati. È la sete di imparare quella che si deve trasmettere ai propri allievi.
La seconda è senza dubbio la CONOSCENZA REALE e APPROFONDITA della materia che si insegna. Anche questo aspetto dovrebbe essere scontato ma purtroppo non lo è. Io ho avuto persino come docenti di filosofia o di lingua francese docenti che erano laureati in giurisprudenza!
E comunque ciò non toglie che, pur sapendo perfettamente la materia oggetto di insegnamento, questo basti per qualificarsi come buon insegnante.
Quali altre caratteristiche servirebbero allora?
L’ascolto reale e sincero degli studenti, delle loro aspettative, dei loro interessi e delle loro paure.
La comunicazione sincera, diretta,chiara e coerente.
L’approfondimento di alcuni argomenti che suscitano maggior coinvolgimento all’interno del gruppo classe, collegandoli ad eventi reali e moderni per far capire che la storia del passato è più attuale di quanto si pensi.
La valutazione, utilizzata non come identificazione dell’allievo in un voto ma come strumento formativo per farlo crescere e maturare, indicando le aree più deboli e valorizzando le aree in cui eccelle.
Organizzare degli spazi di confronto, di dibattito su temi sentiti dai propri allievi, anche se non rientrano propriamente nei programmi ministeriali.
Instillare il germe della consapevolezza del sapere come qualcosa di utile non esclusivamente ai fini di interrogazione e di un premio, ma come germoglio di crescita personale. Un modo per aprire la mente. Un aspetto formativo per la persona stessa prima ancora che per ottenere l’approvazione degli altri.
La capacità di saper cambiare, di seguire lo scorrere del tempo. In quasi tutte le professioni è necessaria una certa dose di plasticità e di innovazione. Nella professione docente questa è una caratteristica ancora più essenziale perchè i metodi di insegnamento mutano, i modi di imparare dei ragazzi cambiano e, se si rimane troppo ancorati al passato, si rischia di fare danni inimmaginabili.
L’umiltà, caratteristica essenziale per chi fa un mestiere a contatto con altre persone. Nessuno “nasce imparato” (permettetemi l’uso della forma dialettale) ed è sempre bene tenerlo a mente. Chiedere scusa e ammettere di aver errato richiedono grande coraggio. Il coraggio che si deve dare come esempio ai propri allievi. Come possiamo pretendere che siano loro a farlo con noi, se poi non siamo disposti per primi a dare il buon esempio?
Ritengo che faccia la differenza, anche se non è una caratteristica obbligatoria, la fatica che ha caratterizzato il percorso di studi e di vita di un particolare docente. Le persone che hanno imparato a perseguire i loro obiettivi nonostante le difficoltà, che sanno che cosa vuol dire affrontare avversità e problemi nella vita, sono più sensibili a riconoscere e a rispettare le difficoltà degli altri. Con questo non asserisco che chi ha avuto la fortuna di avere un percorso di studi senza particolari difficoltà non sappia riconoscere e aiutare chi ne ha, sia ben chiaro,! semplicemente le persone ,che hanno sperimentato sulla propria pelle le avversità, sono più propense a riconoscerle e a comprenderle negli altri