QUALE BELLEZZA SALVERA ‘ IL MONDO ?

Il latino medievale indicava il concetto di “bello” col termine “bonicellum” ossia il”piccolo bene”, (diminutivo popolare di bonum). Da questa parola deriva nelle lingue romanze il termine per esprimere il “bello”( Il “beau” francese, il “bonito” spagnolo, il “bello” italiano e anche il “beautyful ” inglese). Ma che cos’è questo “bello” inteso come “piccolo bene”? È la bellezza di credere nel bene e nell’amore, nonostante tutto e perfino contro tutto. È la bellezza di perdonare il nemico, di porgere l’altra guancia al violento, di dare la vita per l’altro, soprattutto per chi è più debole e più povero e più solo di te. È la bellezza di chi al terrorismo – su scala mondiale,come su scala nazionale – risponde cercando unitariamente la via della giustizia per tutti, piuttosto che la logica della divisione e della contrapposizione violenta. È la bellezza di chi ama anche chi non lo ama. Di questo “piccolo bene”, di questo bene umile e quotidiano che si perde nella notte del servizio al prossimo, oggi il mondo ha immensamente bisogno! Solo questo “bene” a misura di tutti – perché a misura dei piccoli – è la bellezza che salva, quell per cui vale la pena di vivere e impegnarsi !
Chi potrà dire che questo “bello” non sia necessario e attuale? E, tuttavia, chi potrà garantire che gli uomini – soprattutto i “grandi” e i “potenti” agli occhi del mondo – siano disposti a seguirlo?
Noi oggi dobbiamo solo augurarci che questo “bello” siano tanti ad accoglierlo e a viverlo con grande umiltà, con una fede fiduciosa, con un amore coraggioso e umile!

Cari insegnanti….prima date e poi…chiedete

 

1) Prima date e poi chiedete: agli alunni date rispetto, attenzione, coerenza, comprensione. Prima voi.
2) Entrate in classe pieni di entusiasmo: l’entusiasmo è contagioso. Come la noia.
3) Ricordate che anche i ragazzi difficili sono vostri alunni: non sono maleducati, ma male educati; hanno bisogno di aiuto più degli altri.
4) Mettetevi sempre in discussione. Aggiornatevi, leggete, studiate, confrontatevi.
5) Fate sentire ai ragazzi che volete aiutarli e che vi interessano. Diteglielo.
6) Date molta importanza alle regole e rispettatele voi per primi.
7) Avere una buona autostima è essenziale: gli alunni vi vedono come vi vedete voi. Se non vi stimate non vi stimeranno neanche loro.
8) Privilegiate concetti e metodi: i puri contenuti si trovano anche nel web.
9) La lezione perfetta è quella che costruite insieme agli alunni. È un dialogo, non un monologo. Non si può apprendere senza partecipare.
10) Per essere autorevoli dovete essere preparati e guadagnarvi la fiducia e il rispetto dei ragazzi.

L’identikit dell’insegnante ideale ai nostri giorni?
È lo stesso di sempre: già Quintiliano, quasi duemila anni fa, parlava di un insegnante serio ma non cupo, affabile ma non sguaiato, che non doveva avere i vizi che non ammetteva negli altri, che doveva essere disponibile, conoscere anche il mondo nel quale vivono i suoi alunni: non può fingere che il mondo non sia cambiato.
Un insegnante deve essere un insegnante, un educatore disponibile a vedere al di là di quello che il ragazzo appare: non un amico, non uno psicologo, non un genitore, ma una persona che vuole aiutare l’alunno a tirare fuori il meglio di sé, motivandolo, trasmettendogli il desiderio di imparare. Deve insegnare ad imparare. Non basta insegnare. Bisogna voler insegnare. Non si può diventare insegnanti per ripiego.
Un insegnante autorevole deve avere tutti questi requisiti: deve essere giusto, onesto, coerente, forte, comprensivo, gentile, rispettoso, equilibrato, serio e misurato. Un insegnante deve essere preparato, non solo sulla sua materia, ma anche sulle problematiche dei ragazzi.

Leggere di più e…..ad alta voce !

Leggere è un’attività del tutto innaturale, onerosa dal punto di vista sia fisico (la nostra vista non è fatta per stare a lungo focalizzata su una pagina o uno schermo) sia mentale. Decodificare una stringa di testo impegna diverse aree cerebrali in vorticose operazioni di riconoscimento dei segni, conversione di quei segni in suoni, ricordo delle parole che a quei suoni corrispondono, e interpretazione.
Nonostante l’oggettiva fatica della lettura, molte persone, e anche il sottoscritto, stentano a capire come si possa volontariamente rinunciare al piacere, al conforto e all’avventura di leggere, e restano fermamente (direi quasi: religiosamente) convinte che la lettura sia un’attività non solo indispensabile, ma altamente gratificante. Però tante persone (la maggioranza, almeno nel nostro paese) sono altrettanto certe che non lo sia. Infatti, secondo gli ultimi dati Istat, continuano a non leggere neanche un libro all’anno.
Tra i non lettori si contano anche persone scolarizzate, che tecnicamente “sanno” leggere, ma non hanno mai sperimentato (o hanno dimenticato) il piacere della lettura. Il fatto è, credo, che il piacere della lettura comincia solo quando finisce non la fatica del leggere, ma la percezione della fatica.
Si tratta allora di cominciare a pensare in modo laico e pragmatico.
Insomma: il piacere nasce quando il complesso meccanismo della lettura diventa così automatico e fluido da apparirci naturale, anche se non lo è. Ma questo avviene solo se leggiamo tanto e se continuiamo a farlo con entusiasmo ed energia.
Dicevo prima: l’amore per la lettura è una passione così forte che arriva a somigliare a una religione. E gli adepti, cioè i lettori forti, tendono – secondo me per eccesso di fede – a pensare di poterla trasmettere in maniera, appunto, religiosa: “Leggi, perché è la cosa giusta da fare e te lo dico io!”.
La lettura ad alta voce è, infine, uno straordinario, e temo invece sottovalutato, strumento didattico !
Ma se si vuole ottenere qualche risultato, specie in un contesto difficile come quello italiano, conviene pensare e progettare in maniera del tutto laica e pragmatica.
Dire a un adulto non lettore che dovrebbe cominciare a leggere perché è bello e prima o poi ci proverà gusto, è controintuitivo e paradossale: i suoi ricordi di lettura scolastica dicono probabilmente qualcos’altro. La sua attuale e men che sporadica esperienza di lettura è del tutto diversa. La soluzione brillante sarebbe riuscire ad anteporre, valorizzandolo, il piacere della lettura alla fatica del leggere: c’è un modo per farlo, credo, ed è l’assai sottovalutata lettura ad alta voce.
Si può fare sia in piccoli gruppi, sia per radio, sia in grandi occasioni pubbliche: quelle che, tra l’altro, hanno portato migliaia di persone nelle chiese e nelle piazze a sentire Dante, letto da Sermonti o da Benigni. L’unica condizione è che chi legge sappia e voglia farlo senza birignao, cioè in modo privo di enfasi leziosa. E senza “salire in cattedra”.
Ma la lettura ad alta voce non è solo una maniera per conquistare non lettori, o per incoraggiare i lettori deboli. È anche, come scrive The Atlantic, un’arte intima e perduta che può essere riscoperta, anche tra lettori sicuri di sé, per condividere l’emozione speciale di un libro. Ed è il modo migliore per avvicinare i bambini ai libri. Per ampliare il loro vocabolario. Per migliorare la loro competenza emotiva. Per entrare in relazione con loro. Per farne, da grandi, dei lettori. Ma almeno questi fatti, per fortuna, sono ormai ampiamente noti.
Occorrono ….passione e incanto !
La lettura ad alta voce è, infine, uno straordinario, e temo invece sottovalutato, strumento didattico. Ne ho esperienza diretta e, nonostante sia passato un sacco di tempo, assai vivida.
1975….. frequento un corso abilitante a Brescia, il corso è tenuto dal prof. Romano Colombini., il quale quel giorno ci legge Gadda a voce alta. Gadda è un autore tanto affascinante quanto ispido e complicato. Le lezioni hanno una struttura ricorrente: per tutta la prima parte Colombini legge Gadda a voce alta,poi nella seconda parte, che è più breve, spiega.
Quelle letture, tenute in una grande aula che se ne sta in assoluto silenzio, catturata, sono straordinarie. Sono i toni, le pause, gli accenti e i colori della voce di Romano Colombini a dare ai testi non solo comprensibilità, indicando quel che i testi “vogliono dire”, ma anche fascino, verità, vigore, passione e incanto.
Solo dal modo in cui Colombini dice il nome “Ingravallo” noi, seduti ad ascoltarlo, sentiamo (e non con le orecchie, ma attraverso un’emozione) di che umore è il commissario in quel punto della vicenda. È la voce che legge a trasmetterci la furia implacabile che anima l’invettiva di Eros e Priapo. A dirci che cos’è davvero ….la cognizione del dolore.
Lo riconosco… non ho mai letto né studiato con maggior entusiasmo. Se oggi rileggo Gadda, a distanza di quarant’anni, sento ancora la voce di Romano Colombini !

E’ A SCUOLA CHE SI IMPARA A PARLARE BENE !

Imparare ad argomentare e a spiegare le proprie ragioni, farsi ascoltare, essere efficaci nel racconto a partire dalla capacità di sintesi. In poche parole l’arte di parlare bene, la retorica già insegnata nel mondo classico da autori del calibro di Platone e Cicerone, torni presto ad essere protagonista nelle aule scolastiche.La piattaforma web ,che utilizza il formato di Ted, ha fatto degli interventi in pubblico, rigorosamente contenuti in diciotto minuti, la modalità per comunicare “le idee che vale la pena diffondere”. Ed è meglio partire fin dai banchi di scuola, perché nell’epoca della rete, in cui ciascuno ha accesso al sapere universale, l’aula è uno spazio prezioso per condividere le conoscenze.
Il metodo di Ted è un metodo interessante per imparare a essere efficaci nel discorso: infatti si comprende come in dodici minuti si possono dire un’infinita di cose, tanto più per gli italiani che non sono non certo propensi alla sintesi . La classe è, per sua natura, un palcoscenico pubblico in cui si devono fare comunicazioni in due sensi, fatte di rispetto dell’altra persona, di attenzione, di capacità di comprensione, in un concetto di capacità argomentativa ; e anche di sintesi, visto che gli insegnanti si lamentano sempre del tempo che non basta mai.
Una capacità che diventa fondamentale per i ragazzi e per gli adulti di domani nel valorizzare le idee di valore dei ragazzi .
Del resto la capacità oratoria è entrata da tempo di diritto nelle scuole e nei college inglesi e americani, concretizzando una di quelle competenze trasversali richieste anche dall’ordinamento italiano (ed europeo). Esiste anche un percorso alternativo a quello del saper argomentare ed è quello che educa al dibattito .
Il format mutuato da Ted punta anche a formare i ragazzi a un uso costruttivo della rete: la sfida è che i ragazzi inizino a raccontare cose interessanti, usando il web per condividere le idee . Ma è evidente che la formazione allo storytelling o al public speaking, come oggi vengono indicate la capacità oratorie, non può essere limitata solo agli studenti. Anche i docenti, oggi più che mai, devono imparare a farsi capire e conquistare l’attenzione dei ragazzi !

Cari insegnanti, comunicate…..per includere !

 

“Integrazione” ed “inclusione”, spesso vengono usati come sinonimi ma in realtà sono concetti ben differenti:
Con il termine integrazione si intende il processo tramite il quale le diverse identità vengono incluse, senza nessun tipo di discriminazione, all’interno di un contesto che conserva la sua unità funzionale e strutturale. Se volessimo dirlo in una maniera più “spicciola” integrare vuol dire accettare l’altro, senza però modificare nulla rispetto al momento che precede l’incontro, non recepire niente dalla nuova relazione.
Con il termine inclusione, invece, si scende ad un livello ben più profondo in cui il sistema e il contesto si modificano in base alle esigenze, alle diversità, al tipo di relazione con cui entrano in contatto. È una modalità di relazione che denota un maggior tipo di apertura e di condivisione. È far sentire qualcuno davvero parte del contesto, vuol dire tenere in considerazione i bisogni dell’altro come se fossero i nostri.
E cosa vuol dire inclusione all’interno del sistema scolastico?
Vuol dire fare in modo che TUTTI gli alunni raggiungano il massimo grado possibile di apprendimento, di partecipazione all’interno di un contesto che VALORIZZA LE DIFFERENZE. La valorizzazione delle differenze è il primo grande step che dobbiamo affrontare se davvero vogliamo attuare una didattica di questo tipo.
Ricordiamoci sempre che le idee migliori nascono dal confronto, il quale non potrebbe esistere senza diversità. “Ognuno di noi è bello in quanto unico”, si dice spesso. Ecco, prendiamo come base del nostro cammino questa frase e puntiamo sempre a incoraggiare ogni alunno ad esprimere queste diversità che lo rendono così unico.
Come poter fare concretamente?
Come ben sapete l’apprendimento non è MAI un processo chiuso e viene influenzato da relazioni tra pari, dal contesto in cui avviene e dagli stimoli che quel contesto fornisce. Proprio per questo è utile incentivare le strategie che prevedono un rapporto di collaborazione tra compagni, in piccoli gruppi o a coppie.
Ogni individuo apprende in modi e in tempi diversi. Spesso risulta utile quindi fornire delle forme di organizzazione delle conoscenze come mappe, schemi, linee del tempo, diagrammi e riassunti rispetto all’argomento trattato in classe. In questo modo tutti i soggetti potranno seguire la lezione con le stesse opportunità.
Teniamo sempre ben presente che non sono solo gli alunni a dover adattare il proprio stile di apprendimento cognitivo rispetto all’insegnante di riferimento ma è anche, e soprattutto oserei dire, l’insegnante a dover adattare la propria metodologia didattica rispetto ai differenti stili cognitivi. Un apprendimento significativo è tale se viene accompagnato e sostenuto da una forte motivazione ad apprendere. Motivazione che viene rinforzata grazie all’autostima e all’immagine che gli altri ci forniscono di noi stessi. Non possiamo scindere l’apprendimento dal fattore emotivo.
Vi siete mai chiesti qual è l’obiettivo finale dell’attività didattica? trasmettere le conoscenze… e poi? Il fine ultimo deve essere quello di rendere metacognitivamente consapevoli gli alunni circa il loro metodo di studio e le strategie che tendono ad adoperare più frequentemente.
Per ultima ma certamente non meno importante: la valutazione delle verifiche (che dovranno essere personalizzate)
Deve sempre avere un valore formativo e mai punitivo, deve costituire un mezzo tramite il quale fornire al ragazzo un feedback continuo sui suoi miglioramenti e sui lati sui quali necessita di lavorare maggiormente. Facciamo in modo che il voto non sia un qualcosa in cui identificarsi ed etichettarsi!
Un’ultima raccomandazione: comunicate! Sembra un concetto così scontato, eppure c’è davvero molta carenza di comunicazione, quella vera, all’interno del sistema scolastico. Parlate con i vostri ragazzi, instaurate con loro dei momenti di dialogo, sugli argomenti più disparati. Solo in questo modo potrete conoscerli e farvi conoscere. Solo grazie a questi momenti di condivisione le differenze saranno davvero annullate e tutti potranno portare il loro contributo in ciò che sanno fare meglio.

PROGETTI ANTIRAZZISTI E ANTIDISCRIMINATORI PER UNA SERENA CONVIVENZA MULTICULTURALE !

 

“La promozione di un progetto culturale decisamente antirazzista e antidiscriminatorio, di convivenza e cittadinanza plurale, risulta compatibile con approcci educativi e formativi in Italia, dove la pedagogia interculturale, sorta alla fine degli anni ‘80, ha progressivamente introdotto un’ottica innovativa nella Scuola, nel percepire e recepire l’altro nell’immigrazione e nella convivenza multiculturale. Infatti, secondo l’approccio pedagogico, l’altro non è più considerato solo come portatore di problemi, di istanze deficitarie, di conflitti, ma come opportunità e risorsa di crescita personale e di sviluppo sociale. Il nostro Paese ha iniziato a confrontarsi con il fenomeno migratorio solo alla fine degli anni ‘70. [i] La pedagogia ha attinto dall’esperienza estera e ha recepito l’approccio interculturale, evitando i limiti dell’etnocentrismo e del nazionalismo, transitando da forme compensative dei bisogni alla valorizzazione delle differenze in forme ingenue e folcloristiche, fino ad approdare ad un paradigma interculturale e transculturale compiuto, di scoperta e valorizzazione della cultura identitaria personale, propria e dell’altro, in una prospettiva dialogica, centrata sull’incontro tra soggetti più che tra sistemi culturali differenti.
Così l’educazione interculturale si colloca in una società complessa, dove il pluralismo è la norma, affrontando le problematiche ricollegabili a un’immigrazione non transitoria, ma stabile, nella costruzione di un futuro della convivenza, a partire dall’identità e dalla memoria storica del soggetto e del contesto d’appartenenza. Un’altra importante chiave di lettura, formulata dalla riflessione interculturale, riguarda un capovolgimento di prospettiva, ossia la presenza di bambini, studenti e famiglie migranti, nei servizi educativi e nella scuola, che rappresentano complessivamente un’occasione preziosa per ripensare i propri modelli educativi, didattici, relazionali, organizzativi e per porli in condivisione e discussione. La capacità di accoglienza e di promozione del successo scolastico degli alunni migranti nella scuola permette di verificare il livello di accoglienza del sistema scolastico per sviluppare modalità educative positive per tutti: insegnanti, studenti e genitori. I migranti, all’interno del sistema scuola, fungono da evidenziatori potenti degli assi culturali e organizzativi dei metodi educativi e formativi, tramite la disponibilità a operare una riflessione critica su se stessi, oltrepassando le rigidità dogmatiche, le posizioni difensive, attraverso un decentramento dello sguardo, per cogliere come l’altro guarda noi stessi e come permette la reciproca comprensione, senza osservare asetticamente, capire a distanza e incasellare l’altrui diversità.
Un’ulteriore rilevante acquisizione riguarda il pieno riconoscimento che l’educazione interculturale è una delle voci di un più ampio processo di sviluppo e rinnovamento del discorso formativo necessario per tutti, per le nuove generazioni, nel mondo delle complessità, in cui una solida formazione plurilingue interessa, appunto, il futuro di tutti, in quanto l’apertura e la curiosità verso forme culturali differenti, non solo sono gesti di accoglienza, ma competenze, abilità e capacità importanti per affrontare contesti di lavoro, di impegno, di vita. A livello di macrosistema, l’esperienza interculturale nel nostro Paese sembra contraddistinta dalla discrepanza fra politiche di interazione sociale e scolastica e investimenti economici. Questo aspetto segna un punto di enorme debolezza del nostro sistema, alla luce degli studi comparativi internazionali, che segnalano come il successo scolastico degli alunni migranti avvenga proprio in quei paesi che intervengono con investimenti importanti, per ridurre il dislivello di status economico e sociale delle famiglie, finalizzati a sostenere progetti multiculturalisti, antidiscriminatori, antirazzisti, per sostenere la qualità dell’istruzione nel suo complesso, per cui progetti di educazione, di revisione interculturale dei saperi e della prevenzione della discriminazione e del pregiudizio, dovrebbero realizzarsi anche in scuole che non contemplano la presenza di alunni migranti.
Dunque progetti antirazzisti e antidiscriminatori sono necessari all’interno dell’istituzione scuola e negli ambiti dell’associazionismo culturale, civile e sociale, per rispondere alle grandi domande sull’identità, nei luoghi, nei processi, nelle parole identitarie, nel dialogo tra le discipline, in quanto nessuno è straniero in se stesso, ma solo nello sguardo altrui, per oltrepassare l’ideologia e l’identità culturale, nazionale, etnica e razziale tramite il métissage che riguarda tutti, nel riconoscimento, nel decentramento culturale, nella condizione dialogica, perché la scuola è di tutti e per tutti, nella cittadinanza plurale e reciproca “.

Solo l’insegnante felice è veramente efficace !

 

Durante i miei anni d’insegnamento mi rendevo conto che tanti colleghi ormai avevano acquisito una mentalità orientata esclusivamente a raggiungere il prossimo punto del programma, importante si, ma non al punto da ridurre il lavoro dell’insegnante solo a questo! Il programma non deve avere il dominio su ogni altro ambito del rapporto con i propri studenti!

Chi di solito inizia a pensare in termini solo di programmi ministeriali e obiettivi didattici ammazza, pian piano ,una parte di sé molto importante, una parte della propria personalità. Diventa adulto, dimenticando che dentro di sé c’è ancora un bambino che deve divertirsi, staccare, vivere momenti di pazzia, momenti in cui non si pensa più così tanto al futuro, ma si vive nel presente, si vive l’attimo.

“Coloro che fanno distinzione fra intrattenimento ed educazione forse non sanno che l’educazione deve essere divertimento e il divertimento deve essere educativo”
La scuola in cui viviamo, in cui i nostri risultati devono essere l’apice del nostro valore, ci spinge a pensare che il divertimento e lo stare bene con i nostri ragazzi (e persino il riposo) sia una perdita di tempo.
Una delle 6 regole per vivere una vita felice di Jim Rohn è “Don’t miss anything!” che potrebbe essere tradotta così: “Non perderti niente!” Egli dice che per vivere una vita felice non devi perderti neanche le piccole cose, perché sono quelle che la rendono bella. Se insegni bene, vivi bene, questo è quello che ripeto continuamente e, se vivi bene, i tuoi colleghi e i tuoi alunni lo sentono nella vibrazione della tua voce, lo vedono sulla tua faccia e sono attratti dalla tua personalità.
Spesso succede che non riusciamo ad attrarre gli altri nei nostri progetti e a sperimentare qualcosa di nuovo proprio perché abbiamo delle lacune che ignoriamo. Lavorare va benissimo, raggiungere obiettivi è fondamentale, ma non dobbiamo pensare solo a quello, altrimenti rischiamo di diventare degli insegnanti noiosi e poco attraenti, degli insegnanti arrabbiati, depressi e soli.
L’insegnante saggio sa che 55 minuti di lavoro, più 5 minuti di risate valgono il doppio di 60 minuti di lavoro costante.
Nessuno studente ha mai voluto sentir parlare troppo a lungo solo di matematica, geografia o di storia (a meno che queste non sia fatte in modo divertente e coinvolgente). Infatti, se notate bene, i nostri studenti sono più attratti da quello che diciamo se ci vedono felici. Sono attratti da noi se vedono che in questo mondo frenetico riusciamo a dedicare del tempo alle nostre passioni, ai nostri hobby, alla nostra famiglia. Sono attratti da noi se abbiamo cose interessanti da raccontare.
Cosa dobbiamo fare?
Dobbiamo trovare un equilibrio e quindi dobbiamo trovare il tempo per fare anche cose che non sono un obiettivo. Dobbiamo anche staccare e divertirci e, se possiamo, dobbiamo divertirci mentre lavoriamo. Nella scuola questo è fattibile e molto importante e per fortuna ho incontrato anche insegnanti che svolgevano quest’attività solo per questa ragione, dunque non ero il solo. Alcuni non guadagnavano un euro in più per ciò che facevano ma lo facevano perché stavano meglio, perché potevano divertirsi.
Organizzare delle lezioni diverse con modi differenti, anche per divertirsi insieme ai nostri alunni e colleghi, potrebbe essere una delle migliori cose che possiamo fare per far crescere un clima positivo in classe e fuori.
“Personalmente, mi sono annoiato mortalmente a scuola e sono stato un pessimo studente. Tutti coloro che si occupano di insegnamento dovrebbero continuamente ricordare l’antico motto latino “ludendo docere”, cioè “insegnare divertendo”.
A me succedeva talvolta di trovare persone interessate a sperimentare cose nuove mentre stavo facendo cose nuove per divertirmi e coinvolgere, proprio perché forse avevo un’energia diversa e non avevo in testa solo l’obiettivo del giorno, della settimana o dell’anno che avevo programmato. Non pensavo di dover accontentare o compiacere qualcuno, francamente me ne fregava poco, quindi non ero attaccato al risultato nell’immediato, ma cercavo di guardare sempre il tutto in una prospettiva complessiva costruita di piccoli passi verso la meta prescelta.
Noi insegnanti, quando ci divertiamo, siamo creativi, trasformando qualunque occasione in un’opportunità e questo è fantastico. Abbiamo il sorriso sulle labbra e riusciamo a coinvolgere gli altri molto più facilmente, perché, sorridendo, non si ha paura di essere respinti. Quindi, caro insegnante, lavora e cerca di divertirti, esci fuori dalle solita routine! Chiediti cosa ti piacerebbe imparare e ,se ci sono posti dove anche altre persone si riuniscono per fare quella cosa, vai a conoscerli, non immagini quante cose meravigliose possono accaderti.
Un segreto: l’insegnante che si diverte è più attraente!
Chi si diverte, non è guidato dai suoi obiettivi. Non dice “Ora DEVO divertirmi e farò questo e quest’altro!” Il divertimento non è un obiettivo. Non ha uno scopo. Lo si fa e basta. Lo si fa perché lo si vuole. Chi si diverte è guidato da qualcos’altro, da una forza molto più potente degli obblighi, dai programmi ministeriali o dal nostro misero stipendio. E’ guidato dal desiderio e dal piacere. Chi si diverte è felice e può rendere felice anche qualcun altro perché è in uno stato d’animo molto contagioso e certamente più predisposto a offrire fiducia e emotività positiva.
“Date un credito di fiducia ai vostri alunni e loro ve lo restituiranno con il successo nella loro vita. Magari voi non lo sapete, ma loro si ricorderanno e ve ne saranno riconoscenti”
Si chiama entusiasmo e non c’è niente di più contagioso. Chi è entusiasta, non pensa solo al futuro, ma vive anche nel presente. È aperto, interessato a parlare con chiunque e a condividere il suo stato d’animo con gli altri, non si barrica dietro il proprio ruolo ed è predisposto alla collaborazione con gli altri, non ha tempo per inutili pettegolezzi, non è depresso, nervoso o infelice, il che lo rende disposto ad accettare anche le sconfitte.
Ecco, cari insegnanti,cercate sempre di ritrovare il giovane dentro di voi, quello che vuole sperimentare senza aspettative e non il vecchio che ha tante aspettative ma non ha il coraggio di sperimentare niente. Ci sono tante di quelle cose che potete fare, tante di quelle cose che possono rendervi felici, interessanti e attraenti che neanche immaginate !

“Un cattivo insegnante dimentica di essere stato uno studente.
Un bravo insegnante ricorda di essere stato uno studente.
Un ottimo insegnante sa di essere ancora uno studente.”

Caro insegnante, puoi avere la preparazione più specifica o il programma didattico più efficace. MA SE NON CI METTI IL CUORE, NON HAI NIENTE!
I tuoi studenti non imparano da soli e la loro motivazione ad apprendere non si crea dal nulla, il loro stato d’ animo non rimane positivo, se non ci metti del tuo. La magia accade grazie al cuore.
ECCO, CERCA DI ESSERE L’ INSEGNANTE CHE VORRESTI CONOSCERE !
La vita è troppo breve per non divertirsi soprattutto se si fa l’insegnante!

L’Italia ? E’ ormai in default morale ed economico !

Magari manca ancora il “certificato di decesso”, ma il dato è incontrovertibile. E non è neppure fondamentale disquisire sui presunti colpevoli — quello lasciamolo ai tifosi da bar e da forum che hanno sempre ragione. Tutti, dai rossi agli azzurri, dai verdi ai bianchi, dai neri agli arcobaleno, hanno sulla coscienza l’inesorabile dipartita di un Paese che costituiva storicamente un centro nevralgico di diplomazia, cultura, scienza e finanza. La classe dirigente degli ultimi venticinque anni (composta anche da quei corpi intermedi che fanno l’ossatura del sistema Italia) presa dal suo amore per l’autoreferenzialità, il provincialismo, il nepotismo, la de-meritocrazia, il giacobinismo ha distrutto ciò che di buono avevano costruito le precedenti generazioni. E’ stato un lavoro lento, ma inesorabile. Se fosse stato svolto sotto pagamento di forze esterne o estere, potrebbe persino avere una sua ragione storica. In passato certamente è avvenuto e avviene anche oggi in alcune situazioni, come nel caso dell’UE. Ma il più viene fatto di propria iniziativa, col contributo di tanti singoli egoismi. La notizia di questi giorni è che l’Italia è in deflazione: la riduzione dei prezzi comporta un problema di decrescita, c’è minore domanda e quindi minore produzione, il tutto porta a una riduzione del Pil e dell’occupazione e a un peggioramento del rapporto debito-Pil, con le antipatiche conseguenze che quest’ultimo dato ci regala per rispettare gli antisociali capestro parametri dei Trattati europei. Soprattutto il rallentamento della produzione e la percentuale di disoccupazione giovanile rappresentano un grosso campanello d’allarme. Eppure il Governo predica ottimismo: tutto va bene, siore e siori! Chi non la pensa così è bollato come gufo.                               Ma la fotografia del Paese reale è questa: l’Italia è fallita! Senza l’iniezione di liquidità di Draghi, senza l’aumento di Pil derivante dalla riduzione del costo dei carburanti e dall’Expo, oggi parleremmo di un Paese in controtendenza rispetto alla media dei paesi UE e che dovrebbe mettere un segno meno davanti al suo Pil.E qui si innesta la seconda questione, quella più drammatica. Se l’Italia è fallita, sono falliti anche gli italiani. La classe media precipita ormai verso il proletariato. I poveri sono sempre più poveri e i ricchi — ma quelli proprio ricchi — diventano ultraricchi, tutelandosi con Governi che pare facciano a gara per rimpinguare la loro pancia. La questione delle pensioni di reversibilità è emblematica: si ritocca il reddito ISEE per la sua assegnazione e quindi, di fatto, solo una piccolissima minoranza ne avrà beneficio, comprese le coppie dello stesso sesso che avranno acquisito un diritto solo sulla carta, anzi sulla carta igienica.  Ah, che Paese avanzato quello che scrive mirabolanti diritti sulle Carte costituzionali e poi di fatto li annulla! E in questo contesto non si indigna nessuno, e ripeto, nessuno: le pensioni d’oro sono ancora lì, mentre le pensioni di reversibilità vengono scippate con un colpo di mano, anzi di fiducia, come avviene nella nostra moderna democrazia. Oggi una famiglia di impiegati — se ha una casa — per accedere ai servizi base paga come se fosse una famiglia di ricchi: è normale? è morale? è lecito? è accettabile? Eppure non si osservano segnali di vita dall’encefalogramma piatto della piazza. La gente brontola al bar, sui social e tutto finisce lì. Si reca sempre meno alle urne, questo è vero, ma ormai non è un segnale: infatti dai leader dei partiti agli opinionisti ci si affretta a dire che è normale, che avviene anche in altri Stati.  Poco importa se noi, paragonati a loro, siamo da Terzo Mondo per civiltà politica. La verità è che ci vorrebbe uno scossone, un pesante choc che riporti la classe dirigente a conoscere una parola che da tempo archiviata come demodé: responsabilità. Quella responsabilità non verso il proprio orticello, ma verso le future generazioni. Una responsabilità che il sistema giudiziario — al netto di qualche processo-show per fare carriera, magari una carriera politica — evita scientemente di indagare e reprimere. Fino a quando sarà fallito il senso di responsabilità degli italiani, l’Italia sarà in default morale ed economico, ma fingerà di non esserlo, mettendo toppe qua e là grazie alla connivenza di una Unione Europea che ha tutto l’interesse a tenere nello scacchiere internazionale un’Italia marginale e ricattabile!

Esercitare il pensiero divergente significa affinare lo spirito critico!

Il pensiero divergente è un modalità di ragionamento e di uso del pensiero che spesso viene associata alla creatività. Alla base del pensiero divergente ci sarebbe la capacità di non restare intrappolati nei consueti schemi di pensiero utilizzati quotidianamente preferendo una certa fluidità. Di fronte ad un problema vengono cercate e create soluzioni alternative senza fermarsi alla prima possibilità che viene in mente. La divergenza si crea proprio quando si abbandona la solita prospettiva in cerca di diversi punti di vista.Oggi la creatività viene considerata un ‘plus’ in molti ambiti, ma l’uso del pensiero divergente non è solo una dote, ma in parte è una attitudine che può essere appresa. Come viene impiegato il pensiero divergente a scuola? Joy Paul Guilford, psicologo statunitense, ha definito due modalità di pensiero che costituiscono gli opposti di un continuum dove si situano gli stili individuali. Il pensiero convergente funziona in modo tale da spingere le persone a cercare, davanti a un problema, una sola risposta, cioè quella giusta.

È logica che è alla base dei problemi matematici che ci vengono posti fin da bambini in cui non è possibile avere più di un risultato, per cui la valutazione è netta: giusto o sbagliato. Il pensiero divergente invece è caratterizzato dalla spinta ad individuare più soluzioni che siano accettabili per motivi diversi, ma che abbiano tutte una loro ‘dignità’. È molto difficile pensare di poter individuare uno stile di pensiero superiore all’altro, più probabilmente si tratta di strumenti che si dimostrano utili in contesti differenti. Anche il gioco libero è un mezzo per sviluppare la creatività nei bambini. E a scuola? Nell’ambito scolastico le caratteristiche del pensiero divergente sono poco considerate, coltivate o anzi scoraggiate, fatta eccezione per poche attività. Due sono le aree da considerare: gli aspetti organizzativi e la natura delle materie insegnate. Da un punto di vista organizzativo i motivi possono essere diversi: classi molto ampie, difficoltà a considerare gli stili individuali, maggiore ordine nei compiti e anche una maggiore facilità nella comprensione dei progressi degli studenti. Anche l’indirizzo della scuola incide sulla ‘politica’ che regola la creatività. Nelle scuole ad indirizzo scientifico, c’è sicuramente molto meno spazio per l’uso del pensiero divergente rispetto ad una scuola secondaria ad indirizzo artistico in cui la creatività viene ricercata e coltivata. Coltivare il pensiero divergente si può! Fermo restando che il pensiero convergente ha dei punti di forza che non vanno dimenticati, occorre che anche la scuola cominci ad incoraggiare un ragionamento più aperto a diversi punti di vista. Ciò che va sottolineato e che forse rappresenta un fraintendimento che ostacola l’incoraggiamento alla creatività a scuola come in altri ambiti è che, sebbene nel pensiero divergente si dia poco spazio al ‘giusto o sbagliato’, tutte le soluzioni devono essere comunque valutate. Essere creativi non significa non avere punti di riferimento per costruire delle risposte, ma lasciare lo spazio a scelte meno automatiche. Ecco che esercizi di pensiero divergente possono diventare lo spunto per affinare lo spirito critico con cui valutare le soluzioni alternative. Ecco che il pensiero divergente crea le basi per usare uno stile di pensiero altamente apprezzato dalla scuola.

Ma serve ancora il latino?

Ci sono molti pregiudizi contro il latino. E da lì nasce la volontà di rimozione. Uno è di carattere ideologico. Nasce dal fatto che anche il latino, da fenomeno culturale, è stato un fenomeno “politico”. Mussolini, che sulla mitologia romana fondava la retorica del fascismo, disse che «La lingua di Roma è la lingua del nostro tempo», perché «è la lingua di un popolo di contadini, di guerrieri e di conquistatori». Lui si immaginava che gli italiani dell’epoca dovessero essere così. E poi fu la materia fondamentale nel disegno di riforma della scuola fatto da Gentile. Era insegnata nei classici, scuola della borghesia, e divenne segno distintivo della borghesia. Eppure, quando negli anni ’60 si discusse sull’abolizione dell’insegnamento del latino alle medie, a difenderlo ci furono anche alcuni comunisti: Palmiro Togliatti, Concetto Marchesi e Paolo Bufalini, per fare dei nomi. Anche se sapevano che lo scontro tra servatores e novatores sarebbe stato perso. E andò in quel modo.
Dicono anche che il latino non è utile, che non serve. Ma solo se si applica una logica utilitaristica, di utilizzo immediato. Serve eccome. Il latino è una causa giusta, ma con avvocati sbagliati. Chi dice che “sviluppa la logica” sbaglia, la matematica lo fa di più. Non è il latino che è inadeguato a questi tempi, sono i classicisti. Lo diceva anche Nietzsche: “La classicità va in rovina per opera dei filologi classici”. Non è utile nemmeno chiamare in causa in difesa del latino quelli che, per me, sono fossili.


In questo assedio, questa signoria del presente – che crea degli eremiti di massa – la conoscenza del latino, della storia della lingua e perciò della cultura, ci permette di guardare avanti e indietro allo stesso tempo. Lo diceva Petrarca, ma – si badi – lo diceva anche Steve Jobs


Il latino si ostina a morire e risorgere, e cova sempre sotto la cenere. Per varie vie, lo troviamo ancora qui, e lo usiamo senza saperlo mille volte al giorno. Quando si parla di “deficit”, ad esempio, si parla latino. Quando le tasse sono “una tantum”, è ancora latino. Quando si scrive una mail si usa il segno @, che è latino e vuol dire “ad”, anche se non tutti lo sanno. Il latino c’è, ma questi, certo, sono fossili. Quello che si vede, però, è che la nostra lingua e la nostra cultura sono debitrici del latino.  A Parigi, dopo gli attacchi del 13 novembre, per fare un inno alla vita, si usò una lingua morta. Venne proiettato sulla Torre Eiffel il motto della città, cioè “Fluctuat nec mergitur”, che significa “viene sballottata dalle onde, ma non affonda”. È la città di Parigi, attaccata, che resiste. È un’idea, quella di una città che viene governata come una nave, che ha radici nell’antichità, fino al poeta greco Alceo, ma che è passata, anche con Orazio, lungo i secoli fino a noi. È solo erudizione, dire queste cose? Ed è un caso che, nel momento più difficile e spaventoso, i parigini si sono ritrovati in una frase di tre parole latine? Certo era il motto della città,  ma era nella lingua dell’eternità. Il latino è stata, per secoli, la lingua dei tre grandi dominii: della politica, della scienza, della Chiesa. E anche nel dibattito, lungo e sofferto (cominciato fin da Lutero) in seno alla Chiesa stessa, se rinunciare o mantenere il latino, sono emerse posizioni chiare: era la lingua della tradizione, dell’unità e del mistero. Ma allora prevalse la volontà di parlare ai fedeli, e non ai maestri.  Ma oggi perchè è importante insegnarlo? L’insegnamento dovrebbe distinguere due categorie: da un lato gli specialisti, che lo devono studiare e conoscere. Dall’altro tutti gli altri studenti, ma penso, in particolare, a chi si occupa di beni culturali. Per carità, si può vivere senza conoscere il latino, ma sarebbe una vita peggiore, almeno dal punto di vista culturale. E poi, se si va a vedere, anche economico. Come diceva Pontiggia, se Roma fosse stata in Texas, gli americani l’avrebbero saputa sfruttare meglio.


Lo diceva già Friederich Nietzsche: «La classicità va in rovina per opera dei filologi classici»


E cosa si impara, imparando il latino?
Semplice: a parlare meglio e a capire meglio. Ci si preoccupa tanto dell’ecologia ambientale, ma conta anche l’ecologia linguistica.
Uno può parlare senza sapere che “egregio” significa, in realtà, colui che “spicca dal gregge”. Che il pagano è ”l”abitante del villaggio”, cioè chi è stato raggiunto dalla cristianizzazione solo in seguito, dopo la città. Può anche non sapere che delirare vuol dire “uscire dal solco”, o che “desiderare” e “considerare” sono parole dell’astronomia. Il “desiderio” è il sentimento di mancanza, che prova chi è lontano dalla contemplazione delle stelle, dalla bellezza del cielo. Mentre “considerare” riguarda chi è, invece, in compagnia delle stelle, e può perdersi nel pensiero a guardare gli astri. E meditare.

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Si può non sapere che “sedurre” non vuol dire condurre a sé, ma “condurre in disparte”. E che la religione, da “religio”, non è un legame a qualcosa, come vorrebbe una finta etimologia che fa comodo sia a chi è religioso sia a chi non lo è, ma vuol dire “raccogliere ripetutamente, con scrupolo”. E che il verso è “il solco” dell’aratro. Ripercorrere le parole del latino, e dell’italiano, vuol dire scoprire come ha potuto la lingua di un popolo di coltivatori (per cui infinito è negativo, perché è contrario all’ordine di chi vuole disporre le terre) o di militari diventare così ricca di significati, sfumature profondità.  E non è tutto qui. A parte il valore della brevitas, l’estrema concisione di una lingua che si è fatta grande con la sintesi, che tanto è di moda anche oggi, con i 140 caratteri di Twitter, c’è anche altro: l’importanza del tempo. In questo assedio, questa signoria del presente – che crea degli eremiti di massa – la conoscenza del latino, della storia della lingua e perciò della cultura, ci permette di guardare avanti e indietro allo stesso tempo. Lo diceva Petrarca, ma – si badi – lo diceva anche Steve Jobs.Quindi il valore del latino è il fatto che è antico ?
No. Il problema è che si va a caccia del nuovo, dell’originale. Ma come diceva Berenson, “l’originalità è per gli incapaci”. In questo contrasto tra novum e notum, è meglio situarsi in mezzo. Prendere atto che gli antichi, ormai, per noi sono esotici. Perché sono antagonisti alla modernità, che è la moda. E che a parlare solo del presente, si conosce solo (e male) il presente. E che il latino è la madre certa, anzi certissima, dell’italiano. Non si può rifiutare un genitore senza poi smarrirsi.E cosa occorre per non smarrirsi? Conoscere le parole. È un antidoto importante per il pensiero, soprattutto oggi, che assistiamo a un appiattimento della lingua, in cui si usano mille parole per dire la stessa cosa. E che cosa succede quando si dimentica il significato delle parole?
Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole. Conoscere le parole aiuta a difendersi. Lo diceva anche Cicerone, che pure non è simpatico a molti studenti , anche se non va dimenticato che, per le cose che diceva e pensava, ci ha rimesso la vita. Cicerone lodava, prima di tutto, le parole degli eloquentes, coloro che sanno parlare bene, perché pensano bene – anche a livello etico. Mentre la rovina della res publica, della cittadinanza, era colpa dei disertissimi viri, cioè i gran parlatori, che parlano bene ma pensano male. Sono i demagoghi. Per loro la parola è uno strumento, anzi un’arma di dominio. Contro la quale è difficile difendersi.