Per favore…non diciamo sciocchezze…..La famiglia “naturale” ? Non esiste !

MA NO….NON ESISTE LA FAMIGLIA “NATURALE”! La famiglia composta da un uomo, una donna e i loro figli è solo una delle forme, molteplici, che ha assunto e che può assumere l’istituzione matrimoniale. Non c’è quindi nulla di naturale in essa, tale da farne la forma di famiglia per eccellenza, e tanto meno «la famiglia voluta da Dio», rispetto a altre forme di unione. Di conseguenza, la legge sul riconoscimento delle unioni civili, che estende alcuni diritti (diritti previdenziali e lavorativi, il diritto alla reversibilità della pensione del partner o all’eredità, la possibilità di essere considerati parenti quando i loro compagni o compagne finiscono in ospedale e infine, forse, l’adozione da parte del partner del figlio biologico di uno dei due, già prevista dal 1983 per le coppie eterosessuali unite in matrimonio e dal 2007 per le coppie di fatto eterosessuali) non è un attentato alle fondamenta della società e della convivenza civile, perché il valore della famiglia naturale, quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, non è un valore assoluto. In ciò che segue intendo sostenere la mia convinzione, ben consapevole della difficoltà di smontare qualcosa che è parte del nostro senso comune, di quella comprensione quotidiana di come funziona il mondo, estremamente resistente a ogni scetticismo. Parlare di «famiglia», quale che sia la sua forma, significa entrare nel campo della parentela, ambito di enorme importanza per le società umane, e per questo molto studiato, in modi anche molto approfonditi e articolati, dagli antropologi. L’argomento principe delle posizioni a favore della «famiglia naturale» è dunque l’evidenza di cui sopra, l’evidenza del rapporto di procreazione. Per molto tempo gli stessi antropologi sono rimasti intrappolati in questa evidenza, difficile da scalfire, e hanno sostenuto che la «vera parentela» è quella che viene stabilita a partire dalla nascita, nonostante gli studi empirici attestassero che in molti gruppi umani in molti luoghi si attribuisse lo status di parenti a persone con le quali non sussisteva alcuna relazione biologica. Tuttavia, alla lunga è poi emerso in modo molto netto che qualsiasi relazione di parentela – persino quella, udite, udite, genitoriale – può essere costruita anche dopo la nascita, attraverso azioni o procedure simboliche appropriate culturalmente. Come ha scritto l’antropologo Martin Sahlins in un libro molto bello (La parentela: cos’è e cosa non è, Eleuthera 2014), «[…] contro questo sedimentato senso comune – l’evidenza della procreazione – dobbiamo sforzarci di capire che le categorie di parentela non sono rappresentazioni o metafore delle relazioni di nascita; piuttosto, è la nascita a essere una metafora delle nostre relazioni di parentela». In altre parole: nessuno mette in discussione che per procreare ci vuole l’unione di un uomo e di una donna. E’ un fatto biologico. Ma è altrettanto evidente che la famiglia, l’insieme di persone che partecipano intimamente gli uni delle vite degli altri, è una costruzione sociale culturalmente significativa che include, certo, le determinazioni biologiche, ma si estende molto al di là della biologia, fino al punto in cui le relazioni «extra nascita”, non biologiche, diventano preponderanti rispetto a quelle di procreazione. In altre parole ancora, la parentela è un sistema simbolico che avvolge, nasconde in molti casi, e riveste di senso il dato biologico, conferendogli l’apparenza di «fatto naturale». Per questo sono così tenaci le nozioni del senso comune relative ai parenti, alla famiglia, al «sangue» e così via. La letteratura antropologica dimostra ampiamente che si tratta di varianti locali – non universali – di formazioni culturali e norme sociali che risolvono il grande problema di assegnare un individuo al momento della nascita a un gruppo, che si prenderà cura di lei/lui, gli/le conferirà diritti e doveri, lo sosterrà in caso di necessità, ecc. ecc. Soprattutto, sarà il gruppo che gli/le fornirà sostegno al momento del matrimonio, cioè quando il nostro individuo (maschio o femmina) si unirà a un altro individuo secondo le procedure e le norme sociali appropriate. In tutte le società umane, infatti, il matrimonio è un’istituzione sociale finalizzata a disciplinare secondo il modello culturale la riproduzione e l’assegnazione dei figli a un gruppo piuttosto che a un altro. Che si tratti di una costruzione sociale, tra l’altro, lo dimostra la grande flessibilità che caratterizza l’unione matrimoniale, e che consente per quanto possibile di porre rimedio a eventuali «scherzi» della natura garantendo la finalità riproduttiva: fra gli Igbo della Nigeria, in caso di sterilità del marito, una donna è autorizzata a avere rapporti sessuali con un altro uomo, e i figli procreati saranno legalmente figli del primo (il padre sociale) e non del secondo (il padre biologico). Fra i Nuer del Sudan, come ha documentato il grande antropologo inglese Evans-Pritchard (I Nuer. Un’anarchia ordinata, 1948), è documentato il matrimonio con il fantasma, per cui, qualora un uomo muoia senza figli oppure prima di sposarsi, un fratello o un cugino può sposarsi con una donna in nome del defunto in modo che i figli siano legalmente figli del defunto. Sempre fra i Nuer, esiste il matrimonio fra donne (privo di connotazioni omosessuali): una donna sterile può contrarre matrimonio con un’altra donna, sceglierle un amante e i figli nati da questa unione saranno figli socialmente riconosciuti della donna-marito, membri del gruppo di quest’ultima. Ci sono anche i fratelli della madre chiamati «madri maschi» (Radcliffe-Brown) e le donne agiate Lovedu che cedono il loro bestiame per acquistare «mogli» e diventare così «padri» dei loro figli. Ancora, i Karembola del Madagascar considerano fratelli e sorelle la stessa cosa, e un uomo può così rivendicare la maternità di un bambino. Come gli uomini possono essere madri, le donne possono essere padri. Niente è impossibile nella parentela della procreazione. Le innumerevoli concezioni culturali della procreazione – tutti «sensi comuni» locali – infatti esprimono idee altamente differenziate del ruolo di genitore e di genitrice. La letteratura attesta per esempio casi di misconoscimento parziale: nelle società patrilineari, in cui cioè ai fini della discendenza conta solo la linea maschile, spesso il ruolo della madre è assai svalutato o non riconosciuto. All’opposto, nelle società matrilineari, in cui cioè ai fini della discendenza conta solo la linea femminile, si rileva l’indifferenza verso il contributo maschile al concepimento (è celebre l’ignoranza del ruolo del padre nelle isole Trobiand attestata dal grande etnografo polacco Bronislaw Malinowski). Ma sono documentati anche casi limite dell’esclusione di entrambi. Sono infatti molteplici le persone che si possono incarnare in un neonato, inclusi gli antenati del clan o del villaggio, mentre può capitare che la madre naturale venga esclusa. Nonostante sia parte integrante del senso comune che i legami di sangue sono naturali, la verità è che sono costruiti per convenzione. La casistica sarebbe infinita. Riporto solo alcuni esempi tratti dalla letteratura etnografica. In Amazzonia, una nascita può anche non coinvolgere alcun tipo di parentela, se quello che la donna porta in grembo è il figlio di un animale (spirito / animale). I Kamea della Nuova Guinea ignorano le connessioni fra i nati e chi li ha concepiti. Fra gli Inuit della Groenlandia, quando un bambino è chiamato con il nome del nonno materno, inizia a chiamare figlia la madre che lo ha partorito, marito di mia figlia il padre e moglie la nonna. Insomma, spessissimo la parentela per procreazione si rivela sostanzialmente uguale alla parentela creata socialmente. Un bell’esempio di questa uguaglianza è riportato da Sahlins nel libro citato sopra: per gli abitanti della Nebilyer Valley (in Nuova Guinea) la parentela è creata dalla trasmissione di kopong, «grasso», materia essenziale di tutti gli organismi viventi. Il kopong, trasmesso dallo sperma del padre e dal latte della madre, crea una relazione sostanziale fra il bambino e i suoi genitori biologici. Bene. Però, dato che il kopong si trova anche nelle patate e nel maiale, lo stesso risultato si può ottenere tramite la condivisione delle vivande. In questo modo, aggiungo un inciso interessante, un figlio o un nipote di stranieri immigrati può essere completamente integrato come parente. C’è di più: le relazioni «biologiche» costruite simbolicamente a volte funzionano meglio di quelle «effettivamente» tali; per esempio, due fratelli germani possono essere più affiatati, vicini e solidali di due fratelli per nascita. E’ sufficiente per affermare che la parentela non discende dalla nascita in quanto tale. Al di là dei legami biologici, reali o presunti, la parentela, questa partecipazione delle persone l’una all’esistenza dell’altra, si costruisce attraverso una grande varietà di modi, significativi. In moltissimi casi, la condivisione del cibo ha la potenzialità di creare parentela. Sono tanti i fattori che contribuiscono alla creazione sociale e culturale di relazioni di parentela fuori dalla nascita. Oltre alla convivialità, contano moltissimo il vivere insieme, la condivisione di esperienze e di ricordi (la parentela è basata su un alto grado di vita fianco a fianco, giorno per giorno, e sullo scambio reciproco di atti di affetto), il lavorare insieme, l’adozione, l’amicizia, le sofferenze comuni (secondo gli Ilongot delle Filippine coloro che condividono una storia di migrazione, condividono un corpo), ecc. Le modalità sono pressoché infinite (legate a particolari logiche culturali di relazione), secondo il principio che se una relazione di parentela non esiste, la si crea. Sempre tra gli Inuit, ultimo esempio, i nati nello stesso giorno sono parenti e così alcuni individui, qualora i loro genitori in passato abbiano avuto una relazione sessuale. Quindi, i legami di sangue hanno un valore solo se sono riconosciuti culturalmente, ma in questo diventano uguali in tutto e per tutto ai legami di vita, creati culturalmente. Per quanto mi riguarda, è sufficiente per ribadire che una cosa come la «famiglia naturale» non esiste… A meno che non si vogliano rispolverare le vecchie teorie razziste e evoluzioniste secondo le quali quelle degli altri sono concezioni errate, superstizioni, bizzarrie, stranezze concettuali, ingenuità, scemenze mentre la verità sta dalla nostra parte. Il resto lo lascio alle riflessioni, in un senso o nell’altro, di ciascuno.

LA MEMORIA NON SI COMMEMORA……SI ESERCITA !!!

MA COSA CI PROMETTIAMO DI RICORDARE ? LA MEMORIA NON SI COMMEMORA….SI ESERCITA !!! Ma esattamente dove sono le istruzioni per festeggiare una “giornata della memoria” come quella di questo 27 gennaio dell’anno 2016 facendo finta di niente? Ma davvero oggi risulta potabile e possibile citare Primo Levi fingendo di non sapere quanto sia tradito nelle chiacchiere da bar, tra i commenti che galleggiano nel web, nei giudizi immorali passati come scherno? Esattamente oggi cosa potranno insegnare ai loro figli quelli che non si sono ancora puliti della bava sputata contro qualcuno? Davvero riusciranno a dir loro che un tempo è successo che un popolo sia stato giudicato per la razza, la provenienza e la cultura e sia stato dichiarato colpevole di esserci, di esistere, di occupare spazio geografico, economico e sociale? Ma davvero oggi è possibile spiegare ai giovani che, coperti dall’indifferenza vigliacca della maggioranza, pochi sono riusciti ad ambire alla cancellazione di un intero popolo? Esattamente, oggi, per questa giornata della memoria che è diventata un traino per la cinematografia e letteratura del settore, chi ci promettiamo di ricordare? Gli ebrei ammazzati perché Continua a leggere

Ah! QUELL’OMOFOBIA……..CHE CI PORTIAMO ADDOSSO !!!

Ah! Quell’omofobia….che ci portiamo addosso ! Ero un adolescente agli inizi degli anni’60 e allora spesso l’omosessualità era associata alla pedofilia ! Quell’idea di perversione, che allora si respirava,condizionava il mio immaginario, mi era rimasta nella pancia e anche se cominciavo a sentire e vedere che esistevano omosessuali nel mondo e non sembravano degli sporcaccioni, quell’imprinting era come un filtro tra me e loro. Come ho fatto a liberarmi da questo immaginario? Ho avuto la fortuna di essere una persona curiosa. Ho cominciato presto a girare l’Italia da giovanissimo, ho conosciuto moltissima gente, ho avuto la fortuna anche di conoscere omosessuali dichiarati. Ma se io non avessi avuto l’occasione dell’esperienza della conoscenza, quel filtro non si sarebbe dissolto. Spesso persone che stimo per la loro cultura e che sono realmente convinte della necessità di lottare per i diritti civili di gay, lesbiche e trans, ammettono che PERO’…. se ne vedono due per strada che si tengono per mano……si irrigidiscono, provano turbamento ! Perché non si tratta di essere colti o meno, qui si tratta di cosa ci si porta addosso, nell’ombelico. Fobia significa paura oggettivamente ingiustificata. Qualcosa che mi turba senza un reale motivo. L’omofobia non è solo quella violenta degli insulti, delle sprangate in un vicolo. Che sia ingiustificabile l’omofobia violenta siamo sempre (quasi) tutti d’accordo. C’è una forma di omofobia che tutti e tutte ci portiamo addosso, chi più che meno, e che ha a che fare con Continua a leggere

Conclusione: “E LA STORIA FINISCE QUI !”

E una storia qualsiasi finisce qui….alla fine degli anni ’60….precisamente era il 1968…..si chiude l’incontro d’amore con il mio paese! Si apre per me, all’inizio degli studi universitari, una nuova stagione della vita. Si apre un nuovo capitolo, ma quello appena chiuso con il mio paese d’origine , in realtà, rimarrà sempre aperto….nel cuore ! In cuor mio sentivo di aver avuto tanto dal mio paese e alla sua offerta d’amore avevo certamente risposto con tutta la mia passione e, sia pur con tutti i limiti delle mie capacità, avevo attinto a piene mani a tutte le sollecitazioni affettive, culturali e sociali che Torre offriva negli anni ’50 e ’60 ai ragazzi della mia generazione. La domanda inevitabile a cui sono anche riuscito a dare una mia risposta : perchè, quasi improvvisamente, si compie la scelta di lasciare un mondo che ci ha dato tanto ? Personalmente…..quando, adolescente, sognavo e tentavo di guardare al mio futuro, facevo fatica ad immaginare tutta la mia esistenza nel mio paese d’origine. No ! Non era un grande bisogno d’evasione da quel mondo….ma sentivo la necessità di nuove esperienze, forse perchè in quella mia timidezza, in realtà, era nascosta una profonda inquietudine di tipo culturale e forse esistenziale . E probabilmente proprio questa mia curiosità “irrequieta”, anche nei miei anni torresi, mi aveva spinto ad una sorta di eclettismo, volendo sperimentare tutte le offerte affettive, culturali, musicali e sportive che il mio ambiente mi offriva. Lontano dal mio paese….ho comunque eretto, a mò di scudo, per proteggermi dalle contaminazioni di altre lingue, il mio dialetto torrese- doc, che ho saputo conservare come un talismano, custodito nella cassaforte del mio cuore. Un grazie a tutti i torresi,alla mia famiglia, agli amici della musica e del canto, agli amici del mio tempo libero, agli amici del teatro, agli amici dello sport, ai miei meravigliosi maestri di cultura e di vita( Pietro Putignano in primis) che hanno reso la stagione della mia infanzia e della mia adolescenza tra le più belle e significative della mia esistenza. Grazie….TORRE !

Negli anni ’50- ’60 …….I TORRESI NEL PALLONE !

Negli anni della Ricostruzione in Italia…..già nei primi anni ’50 a Torre la politica divideva i Torresi……erano scontri….che diventavano particolarmente aspri nei momenti pre-elettorali e che vedevano contrapposti i due partiti maggiori DC e PCI. La Sezione del PCI aveva il suo esponente di rilievo nella figura del Dott. Giorgio Lombardo (sarà eletto sindaco di Torre in quegli anni). Il dott. Lombardo, anche per il suo particolare carisma, riusciva a dare un’immagina di grande unità e compattezza del PCI a Torre, unità quasi garantita, in verità, dal centralismo democratico, ereditato dal partito comunista sovietico nei riguardi del quale il PCI, allora, viveva una sorta di sudditanza ideologica. Nella DC torrese dominava, invece, il deus ex-machina del partito, il dott. Muscogiuri, che supportava la segreteria Ariano. Già allora…. anche a Torre ……la DC cominciava ad essere il partito delle “correnti”, un grande partito di centro che, tuttavia, inglobava posizioni ultra-conservatrici…..conservatrici…..e posizioni liberali. E tra i miei ricordi (siamo alla fine degli anni ’50 )c’è uno dei momenti pre-elettorali più tumultuosi che Torre abbia mai avuto! Il prof. Cosimo Fazzi (docente di Filosofia nei licei) osò sfidare nel partito l’egemonia, nella DC di Torre, del dott. Muscogiuri. La furibonda lotta politica si concluse con l’uscita dal partito del prof. Fazzi , che, con il suo gruppo, organizzò una lista di contrapposizione alla DC in vista delle elezioni amministrative! Ma se la politica a Torre in quegli anni era motivo di profonde divisioni…..la musica, il teatro e lo sport, ossia il calcio, improvvisamente univano e i Torresi diventavano Comunità. E allora, in occasione della festa di Santa Susanna, tutti in piazza ad ascoltare….con orecchio da esperti…le bande di Conversano, di Squinzano, di Mottola e di Acquaviva delle Fonti.E il momento teatrale della Rappresentazione Sacra della Passione vedeva una larga partecipazione di popolo ! Quanto al calcio, quello degli anni’50, era un calcio “pionieristico…..un calcio “bello e puro”, praticato con un pallone di cuoio pesantissimo, che dopo la partita doveva essere unto di grasso perchè non si deteriorasse ! E tra i mei ricordi più belli della mia infanzia(avevo 9 anni) c’è un derby Torre- Erchie, disputato in piazza Umberto I…..di fronte al Palazzo D’Andria….uno spettacolo meraviglioso di tecnica e di potenza, offerto da calciatori torresi atleticamente straordinari….uno in particolare….Gigi D’Andria, un difensora centrale….gigante della difesa….imbattibile di testa ! I calciatori di allora erano simbolo sì di un calcio spettacolare ma soprattutto vero….pulito! Ma nei primi anni ’60 i Torresi, ammalati di calcio, finirono nel pallone perchè riuscirono a dividersi anche nel calcio. Per una diatriba tra dirigenti di allora, a Torre, fu fondata un’altra società di calcio, la Polisportiva Torrese, contrapposta all’Unione Sportiva Torre. E la domenica pomeriggio via Latiano diventava un fiume….tanti torresi che si recavano al campo per la partita!E naturalmente gli animi si infiammavano in occasione del Derby Unione Sportiva- Polisportiva (in cui militavano i due fratelli Quartulli).Ma anche nello sport le divisioni non pagano e per le due società il risultato di quel campionato fu piuttosto deludente!La Polisportiva torrese chiuse presto il suo ciclo e i colori torresi continuarono ad essere rappresentati dall’Unione Sportiva. Il nuovo ciclo dell’Unione Sportiva fu gestito da nuovi dirigenti come Mimino Cervellera, Franco Tomai e Antonio Sammarco……con una novità “storica”….la squadra era formata interamente da giovani torresi !Ed io ero pronto a vivere anche l’esperienza del calcio ! Ebbi l’onore di far parte di quella squadra di “campioni”….io, che ero soltanto un centrocampista dignitoso, mi ritrovai a giocare accanto ad una splendida mezz’ala come Mimmi Quartulli e a calciatori fortissimi come Gino Giannelli, Giovanni Arena, Raffaele Piconese e un grande portiere come Alfredo Cacudi. Di quella mia esperienza …un bel ricordo….il derby ” di fuoco” Torre- Erchie con la vittoria della squadra torrese per 1-0 …quel goal….molto bello,che è negli Annali del calcio torrese, ebbe come marcatore un modesto centrocampista…Enzo Parato !Quella domenica sera fu una delle più belle della mia esperienza calcistica…..nei miei riguardi straordinarie manifestazioni d’affetto dei tanti tifosi torresi, espresse con abbracci e pacche sulle spalle!

La Topolino……le incursioni e…..il panino

” Beh! dai..meh! facimundi ‘na passiggiata cu la Topolinu!”. Avevo appena 16 anni, accolto in un gruppo meraviglioso di amici che avevano 2-3 anni più di me. Talvolta mi chiedevo perchè stavo anche così bene con amici più grandi di me …..oggi comunque posso dire con certezza che le esperienze d’amicizia con loro sono state per me importanti e significative perchè hanno accelerato i tempi del mio processo di maturazione. Mimino proponeva il giro in Topolino (un gioiellino di macchina di quel periodo),il cui proprietario era l’amico Dino.Lui la conservava in garage come oggetto preziosissimo da tenere ben custodito! In quella Topolino,che poteva ospitare a stento due persone, ci stavamo in quattro (Dino, Mimino, Franco ed io). Non appena si azionava la messa in moto…ci arrivava un pugno sullo stomaco…..ai nostri occhi la scena consueta…..quel rosso terribile…non c’era benzina! Soluzione immediata….una colletta e dal benzinaio la solita scena : il benzinaio che scuoteva la testa quando arrivava la richiesta di “3oo lire” di benzina (ma dove saremmo arrivati con 300 lire di benzina?) e ,intanto, all’interno io e Franco non riuscivamo a trattenere le risate mentre Mimino rimaneva impassibile ! Eravamo nei primi anni ’60….in paese si vedevano già in circolazione le prime “500” Fiat…allora praticamente quasi un lusso per pochi, davvero un sogno per noi giovani….squattrinati ! E, tuttavia, noi eravamo tanto felici ! Con quella Topolino andavamo in giro per le vie di Torre sino ad arrivare poi a Erchie (distanza 2 Km !) con la continua paura che quel rosso presto sarebbe comparso sul cruscotto a farci l’occhiolino!Unica motivazione della passeggiata in macchina ?Ragazze da corteggiare! Poi c’erano i momenti di …follia…del gruppo…..l’attacco con pietre alla porta della Sede del MSI e al suo custode di allora….”lu Tunatu”, personaggio unico perchè possedeva un suo linguaggio “personalizzato”, un incontro piuttosto improbabile, un misto di dialetto e italiano che ci faceva crepare dal ridere !Quelle pietre lanciate sulla porta della Sezione provocavano un frastuono incredibile a cui seguiva la solita espressione di sorpresa molto contenuta “ti lu Tunatu”…”Perdio!!!!” In quella Sezione del MSI le nostre partite a biliardino(di giovani squattrinati) con un solo gettone diventavano interminabili ….con grande sorpresa “ti lu Tunatu” che continuava a chiedersi come si potesse giocare a biliardino per 2-3 ore con un solo gettone ! E infine….il rito delle cinque del pomeriggio….quando i morsi della fame cominciavano a farsi sentire…..il panino….il panino con la mortadella ! E quando qualcuno non aveva soldi per il suo panino….il gruppo….la solidarietà di gruppo risolveva il problema…..una colletta e si mangiava tutti insieme ! Giovani di una generazione che era sempre pronta a celebrare la festa dell’amicizia solidale e fraterna !

Pietro Putignano… l’amore per il teatro… la cultura… la vita !

” Enzu…tranquillu….dai ca ‘nci la faci!” E io….invece….cominciai a tremare ! Avevo accettato la sfida del palcoscenico quando avevo solo 8 anni nel Teatro dei Padri Carmelitani, avevo partecipato con entusiasmo alla fondazione della Compagnia Filodrammatica dei Giovani Torresi, quasi sempre impegnato in ruoli di secondo piano, ma piuttosto complessi.Questa volta, però, l’impegno che mi veniva richiesto era quasi impossibile da affrontare.In occasione della Rappresentazione tradizionale della Passione, la Compagnia Filodrammatica veniva sapientemente guidata Da Pietro Putignano, maestro elementare innamorato della cultura e del teatro. I ruoli principali della Passione erano ruoli ormai istituzionalizzati: un Gesù straordinario interpretato da Totò Cervellera, un Giuda meraviglioso interpretato da Mimino Cervellera e uno splendido Gran Sacerdote interpretato da Franco Tomai,il personaggio di S.Pietro, molto complesso, interpretato dignitosamente da me e ben rifinito grazie ai suggerimenti del maestro Putignano.Lui era il nostro meraviglioso regista, sempre impegnato a dare consigli e buone indicazioni sulla dizione e sulla recitazione espressiva…..ma lui non era solo un grande esperto di teatro, era un grande innamorato della cultura e ogni sua parola per me diventava una grande lezione di vita! Nel 1965 nei giorni di preparazione della Rappresentazione in occasione della Pasqua, per ragioni personali, improvvisamente Totò Cervellera dovette rinunciare al suo tradizionale impegno nel ruolo di Gesù ! Un problema….immenso….anche perchè la rinuncia arivava a solo un mese dalla Rappresentazione…..un problema per tutti ma soprattutto per Pietro Putignano che si ritrovava improvvisamente senza il principale protagonista. Pietro, pur essendo in difficoltà, non si perse d’animo….bisognava trovare subito un sostituto….non uno qualsiasi…ma qualcuno che, almeno, non facesse rimpiangere chi in quel ruolo aveva dimostrato di essere ineguagliabile ! Il maestro Pietro, allora, mi chiamò in disparte e testualmente mi disse “Enzu….tocca a tei….quistu eti lu momentu tua!” Io ero letteralmente smarrito di fronte a quella richiesta….Pietro mi guardò…comprese il mio stato d’animo e aggiunse :”Enzu…tranquillu….nci la faci!Sarai un Gesù meraviglioso!” Queste sue parole di grande fiducia nelle mie capacità cancellarono in un attimo la mia paura. E fu così!….Un’interpretazione di alto livello la mia….un Gesù che si presentò sul palcoscenico con tutta la sua umanità ( come del resto più volte il maestro Putignano aveva ribadito…..un Gesù…poco divino… in cui trasparisse tutta la sua grande umanità!) In quel periodo….quando ormai già nelle Università si affermavano i “cattivi maestri” (intendo quelli che fomenteranno il terrorismo in Italia negli anni ’70), a Torre, per fortuna, c’erano invece anche i bravi maestri, quelli che preparavano i giovani ad affrontare la vita con grande senso di responsabilità e uno di questi era certamente Pietro Putignano !

ED ECCO A VOI… LA COMPAGNIA FILODRAMMATICA “GIOVANI TORRESI” !

Cadevano le prime foglie…avvisaglia di un autunno sonnolento…..un pomeriggio del lontano 1962 .Con il solito gruppo degli amici amanti del teatro si discuteva di nostri eventuali progetti perchè si desse continuità alla grande tradizione teatrale torrese degli anni ’50…..eravamo nei pressi della colonna di Santa Susanna…..all’improvviso una voce che ci era familiare..”Cari giovani…buona sera….io vi faccio un invito….domani sera ci potremmo vedere al Centro di lettura…vorrei farvi una proposta interessante “. Era lui ..il maestro Carboni….lu ‘Nzinu Carboni che voleva incontrare il nostro gruppo . L’indomani sera ci presentammo in tanti al Centro di lettura…proprio nei pressi della Chiesetta di S.Giovanni….con me c’erano Mimino Cervellera, Franco Tomai, Nino Luzio, Antonio Fazzi,Elio Gallù, Mimmi Quartulli, Salvatore Coppola, Antonio Carrozzo,Antonio Pichierri e Franco Priore.Quella sera nasceva La Compagnia Filodrammatica dei Giovani Torresi. Allora non c’era ancora un Teatro Comunale…erano in attività due Cinema privati, quello dei D’Andria e quello dei Galasso ma noi avevamo la disponibilità dello splendido gioello del Teatro dei Padri Carmelitani, che,tra l’altro,erano entusiasti del nostro progetto.Dopo una serie di modeste rappresentazioni…tra farse e qualche commedia….il 14 febbraio del 1965 la prima impegnativa prima…..un giallo “Delitto in Palcoscenico “.A me fu assegnato il ruolo di un medico….ruolo secondario ma impegnativo sotto il profilo teatrale in quanto si concretizzava al di fuori dello schema “attori in palcoscenico”….infatti con un vero “coup de théatre”…io ero seduto in platea in mezzo al pubblico e, al momento in cui ero chiamato in causa intervenivo nell’azione scenica…in quanto medico in sala…..allorquando dal palco era richiesto l’intervento di un medico, subito dopo il delitto in palcoscenico.Azione scenica per me impegnativa e anche di un certo effetto teatrale.A tal proposito…mi sono talvolta chiesto quali sono i fattori….i meccanismi che possono riuscire a trasformare un “timidone” quale io ero da adolescente (pronto ad arrossire per un nonnulla in una semplice conversazione con gli altri)in una persona sicura di sè quando ero sul palcoscenico e quindi al centro dell’attenzione….e sul palco…sia che dovessi cantare sia che fossi teatralmente impegnato non ero più quel timidone di Enzo ma un ragazzo che riusciva a dare tutto se stesso sulla scena!Poi, leggendo le varie storie di attori celebri e meno celebri, ho saputo che, in genere, tranne qualche eccezione,l’attore nella vita è un timido e un introverso.Mah ! Forse è proprio così….insomma per i timidi il palcoscenico sarebbe il toccasana di tutte le loro insicurezze e di tutte le loro incertezze….e tutto ciò diventa naturalmente una buona terapia per uno sviluppo equilibrato ed armonico della personalità!

ALLU PUZZU TI FORI…IL PRIMO INNAMORAMENTO

” Dai …..facimindi na passiggiata allu Puzzu ti fori…..”. La passeggiata serale allu Puzzu ti fori era un vero rito per i giovani torresi nei primi anni ’60…..c’erano anche i giovani che trasformavano la passeggiata in un vero e proprio scambio culturale ma la passeggiata in Via Oria in genere era fatta di sorrisi….di sguardi languidi e, talvolta, ci scappava anche qualche innamoramento con qualche bella ragazza torrese di quel periodo ! La mia passeggiata prevedeva la piacevole compagnia di uno dei miei più grandi amici dell’epoca, Antonio……con lui si parlava anche del nostro futuro ma la nostra passeggiata aveva in realtà una sola motivazione di fondo…..gli sguardi amorosi e i sorrisi da dedicare a qualche “beddha vagnona”! Eravamo adolescenti che si illuminavano di fronte al sorriso di una bella ragazza , che per noi era tutto….eravamo giovani che anche in famiglia avevamo ereditato la purezza dei sentimenti…..il rispetto nei riguardi dell’altro sesso. Del resto poi l’unica vera…grande occasione per poter stringere a sè l’amata erano le festicciole in casa di qualche amico in cui il rituale era costituito dai balli “lenti”….quelli su una mattonella….che consentivano finalmente un bel contatto fisico con l’innamorata. E anche per me arrivò il primo innamoramento….la prima passeggiata “furtiva” nei pressi del Convento (erano le nove del mattino (sic!) di una calda giornata estiva)con una stupenda ragazza di prorompente bellezza che tanto successo riscuoteva allora tra i giovani torresi. Inutile nascondere che il suo “sì” in quella calda mattinata di giugno del 1964 mi fece sobbalzare e mi fece sentire un “latin lover” a 17 anni! Bella storia quella…il primo incontro…..con l’amore adolescenziale…..emozione indicibile ma storia che ( come spesso sono le belle storie degli innamoramenti adolescenziali)….durò soltanto lo spazio di un mattino !

CON “I FRATELLI DEL SOLE”… 5 ANNI CON LE CANZONI DEGLI ANNI ’60.

Quel giorno loro suonavano con strumenti ancora privi d’amplificazione un grande successo dell’epoca ” La casa del sole” e alle loro voci si unì la mia voce….fu una bella scoperta per me ma soprattutto per gli amici Stanisci!Quando tutto fu amplificato cominciai ad avere dimestichezza col microfono e lentamente riuscii a scoprire la notevole “duttilità” della mia voce, che riusciva a fare passaggi dalle più basse tonalità sino a quelle più alte….e così cominciai a cimentarmi con le canzoni di Morandi, quindi con le canzoni di Tony Del Monaco per passare, senza problemi, ai toni cavernosi delle canzoni di Bobby Solo e di Michele. Loro, i miei amici meravigliosi mi accolsero a braccia aperte…..diventai così la “voce” di quel complesso che allora ebbe il nome de ” I Meridionali ” e poi quello de ” I Fratelli del Sole”. Per circa un mese fummo impegnati in prove talvolta logoranti…finalmente con amplificazione e chitarre elettriche con pianola : notevoli i sacrifici finanziari di mamma e papà Stanisci….ma loro sarebbero stati capaci di fare qualsiasi sacrificio per quei figli che non volevano rinunciare alla loro passione per la musica ! Dal 1962 al 1966….cinque anni bellissimi in un momento storico della musica in Italia…..I Meridionali come complesso cominciano ad affermarsi prima a Torre…poi varcano i confini territoriali…..ammirati e richiesti nella provincia di Brindisi, poi in tutto il Salento con tour estivi indimenticabili sulle spiagge ioniche con le canzoni di Bobby Solo, di Sergio Endrigo, di Battisti, di Don Backi e di Fred Bongusto (bella la sua “Rotonda sul mare!). Non potrei tuttavia non ricordare un amico indimenticabile…Ettorino Maiorano , che spesso si univa al nostro complesso, …..era un “creativo” della chitarra….per lui la chitarra era “gioia”…”fantasia”….strumento sì ma…..insofferente a piegarsi ai rigidi schematismi della musica…utile solo per fare un viaggio verso l’infinito . Ettorino nell’estate del 1964 trascorre con me un mese intero per avvicinarmi, nella mia casa, alle prime nozioni di base della chitarra……infatti anch’io ormai disponevo di una chitarra….regalo dei miei per la mia promozione al terzo anno di liceo (che frequentavo a Francavilla Fontana). Mi piace tuttavia fare un’ultima annotazione sulla mia esperienza musicale con i fratelli Stanisci : la nostra generazione aveva un suo preciso biglietto da visita…..amava molto il “noi”….l’io era praticamente inesistente. Io cantavo ed ero felice……e quando qualcuno mi proponeva di tentare la via del succeso canoro….non mi entusiasmavo più di tanto perchè non riuscivo ad immaginare un mio futuro canoro….in definitiva ero contento di condividere con gli amici un’esperienza meravigliosa….quella del fare musica “artigianale” senza grandi pretese! Ci accomunava una grande umiltà (forse patrimonio di una generazione che sapeva vivere le sue esperienze gioiosamente…senza arroganza e senza alcuna forma di arrivismo).La nostra bella stagione della musica fu anche condivisa da altri carissimi amici come Antonio Pace con la sua tromba, Mario Grottoli col suo sax, Alberto Muscogiuri con la sua chitarra ed Elio Gallù(anche lui…un eclettico…. come me amava cimentarsi col canto, con il teatro e con il calcio).