IL TEATRO TORRESE…..NEGLI ANNI ’50

“Braviiiiii……..bravissimiiii….” era una vera e propria”standing ovation” (si direbbe oggi)….quella riservata agli attori della Compagnia teatrale diretta da un meraviglioso personaggio storico torrese “Donna Nina”. Nella seconda metà degli anni ’50, contadini, commercianti, impiegati……di ogni livello sociale si mettevano a disposizione di Donna Nina per la Sacra Rappresentazione della Passione…..con grande entusiasmo…..soprattutto per continuare la meravigliosa tradizione torrese della Rappresentazione del Dramma religioso. Erano persone non più giovanissime, che si mettevano in gioco, pur non essendo forniti di un adeguato livello d’istruzione,con evidenti lacune nella recitazione, che riuscivano a colmare sotto la guida sapiente ed entusiasta della regista. Erano difficoltà nella dizione…. determinate anche dalla inevitabile contaminazione di quella lingua italiana del 1300 da parte del dialetto torrese, che qui e là, nella recitazione, faceva “capolino”….con conseguenze imprevedibili… “esilaranti” e, talvolta, farsesche ! Tra i miei ricordi (io avevo forse 13 anni )c’è un episodio che personalmente considero simbolico, quasi un vero passaggio di testimone, dall’impegno teatrale di attori volenterosi degli anni ’50 all’impegno teatrale della “Compagnia Teatrale dei Giovani Torresi”, fortemento voluta dal maestro “Nzinu Carboni” e poi magistralmente diretta da un Regista eccezionale come Il maestro e poeta Pietro Putignano. Eravamo ormai alla fine degli anni ’50 e, forse per l’ulima volta, la Compagnia di Donna Nina si esibiva nel Cinema D’Andria……eravamo spettatori “divertiti” in galleria io e i miei amici”terribili” dell’epoca….Mimino…Franco…Dino ecc…..era l’ultima scena del Dramma con la scena finale del suicidio di Giuda (interpretato da “Cusiminu Pappagallo”)……al grido di Giuda “io m’impicco” che diventò “io mi ‘mpicu” accadde il finimondo….mentre il palco tremava per via del terremoto scenico provocato dietro le quinte …a quel terremoto si aggiunsero grida dalla galleria mentre sul palco e in platea “piovevano” bombolette “puzzolenti”dal fetore insopportabile ,che provocarono un fuggi fuggi generale e trasformarono quel momento drammatico del suicidio di Giuda in una scena finale comica….quasi farsesca! Si chiudeva così un’epoca del teatro torrese degli anni ’50, un teatro bello perchè fatto di spontaneità ma anche straordinario perchè persone umili si impegnarono perchè il Teatro a Torre potesse sopravvivere !

Come sarà la quarta rivoluzione industriale….ripensare le fabbriche con il digitale !!!

Ripensare le fabbriche con il digitale: è questo il cambiamento che lancia la sfida sulla competitività Il primo obiettivo è prevedere i guasti improvvisi che bloccano le catene di montaggio e causano gravi perdite economiche. Così, grazie ai bit, la fabbrica diventa intelligente È l’ora di portare Internet nelle fabbriche. Che non vuol dire consentire agli operai di usare Facebook o Whatsapp durante l’orario di lavoro. Vuol dire ripensare le fabbriche con il digitale. E quindi ripensare il modo in cui gli oggetti vengono progettati (su un computer, ovviamente); i primi prototipi realizzati (con una stampante 3D, per esempio); la catena di montaggio monitorata in tempo reale per prevenire guasti tecnici (con dei sensori, molto spesso); i prodotti distribuiti e seguiti nel loro viaggio fino al punto vendita (con dei semplici bollini a radio frequenza, per intenderci); e i comportamenti dei consumatori analizzati in tempo reale (attraverso quello che dicono sui social network, di solito: una messe di dati che servono a capire il gradimento effettivo, eventuali criticità e quindi ricominciare il giro, progettando nuovi prodotti). Questa rivoluzione è già iniziata e si chiama Industry 4.0 (in Italia, Fabbrica 4.0). È iniziata non a caso in Germania, paese leader in Europa della manifattura. Perché la novità è tutta qui: il digitale non serve più solo a creare prodotti e servizi digitali (siti web e applicazioni per intenderci), ma oggetti. È il mondo dei bit che entra in quello degli atomi per renderlo più efficiente, produttivo, competitivo. Insomma, ridare slancio all’economia e alla crescita stitica di questi anni. Perciò se il capo di un grande gruppo industriale in Italia vi dicesse — come spesso in effetti dicono — “che mi importa di Internet, io faccio navi”. O auto. O rubinetti. O qualunque altra cosa. Raccontategli la storia dell’Internet dell’industria, che dopo l’Internet delle persone — il world wide web — e l’Internet delle cose — il forno che parla al frigo, per intenderci — , è arrivato per cambiare non solo il modo in cui lavoriamo, ma anche restituirci la prosperità perduta. Non si tratta solo di slogan. Il digitale invece di rottamare le fabbriche (come qualcuno aveva frettolosamente predetto immaginando un mondo in cui chiunque ormai può farsi una fabbrica in casa o in garage), gli può dare nuova vita. L’esempio più eclatante è forse quello delle stampanti 3D, considerate all’inizio come un oggetto quasi fantascientifico e poi diventate bandiera dei makers e degli artigiani digitali che inventano nuovi prodotti. Ecco, quelle stampanti, che realizzano un oggetto aggiungendo dei materiali invece che sottraendoli (additive manufacturing), portate in fabbrica, consentono di avere dei prototipi con tempi e costi infinitamente ridotti rispetto al passato; e anche, in qualche caso, di realizzare componenti complessi finiti. Per esempio parti dei motori degli aeroplani sono già fatte così e nel 2020 General Electric prevede di realizzare 100 mila pezzi l’anno in questo modo riducendo il peso di ogni singolo aereo di oltre 400 chilogrammi (e quindi abbattendo il consumo di carburante). Ma uno dei vantaggi più clamorosi della Fabbrica intelligente sarà l’obiettivo “zero downtime unplanned”: cioé il fatto che non accadrà più che la catena di montaggio si fermi per un guasto improvviso visto che una rete fittissima di sensori — il cui costo ormai li rende alla portata di tutti — avviserà in tempo reale i tecnici di una rottura in vista. Perché è importante? Secondo uno studio di General Electric, il 10 per cento dei voli in ritardo dipendono da guasti imprevisti, un problema che ci costa circa 8 miliardi di euro l’anno senza contare il disagio e lo stress di chi viaggia. Per i nostri figli questo problema non esisterà. Ecco perché la storia appena cominciata è importante per il nostro futuro. In estrema sintesi, è questa. Alla Fiera di Hannover, il più grande appuntamento mondiale di tecnologia industriale, nel 2011 per la prima volta si è parlato della necessità di “computerizzare la manifattura” usando il termine Industry 4.0, diventato poi un mantra; l’anno seguente un gruppo di lavoro guidato dai massimi rappresentanti dell’industria tedesca (Bosch, Siemens, Deutsche Telekom, SAP), ha presentato un pacchetto di raccomandazioni al governo e nel 2013 sono state pubblicate le considerazioni finali. Che in sostanza dicono questo: la prima rivoluzione industriale nasceva dall’acqua e dal vapore nei sistemi di produzione; poi è venuta l’energia elettrica; infine Internet. Ora siamo nella quarta rivoluzione industriale, ovvero in quel tempo in cui il confine fra il mondo fisico e il digitale sparisce. L’era in cui i bit governano gli atomi. E la fabbrica diventa intelligente. Se vi sembra che tutto ciò assomigli molto alle profezie dell’economista e futurologo americano Jeremy Rifkin, non siete lontani dal vero. Siamo in quel mondo lì, ma dalle visioni siamo passati alla politica industriale: Industry 4.0 è uno dei pilastri della Germania della Merkel (200 milioni di euro il budget iniziale); negli Stati Uniti di Obama è stata attivata una Smart Manufacturing Leadership Coalition, che mette allo stesso tavolo università, centri di ricerca e grandi aziende per creare standard condivisi; e nel Regno Unito è da poco partito un progetto simile denominato, con una certa ambizione, Catapult. E in Italia? Stiamo muovendo solo adesso i primi passi. Eppure già nel 2012, piuttosto silenziosamente, era partito il Cluster per la Fabbrica Intelligente che vede già 300 associati, quasi tutti al nord. Insomma, in qualche modo ci siamo anche noi, anche perché, come sostiene il gran capo della Direzione della Commissione Europea sul digitale, Roberto Viola, “essendo l’Italia un paese manifatturiero, questa partita non la possiamo giocare per stare a metà classifica, dobbiamo batterci per lo scudetto”. Visti i ritardi colossali che come paese abbiamo sulla diffusione della banda larga e l’adozione del digitale, l’obiettivo è perlomeno sfidante. Ma vale la pena di provarci. Secondo un recente studio degli economisti di Prometeia, l’effetto delle stampanti 3D sulle piccole imprese artigiane vale una crescita record del fatturato, stimata attorno al 15 per cento. C’è ovviamente un problema di competenze e di nuove professionalità (non a caso il Ministero dell’Istruzione ha promosso il cluster italiano): l’ingegnere meccanico digitale e l’analista di big data da qualche parte dovranno formarsi. Ma il mondo che c’è in vista non è una fabbrica senza persone, garantisce il capo dell’ufficio studi mondiale di General Electric, Marco Annunziata. Non dovremo fare una gara con le macchine per salvare il posto di lavoro, ma imparare a lavorare con le macchine per lavorare meglio: «Per usare la metafora di un film, non stiamo andando verso Tempi Moderni di Chaplin, ma piuttosto verso Iron Man ! (R.L.)

Al Sud… anche allora uno Stato… assente !

” Caro Maresciallo…ma ci lu Statu no esisti…..quarchetunu poi pigghia lu postu sua ….o no?”. Era Papà che si rivolgeva al Maresciallo dei carabinieri, intervenuto nei pressi della Masseria “Pasuni”, territorio di Oria. Anche nei primi anni ’50 nelle campagne del brindisino (e quindi anche di Torre e di Oria) erano frequenti i furti di olive, fenomeno tenuto sotto controllo da vere organizzazioni mafiose(ben radicate a Oria e a Latiano) che offrivano la loro protezione ai vari proprietari degli uliveti del territorio brindisino. Mio padre, che era soltanto un piccolo proprietario, avendo necessità della materia prima cioè le olive per il frantoio oleario, era costretto a prendere in affitto grandi estensioni di uliveto sia nella zona di Avetrana “Masseria di “Mutunatu” sia nell’Oritano dove aveva preso in affitto la splendida Masseria di “Pasuni”(proprietaria una Contessa di Oria). L’uliveto di Avetrana era controllato anche di notte grazie ai turni faticosi di mio fratello Rocco( con evidenti preoccupazioni in famiglia) mentre l’uliveto dell’Oritano era alla mercè dei ladri della zona.Il fenomeno, purtroppo, non si riusciva ad arginare, anche perchè forse troppo esteso o forse anche sottovalutato dalle forze dell’ordine. Papà, nonostante le continue denunce dei furti subiti,aspettava un deciso intervento dei carabinieri, intervento che non era visibile nemmeno all’orizzonte! Mio padre tuttavia, nel frattempo, cominciò a notare che i furti ormai non riguardavano più qualche proprietario, che risultava….quasi graziato….dai ladri d’olive ! Finalmente…Papà venne a sapere a chi rivolgersi per avere la garanzia della protezione dei suoi uliveti, mentre il fenomeno ormai era completamente sottovalutato da chi aveva il dovere di intervenire.Quando il Maresciallo si presentò nell’uliveto di mio padre in quel di Oria e invitò mio padre e gli altri proprietari a denunciare chi controllava il triste fenomeno, mio padre disse che tutti sarebbero stati pronti a denunciare se lo Stato avesse assicurato la loro protezione e la tutela dei loro uliveti.Il Maresciallo rimase in silenzio…..non sapendo cosa rispondere…..mentre Papà su quella vicenda faceva la sua triste considerazione “Marescià…quannu lu Statu no esisti….poi quarchetunu lu sostituisci….e certu…no eti na bella cosa…eh!”.

La vera amicizia…appartiene all’infanzia !

“Forza….Enzo…ce la possiamo fare….cerchiamo di pensare a qualcosa di originale!”Le parole erano dell’amico Giampiero, che per me era Giampi. Avevamo 8 anni io e Giampi, figlio del sindaco di Torre nei primi anni ’50. L’ amicizia con Giampi nasce nei banchi di scuola in quell’edificio “fascista” di via Oria. Un’amicizia che all’inizio è solo….concorrenza……per entrambi un obiettivo….quello di essere il più bravo della classe, stimolati benevolmente anche dal nostro maestro di allora Bartoluccio Sasso, che ci faceva innamorare della storia e della poesia !Quell’amicizia con Giampi diventa presto scambio di giochi. Io andavo spesso nella sua casa in piazza….quasi di fronte alla Chiesetta di S. Giovanni…attratto dai suoi giocattoli  ! Tanti davvero….una stanza piena di trenini e automobiline ! Ma il clima che si respirava in paese contagiava anche due bambini di appena 8 anni ! Avevamo naturalmente grande simpatia per la falce e martello, il simbolo del PCI, con cui il papà di Giampi, dott. Lombardo aveva vinto le amministrative nei primi anni ’50 in un momento storico in cui anche in provincia di Brindisi dominava la DC. Ma io e Giampi volevamo creare un nostro simbolo…un simbolo diverso da quello del PCI e allora siamo stati insieme per tante ore ,dando fondo a tutta la nostra creatività per cercare di inventare qualcosa che desse sì l’idea di un simbolo di lotta e di riscatto…ma che non fosse quello della falce e del martello ! E allora pensavamo ad ….una spada oppure a qualcos’altro che doveva far pensare subito ad un partito nuovo e giovane! L’amicizia con Giampi fu un’amicizia intensa ma molto breve perchè finì all’età di undici anni quando la sua famiglia  si trasferì a Roma. Ci salutammo con grande tristezza ed io non volli essere presente al momento della sua partenza. Con Giampi ci siamo incontrati a Torre soltanto nel 2008(abbiamo anche ricordato insieme, sorridendone, l’episodio del simbolo del partito che da piccoli volevamo creare)avendo ormai sulle nostre spalle le vicende di una intera esistenza (in quell’occasione lui,gentilissimo, mi telefonò per avermi accanto : l’amministrazione torrese aveva deciso di commemorare con una targa ricordo il papà di Giampiero ossia uno dei migliori sindaci nella storia amministrativa di Torre, ma quelli… erano altri tempi …tempi in cui rifulgevano l’onestà e l’integrità morale di chi era chiamato ad amministrare l’ente locale!  Quell’amicizia con Giampi non era mai stata scalfita dal tempo e dal distacco….era rimasta sempre quella….bella e forte di un tempo!

E se cominciassimo a eliminare le periferie?

Diventa in questi giorni sempre più aspro….talvolta anche violento…..il confronto tra i cosidetti “buonisti” e i cosidetti “oltranzisti” a proposito delle vicende terroristiche che insanguinano questo nostro tempo, mietendo tante vittime innocenti. Non entro nel merito delle disquisizioni sulla geopolitica che ha condotto alla proliferazione del terrorismo nel mondo ma mi sembra che ,alla base del fenomeno, ci sia un quadro mondiale di forte instabilità non solo politico-economica ma anche e soprattutto determinata dalle condizioni di particolare emarginazione sociale sociale che riguardano milioni di persone nel nostro pianeta.. E a tal proposito potremmo far entrare nelle nostre riflessioni l’analisi di talune espressioni linguistiche ,che hanno fatto capolino nel racconto sull’identità dei terroristi, che in questi giorni hanno dato l’assalto a Parigi e alla Francia. Un luogo comune sulla identità dei terroristi vuole indicarli come islamici…ma sappiamo che si tratta appunto di un luogo comune. Personalmente continuo ad essere attratto dall’espressione “giovani dei sobborghi”….parigini, di Bruxelles….di Amsterdam…..di Londra. I sobborghi sono quartieri “sub borgo” cioè fuori….fuori dalla città….fuori dalla convivenza della città….in “periferia”. Non stiamo parlando di giovani che provengono dal Medio-Oriente ma di giovani….nati in Francia….in Belgio….in Inghilterra……cittadini francesi….belgi….olandesi….inglesi. Loro sono stati accolti in Europa….i loro genitori sono stati accolti in Europa ma sono stati solo accolti……in realtà collocati subito ai margini della convivenza sociale….appunto nelle periferie….luoghi del degrado e della frustrazione. Da sempre le periferie sono state inventate come luoghi dell’anonimato….di una umanità senza volto e senza nome…..qui è avvenuto l’incontro tra la civiltà europea accogliente ma gelosa della propria “egemonia ” culturale e la civiltà araba “forte” della ricchezza culturale dell’Islam. L’accoglienza verso i nuovi arrivati è stata accoglienza “epidermica”……io ti accolgo….ti consento di conservare tutto ciò che appartiene alla tua storia ma “non rompere le scatole” con la richiesta di una tua reale integrazione e io ti concederò financo….la cittadinanza…per gentile concessione ! Accolti…ma mai integrati nella convivenza civile e politica della Nazione di cui, pur essendo cittadini, non si sono mai sentiti cittadini! La periferia ha fatto il resto….la vita nei sobborghi di Parigi…di Londra ecc. è stata e continua ad essere vita di frustrazioni e di miseria morale, che è quella più difficile da sopportare, anche quando si vivono condizioni di benessere materiale. La periferia è degrado anche nelle piccole realtà territoriali dove, qualche volta, siamo sconvolti e sorpresi da vicende delinquenziali che riguardano giovani “di buona famiglia”, che, improvvisamente,si trovano alla ribalta della cronaca nera dopo un’infanzia e un’adolescenza vissuta nell’emarginazione di una periferia…sociale….circoscritta dal “filo spinato” di una società “perbenista” che non li ha mai voluto veramente come suoi figli ! Enzo Parato

Le donne della mia infanzia…….quanto amore…..quanta forza…..quanto coraggio !

“Forza….su…….siamo pronti per il bagnetto…..coraggio……e non scappare eh!” Avevo appena 2 anni e quella voce imperiosa ma convincente era quella di una Zia straordinaria, Zia Gina (di Oria), cognata di mamma. Lei si occupava del mio bagnetto in giardino….era un rito…..lei che mi inseguiva e io che cercavo di farla franca ! Quel rito era arricchito dalla sua voce gioiosa, un rito fatto sì di gesti abituali ma molto spesso anche di giochi scherzosi. Una Zia meravigliosa….di lei ammiravo la sua forza, la sua voglia di vivere, il suo entusiasmo che diventava culto del lavoro e che non consentiva mai di tirarsi indietro nè a lei nè a chi le stava accanto !Quanto a mia madre si era subito calata nel ruolo di mamma di tutti in famiglia e non era facile!Quando ero piccolo mi chiedevo talvolta ” ma cos’è che può aver sollecitato una donna di quasi 40 anni ad affrontare non solo il matrimonio…in un altro paese….ma anche a sobbarcarsi all’impegno di essere subito, senza tentennamenti, mamma di ben 4 figli non suoi! Col tempo ho compreso che quella sua scelta era già compresa nel suo DNA, che aveva, come distintivo fondamentale, la missionarietà, la vocazione a spendersi per gli altri ! Del resto….sua sorella…Zia Lucia nei primi anni ’50 era già missionaria negli USA prima (25 anni nel NordAmerica) e poi 10 anni in Australia a Melbourne dove fondò l’Istituto delle Figlie del Divino Zelo, suo nipote Giovanni, missionario rogazionista in America Latina e, persino, un suo Zio Monsignore in quegli anni a Taranto. “Nina….nceti lu Enzu? Fallu viniri sobbra ca lu vogghiu!”: era la voce familiare della Zia Vittoria,sorella di papà, che affacciata alla finestra( che dava nel nostro giardino) chiedeva di me a mia madre…..io (avevo circa 8 anni) correvo da lei……arrivavo trafelato,immaginando la solita…graditissima scena : lei pronta ad imboccarmi…….ah! quelle polpette così buone…. con un sapore arricchito da una notevole dose di aglio! Io ero golosissimo di quelle polpette, pur rifiutandomi sistematicamente di mangiare altra carne che non fossero polpette! Quelle poi erano uniche perchè erano le polpette della zia Vittoria! E quella era per me anche la buona occasione per essere invitato a pranzo dalla zia Vittoria ! Quando passavo da via Galaso sentivo poi un’altra voce familiare “nah!!! lu Enzu mia! trasi figghiu “e quel grande abbraccio della Zia Nina (la sorella maggiore di papà)mi scaldava il cuore perchè avvertivo la bontà d’animo di quella Zia…sempre attenta….sempre prudente….con la corona del rosario tra le mani ! ” Aspetta ca tegnu toi biscotti e li fichi ccucchiati!”….gesti d’amore…..d’accoglienza nei riguardi di un nipote che si sentiva amato da quella Zia dalla flebile voce! Le mie donne…..queste donne meravigliose della mia infanzia….non per caso donne figlie di quel periodo della ricostruzione, esprimevano quella forza, quella bontà,quel coraggio,quel senso del sacrificio che, forse, solo le donne, in quanto donne, riescono a dimostrare anche nei momenti storici più difficili!

“LU PRUFICU” e una bella lezione di vita!

“Eccu….lu sta vviti ? Quistu eti lu pruficu!” Mio padre, nella campagna della via di Erchie, in una splendida giornata di sole mi spiegava come avviene l’impollinazione degli alberi di fico…..io avevo solo otto anni e passeggiare con papà, in quel meraviglioso ficheto della via di Erchie, per me era sentirmi già grande e provare una straordinaria emozione! Le sue non erano solo spiegazioni su madrenatura, ma diventavano per me delle vere lezioni di vita. Era sorprendente! Quell’albero di “pruficu”, che non dava frutti da mangiare, era indispensabile per tutti gli altri alberi di fichi!….Un elenco infinito di varietà …..li fichi “ianculeddi”….li fichi “monache” e poi quelli ” ti la signura ” (della signora), che forse essendo “della signora” avevano un sapore straordinario e, non per caso, mio padre aveva piantato due alberi “ti la signura” proprio davanti alla casa di campagna di via Erchie….a far bella vista ma anche perchè quelle prelibatezze fossero subito disponibili per essere raccolti e offerti agli ospiti e agli amici che venivano a trovarci. Mio padre aggiunse…..a proposito del “pruficu”…. che nella nostra vita dobbiamo essere attenti a fare le nostre riflessioni anche sulle persone…..aggiungeva che spesso quelle insignificanti (come, in natura, il “pruficu”) sono fondamentali per il successo e per il benessere degli altri……poi mi faceva l’esempio di tanti personaggi di successo nella vita che non sarebbero mai stati così importanti se non avessero avuto accanto le persone giuste….quelle che ti vogliono bene e che quasi…..ti spianano la strada ! E così quella passeggiata in campagna con papà per me diventava anche una splendida lezione di vita!

Una vita normale ? E’ il fallimento ! (Forse il testo è un pò lungo…..ma è degno di grande riflessione!)

Siete appena tornati a casa dopo una lunga giornata di lavoro. La vostra macchina è in garage. Vi sentite stanchi. Cenate e vi rilassate sul divano davanti alla Tv. Fuori sta piovendo. Terminate così la vostra routine quotidiana: addormentandovi nel giro di qualche minuto. Bene, appartenete a quei “fortunati” che hanno ancora un lavoro. Avete una casa, ma anche un mutuo. L’attività che svolgete è totalizzante e non vi lascia tempo per vivere. In questo modo, però, potete permettervi di pagare le tasse, le rate, qualche capo d’abbigliamento alla moda e di concedervi una vacanza forzosa nei periodi di ferie. Impiegate il vostro scarso tempo libero per uscire nei centri commerciali, nei bar o per cenare nei ristoranti. Probabilmente credete in Dio e nel fatto che il libero mercato implichi la libertà dell’essere umano. Perfetto avete una vita “normale”. Avete mai riflettuto sul concetto di normalità? Che cosa significa essere normali? Perché le persone vivono secondo un preciso tipo di normalità e non un altro? Siete realmente voi che state scegliendo come spendere il vostro prezioso tempo? Ha senso vivere in questo modo? Rende felici gli esseri umani? La normalità non è una condizione casuale, ma è il riflesso delle esigenze del sistema nel quale un individuo sperimenta la propria esistenza. Oggi, in particolare, in un mondo dove predomina il credo della dottrina neoliberista, risulta “normale” tutto ciò che è utile al capitale. La società in cui viviamo, con le sue regole e le sue prassi, ci appare normale perché siamo cresciuti al suo interno. Se avessimo avuto la possibilità di crescere in un’altra società, quella attuale ci sembrerebbe del tutto folle, anche se in effetti, soffermandosi a pensare, bisogna ammettere che ci apparirebbe folle perché in fondo lo è. Oggi la maggior parte dei lavori non vengono scelti dai lavoratori, ma è il sistema che tramite un ricatto economico costringe gli individui a svolgere determinate mansioni, ed a subordinarsi nei confronti di altri esseri umani. Se c’è richiesta di operai si andrà in fabbrica, se c’è domanda di programmatori si lavorerà per una software house e così via. Interessi, piaceri e volontà passano in secondo piano in una società capitalistica. Quando il dio è il profitto, l’umanità deve rinnegare la propria volontà per piegarsi alle sue necessità. Anche i luoghi di ritrovo usuali sfruttano la socialità dell’individuo per ricavarne un profitto. Non è affatto casuale che invece di riunirsi in un parco, per camminare in un bosco o in riva ad un fiume, le persone preferiscano passeggiare in un centro commerciale. Nel sistema capitalistico le persone vengono indotte a preferire il grigiore dei negozi allo splendore della natura. Lo stile e le mode degli indumenti che vengono comunemente indossati, sono stabiliti dalla grande distribuzione. Osservando una via affollata, un elevato numero di persone indossa puntualmente il medesimo modello di scarpe, che però varia di anno in anno. Quelle calzature rispecchiano in modo palese la strategia della massificazione, utile ad accrescere il profitto delle grandi marche. Alcuni non indossano più i capi dell’anno precedente non perché inefficienti, bensì perché fuori moda. Anche i percorsi di studio sono fortemente influenzati dal mercato, perché all’interno di una società capitalistica, lo scopo della scuola non è quello di fornire gli strumenti cognitivi necessari per maturare uno spirito critico, o quello di aiutare a coltivare le proprie passioni, ma di sfornare lavoratori docili ed ubbidienti, disposti a credere alle fandonie utili al potere e a subordinarsi per 8-12 ore al giorno per svolgere i ruoli utili al capitale, senza avere troppe pretese rivoluzionarie. Ecco allora che fioriscono gli indirizzi tecnici e le facoltà d’ingegneria, che notoriamente consentono di ottenere molto più facilmente di altre un contratto di schiavitù; ed ecco che in molti sognano di fare il medico in virtù dell’alta remunerazione, o di apprendere le lingue orientali, perché pensano che in futuro quella scelta gli garantirà maggiori possibilità lavorative. Si tratta di palesi distorsioni indotte dalle logiche attuali basate sul motivatore economico, che solitamente non scaturiscono da una reale e sincera passione, ma sono il frutto dei condizionamenti sociali. La maggioranza delle persone risulta fortemente influenzata dal sistema e dai suoi potenti condizionamenti nella scelta del lavoro, del vestiario, del corso di studi, dei luoghi di svago e persino nel modo di pensare, perché il sistema ha il potere di stabilire l’ordine naturale delle cose, quello che per l’appunto in molti chiamano “normalità”. Quegli individui non scelgono come vivere la propria vita, ma si arrendono inconsapevolmente ad un modello, lasciandosi trasportare da quello che appare il fisiologico decorso degli eventi, che in realtà è subdolamente imposto dai condizionamenti della società nella quale hanno esperienza di vita. Le imposizioni sono evidenti ed iniziano fin dalla tenera età: obbedisci, vai alla messa, vai a scuola, vai a lavorare, sposati, fai dei figli, compra una casa, compra una macchina, paga il mutuo, paga le tasse, segui la moda, guarda la tv, leggi i giornali, vai a votare, non lamentarti, non protestare, evita di pensare e soprattutto non dimenticarti mai di ripetere: «io sono libero, io sono libero, io sono libero…». Si potrebbe ingenuamente ritenere che i condizionamenti siano finalizzati ad assicurare delle buone condizioni di vita per l’umanità. Purtroppo però, oggi il sistema socio-economico-culturale non insegue la libertà, né la felicità o il benessere degli esseri umani, ma è orientato a soddisfare la brama di profitto. Il sistema oggi ha bisogno d’individui disposti a schiavizzarsi per 8-12 ore al giorno, di consumatori incalliti che vestono alla moda e di menti stanche, distratte ed assonnate davanti alla Tv. Il sistema ha bisogno di cervelli che non sono allenati al pensiero critico, che imparano a memoria i dogmi religiosi, economici e politici necessari alle élite per esercitare il controllo sociale. Il sistema ha bisogno di una massa docile, ubbidiente e incapace alla ribellione, che vada a votare chi userà il potere dello Stato contro di loro. Il sistema ha inscenato un’esistenza stereotipata da mettere al servizio delle esigenze del profitto, che produce l’ingiustizia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’inefficienza indotta da un evitabile iper-consumo e che, oltre a condannare futilmente l’umanità ad un iper-lavoro, è causa principale dell’inquinamento ambientale. La legittimazione dei processi d’accumulazione stratifica la società. Gli individui si dividono in classi in base alla loro posizione sociale. Non ci sono esseri umani che condividono comparabili condizioni di benessere, ma sfruttati e sfruttatori, schiavi e schiavisti, parassiti e lavoratori, ricchi e poveri, occupati e disoccupati… A forza d’inseguire il profitto si concretizza una sorta di follia sociale. Ecco allora che per poter accettare un simile destino gli esseri umani devono convincersi del fatto che tutto ciò sia “normale”. A tal fine il sistema forma le menti, le distrae, le disorienta impedendo di pensare. La normalità deve diventare la migliore delle condizioni possibili, che dev’essere addirittura difesa e ricercata, in quanto percepita come una nobile aspirazione. Il sistema condanna la massa ad una routine meccanica, vuota e priva di significato, nella quale viene negato il tempo necessario per vivere la vita e per esercitare la propria unicità, caratteristica tipica di ogni essere umano non condizionato, che si può naturalmente osservare nei primi anni di vita di un bambino, quando il suo stile di vita è ancora puro, perché non ha ricevuto stimoli sufficienti da renderlo normalizzato. Il bambino è ilare, iperattivo, curioso, creativo, non ha paura, è libero, la sua casa è il mondo. Se per caso queste caratteristiche venissero mantenute integre anche in età adulta minerebbero profondamente il sistema capitalistico, che opprime e annulla gli individui, trasformandoli in ingranaggi inconsapevoli al servizio del capitale. Per mantenere la sua stabilità, il sistema capitalistico non ha bisogno di una massa di esseri umani pensanti, critici, scettici e razionali, né d’individui rivoltosi, disubbidienti e rivoluzionari. Il sistema non ha bisogno di persone creative, originali e stravaganti, né tanto meno d’individui liberi… ma di esseri “normali”. Da qui discende la necessità del controllo dei processi formativi ed informativi in concomitanza dell’attuazione di apposite tecniche di controllo e condizionamento sociale, ai più note come indottrinamento e propaganda. Quando un individuo cede adattandosi alla normalità, il sistema ha vinto. L’essere umano sperimenta così un fallimento che si riassume con la parola sopravvivere, anziché vivere. Infatti il doppio ruolo di lavoratore-consumatore, che il capitale ha ideato per la massa, non contribuisce a migliorare l’esistenza degli individui che lo sperimentano, semmai causa smarrimento, sminuendo il senso della vita. Le relazioni umane, i rapporti disinteressati, il tempo per l’arte, per la scienza, per il gioco e per l’amore vengono sacrificati futilmente in luogo d’una dimensione economica ipertrofica, che è divenuta totalizzante e che non vede altra meta se non quella d’inseguire il denaro. Il lavoro coatto, protratto e forzoso, tipico del capitalismo, è causa di stress, depressione, ansia e malattie. Grazie all’inefficienza dell’attuale sistema economico-produttivo, gli individui trascorrono il loro inestimabile tempo di vita tra la disperazione della disoccupazione e l’asservimento alienante del lavoro, quando non sono costretti a riparare il fisico dai danni d’una attività che non è pensata per essere piacevole o salutare. Il bisogno al consumo viene gonfiato mediante campagne pubblicitarie e apposite operazioni di marketing, modellando gusti e abitudini comportamentali. Affinché sia un perfetto strumento per il profitto, il consumatore deve perennemente vivere nell’insoddisfazione e nell’invidia, pensando di poter trovare sollievo acquistando ancora, ancora e ancora di più. Ma il consumismo non riuscirà mai a colmare le lacune d’una esistenza svuotata di significato, perché in realtà gli esseri umani non hanno bisogno di consumare, mentre invece hanno bisogno di vivere. La felicità non è una questione di consumo, ma di tempo in abbondanza da vivere in libertà, al riparo da preoccupazioni come la minaccia dello sfruttamento, della malattia e della povertà. Ecco che cos’è oggi, in estrema sintesi, la normalità: una massa d’individui normalizzati che lavora e consuma senza rimettere in discussione il paradigma dominante, contribuendo inconsapevolmente al mantenimento del sistema che li sfrutta, li opprime e li annulla. La normalità è un’insieme di costrizioni travestite da false necessità sociali utili al profitto, ma non di certo agli esseri umani. Nel mentre che l’inestimabile tempo della vita, l’ecosistema e la libertà, vengono sacrificati in nome della ricchezza d’una élite, miliardi d’individui vedono sfumare la possibilità di condurre un’esistenza di felicità. Cedere ai condizionamenti e adattarsi alla normalità, invece di ribellarsi, opporsi ed impegnarsi in prima persona per cercare di costruire una società migliore, è proprio quello che il sistema vuole che la massa faccia, perché in questo modo essa stessa contribuirà al mantenimento dello status quo. Chi si accontenta del proprio sfruttamento e invita gli altri a seguire il suo esempio invece di lamentarsi, di ripudiarlo e tentare di lottare contro di esso, cercando d’ideare un’alternativa per superare quella condizione, deve essere anche consapevole del fatto che sta gettando le basi per lo sfruttamento della propria generazione e di quelle che verranno. Per superare le imposizioni e le ingiustizie, liberarsi dalle costrizioni che oggi caratterizzano le vite di miliardi di esseri umani e creare le condizioni necessarie per far fiorire una nuova società, la massa deve fuggire dalla normalità, sforzandosi di manifestare la propria unicità. Le più grandi menti, gli artisti più talentuosi ed i più formidabili atleti sono da sempre tutt’altro che individui normali. La normalità stermina le capacità, impedendo all’individuo di realizzarsi sprigionando le proprie potenzialità racchiuse nel suo essere. Un processo che a cascata condanna l’intera umanità. Aspirare alla normalità rappresenta un’attitudine imposta subdolamente dal sistema, perpetrata con lo scopo di relegare alla massa specifiche funzionalità, riducendola in condizione di sfruttamento e di privazione di libertà. Per riappropriarsi del tempo necessario alla vita è doveroso sottrarre terreno a quella normalità economica che oggi è divenuta totalizzante, per restituire spazio alla creatività, al gioco, ai sentimenti e perché no, all’ozio. Per fuggire dalla trappola che attanaglia l’umanità, è necessario spezzare la normalità della forma mentis fideistica, iniziando a esercitare lo scetticismo e la razionalità. Studiare, informarsi e criticare in modo costruttivo le dinamiche sociali, al fine di smontare pezzo dopo pezzo tutti i dogmi utili al sistema. Superando quella normalità fatta di egoismo e di ricerca del profitto, l’umanità potrebbe finalmente iniziare a cooperare per costruire un sistema sociale nel quale la normalità significhi essere liberi di esprimere la propria unicità, senza più condizionamenti e false necessità sociali, che riducono gli esseri umani a meri schiavi inconsapevoli al servizio dell’esigenza di profitto d’una élite sfruttatrice e parassitaria. La strada della rinascita dell’umanità passa per il rifiuto della normalità. (M. M.)