Da Poggiardo a Torre Santa Susanna……..storie di migrazione nel Salento negli anni ’50!

Da Poggiardo a Torre…..troppi km. allora…negli anni ’50 ma quelli erano gli anni di una migrazione da Sud a Sud…..lavoratori dei frantoi che da Poggiardo e altri paesi del Basso Salento migravano per lavorare una intera stagione (quella invernale) nei trappeti di Torre. Quei volti di lavoratori straordinari li osservavo nel frantoio di famiglia….sempre disponibili con una gran voglia di lavorare anche perchè a Poggiardo e dintorni avevano lasciato la famiglia che sostenevano con i loro sacrifici di un’intera stagione. Luigi….Antonio…..Giuseppe diventarono per me non solo dei nomi ma componenti della mia grande famiglia in un rapporto di fiducia reciproca tanto che quei volti familiari li osservavo con simpatia quando ogni giorno erano a tavola con la mia famiglia mentre mia madre si occupava con gioia del pranzo e della cena per tutti quanti! Era il segno di una convivialità straordinaria con persone che io stimavo e che sentivo come parte importante della mia famiglia. In famiglia avevo i miei santi protettori in Gabinio e Rocco, i miei fratelli più grandi, ma, accanto a loro, sentivo come angelo protettore anche il più grande degli operai del frantoio, Luigi, persona amabilissima ! Era lui che, quando io tornavo a mezzogiorno dalla scuola,mi consentiva di indossare la tuta e di lavorare con lui nel depositare l’impasto delle olive sui “fisculi” da collocare poi sotto le presse per la spremitura….avevo poco più di 10 anni ma mi sentivo importante e orgoglioso di poter dare una mano alla famiglia! Gli operai di Poggiardo dormivano nella nostra grande casa di via Diaz e ritornavano a Poggiardo solo alla fine della stagione invernale, dal momento che Poggiardo-Torre negli anni ’50 era una distanza proibitiva !

Che bello……guardarsi negli occhi !

Su…..guardiamoci negli occhi!!! Nonostante il contatto possa essere a volte poco piacevole, non bisognerebbe mai abbandonarlo. In un’epoca dominata da smartphone e computer, è certamente necessario continuare a toccarsi, sfiorarsi, guardarsi per mantenere viva la relazione con gli altri. E’ evidente che quando due persone non si vedono, la qualità della loro relazione diminuisce. I social network possono rallentare questo declino, ma non fermarlo definitivamente.E quindi….. abbiamo bisogno davvero di guardarci negli occhi l’un l’altro !

LU CASTIEDDU E LA RADIO !

Lu Castieddu….il Castello di Torre tra ricordi e tante leggende intorno a uno dei monumenti più belli del paese. Quella sera, all’inizio dell’estate del 1953,in un periodo in cui la radio in Italia sperimentava tanti collegamenti oltreoceano, anche a Torre si decise di organizzare una serata speciale…..la serata della comunicazione via-radio con i nostri migranti che erano negli USA con un collegamento emozionante con amici e parenti che vivevano in America. Anche per me quella fu una serata speciale….di indicibile emozione perchè un bimbo di appena sei anni riuscì a sentire la voce della Zia Cia (Suor Gennarina)(sorella di mamma e suora missionaria negli USA) e a scambiare con lei dei saluti molto affettuosi.Per me una serata da incorniciare tra i ricordi più belli…..quella voce della zia che da un altro mondo gridava il mio nome”..Enzo….mi senti? …Enzo….mi senti?”… mentre mia madre, commossa, mi suggeriva “dì….ciao Zia….ciao Zia…come stai?”. Quell’emozione fu una delle più belle della mia infanzia…sia perchè ascoltai la voce di una Zia che per me era già un mito sia perchè avvertivo che tante cose stavano cambiando a Torre e nel Sud con i primi segnali di una tecnologia che si affacciava nella vita di chi allora viveva i primi anni della ricostruzione nel nostro Paese.

LASCERA’ SOLO MACERIE…..

Corre senza fiato e….lascerà solo macerie ! Di Craxi ha l’arroganza e la presunzione,ma non il profilo da politico di lungo corso (l’uomo che aveva ridato orgoglio a un Psi umiliato dal compromesso storico) e l’aura dell’Internazionale Socialista intorno, oltre che il partito nel pugno. Di Berlusconi ha lo stile da istrione e la ciarlataneria, che piace a molti italiani, ma non il capitale monetario e umano che Mediaset e Publitalia (con qualche compartecipazione quantomeno opaca) assicuravano. Dei precedenti leader non è neppur degno del confronto. Aveva, in compenso, fin dall’inizio un’unica risorsa su cui puntare: il mito della velocità. Mito marinettiano (un po’ frusto per la verità, un se c o l o p i ù tardi). E un unico profilo da presentare: quello che Walter Benjamin aveva chiamato il carattere del distruttore (quello che conosce “solo u n a p a r o l a d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”; e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso”).Come nel caso della nuova tecnologia usata in America per produrre idrocarburi, frantumando gli strati schistosi,anche Matteo Renzi pratica, programmaticamente, il fracking, generando energia dalla frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide , e dalla macchina dello Stato. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa. Rischiando di lasciare tutti – dopo aver fagocitato tutto -“ nudi alla meta”. O meglio, nudi di fronte al potere, dopo la distruzione dei diversi corpi intermedi che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso , delle strutture di rappresentanza politica e sociale, delle culture politiche, capaci di aggregare individui e frammenti sociali, del suo stesso partito. In una parola, di quella complessità organizzata che da sempre ha garantito un livello, sia pur minimo e insufficiente,di pluralismo e di articolazione in una società complessa, preservandola dal rischio e dalla tentazione dell’uomo solo al comando di fronte a una società di atomi competitivi. (M.R.)

L’incontro con la diversità e il rito del pane fatto in casa !

Nei primi anni ’50 la “Muta” circolava per le vie di Torre . La “Muta “….ma chi era la “Muta”? Era un’anziana donna sordomuta, forse abbandonata anche dai parenti, che quasi ogni giorno usciva dalla sua abitazione (forse in via Latiano) e si recava nelle case di coloro che erano disposti a darle almeno un tozzo di pane. Per la sua difficoltà di linguaggio si esprimeva con i gesti e con versi gutturali che letteralmente terrorizzavano un bambino come me (avevo appena 4 anni). Quando la povera donna arrivava in via Diaz io correvo in casa e mi nascondevo per non incontrarla. Mia madre sull’uscio, avendo sentito del suo arrivo, le si faceva incontro e la invitava ad entrare in casa.Io, nascosto dietro la porta della camera da letto, osservavo la scena di quest’incontro: mia madre che avvolgeva nella carta un bel pezzo di pane caldo (appena uscito dal forno di casa (della nostra cucina “economica” che occupava uno spazio di circa 20 mq.!)e lo consegnava alla povera donna che la ringraziava ,baciandole le mani. Osservai più volte quella scena……. quello spezzare il pane che mia madre divideva con la “Muta” per me fu un meraviglioso esempio di incontro misericordioso con la diversità. Mia madre aggiungeva nell’occasione che spezzare il pane con chi aveva fame era l’azione più naturale di questo mondo!Da allora ho compreso che l’incontro con la diversità ci arricchisce moralmente e spiritualmente! Quel pane….quel pane fatto in casa…..cotto nel forno di casa…..aveva un sapore straordinario !In quel pane c’era la fatica di mamma ma anche di mio padre che, di buon mattino, si levava per impastare (” cu trempa lu pani…dicevamo).Già…perchè il segreto del pane fatto in casa era (ed è)l’avvolgitura cioè un particolare modo di impastare.Io osservavo con grande curiosità quel rito dell’impasto….osservavo e ammiravo la forza di papà che era attento ad avvolgere la massa su se stessa senza “strapparla”. Prendeva l’impasto con le dita serrate e i pollici incrociati, spingeva verso il basso con i palmi delle mani. Così facendo la palla, con tre o quattro “giri”, si avvolgeva su se stessa, diventava ovale, presentando nel mezzo una piega, la cosiddetta “piegatura”. I movimenti di papà erano decisi, delicati e veloci!Quell’impasto era fatto di pazienza e di forza, due “ingredienti” che davano i loro frutti: più si impastava e più il glutine si sviluppava, con il risultato di un pane leggero e ben lievitato ! L’immagine di mamma e papà, uno accanto all’altra, impegnati insieme, di buon mattino, nell’impastare il pane è immagine che non solo non ho mai cancellato dalla mia mente ma ho conservato tra i miei ricordi più belli come stupenda immagine di “condivisione” coniugale !

Il Cinema Galasso……l’attesa della domenica !

I bambini degli anni ’50 e quelli degli anni ’60 non avevano tecnologie per i loro giochi e per il loro tempo libero, pertanto, erano costretti a “sognare”, a “immaginare” , ad attendere ….sempre…..persino il premio settimanale di un bel film la domenica pomeriggio faceva parte dell’immaginario! Avevo 7 anni e, durante la settimana, cercavo di risparmiare qualche lira per raggranellare le 25 lire del biglietto del cinema. La mia casa distava appena 10 metri dal Cinema Galasso in via Diaz…..una via a pochi metri dalla splendida colonna di Santa Susanna, protettrice del paese. Durante la settimana sognavo il cinema….mi avvicinavo quasi furtivo alla cabina di proiezione….. estasiato dal frastuono della macchina di proiezione, azionata da un vero personaggio dell’epoca “lu Mimmi”……rimanevo lì vicino…..a volte per tanto tempo e immaginavo dalle parole degli attori anche la scena del film ….. mettevo in movimento tutte le mie capacità creative! E poi l’attesa….l’attesa della domenica quando con le mie 25 lire, nel primo pomeriggio, entravo….. con emozione indicibile…. e, al buio, cercavo il mio posto per continuare a sognare con le immagini di Tarzan o di qualche pistolero dei tanti western che venivano proiettati per la gioia di tanti bambini. Durante la settimana, in genere, erano programmati i film per adulti e i cartelloni di film osèe stimolavano le mie fantasie infantili e adolescenziali!

“Lu sciarabbai” e il primo incontro col mistero della morte !

Un sole splendido quel giorno di quell’estate del 1953…..Papà mi aveva promesso il mio primo viaggio sul biroccio(bi-roteus due ruote) (in dialetto “lu sciarabbai”) da Torre a Oria, il paese di mamma e io guardavo estasiato quel cavallo maestoso, che ci avrebbe portato in poco più di mezz’ora nel paese,che io sentivo già come parte di me stesso e che poi amai tanto per i suoi vicoli e per il suo meraviglioso castello. Viaggiai accanto a mio padre e ammirai gli uliveti e i vigneti della nostra terra….. mentre “Ciccillu” (il cavallo) trottava con passo regale! Amai tanto quel cavallo, che, per me ancora così piccolo, rappresentava il simbolo della forza e dell’eleganza!Ritornai gioioso a Torre, anche perchè mi sentivo veramente arricchito da quel viaggio sul biroccio, un vero gioiello di famiglia e un mezzo di trasporto che, a breve, sarà poi sostituito dalle prime pochissime automobili, che, nei primi anni ’50, cominceranno a circolare a Torre S, Susanna. Ma il dramma era dietro la porta….o meglio dentro una stalla dove mangiava e riposava il nostro meraviglioso cavallo ! Una sera, rientrando a casa , trovai volti preoccupati in famiglia…..i miei genitori e i miei fratelli erano affranti attorno al cavallo disteso per terra…nella stalla…ormai morente (il cavallo mangiando la sua razione serale di paglia aveva inavvertitamente ingoiato un chiodo…che nemmeno l’intervento del medico riuscì a recuperare). Quella sera…(avevo solo 6 anni) piansi tanto per la morte di quello splendido animale…..fu il mio primo incontro con il mistero della morte…..imparai che anche le cose belle vanno via…..anzi proprio quelle spesso raggiungono il cielo per prime!

La croce sopra il Campidoglio .

Nella vicenda della lenta ago­nia, fino all’annuncio delle dimis­sioni, del sin­daco di Roma Igna­zio Marino, alle gerar­chie eccle­sia­sti­che (Cei e Vica­riato di Roma, più che Vati­cano) e a parte dell’associazionismo cat­to­lico (comu­nità di Sant’Egidio in testa) spetta un ruolo di primo piano. Non per­ché sia stato papa Fran­ce­sco con le sue dichia­ra­zioni «ad alta quota» di ritorno dall’America — «io non ho invi­tato il sin­daco Marino a Phi­la­del­phia, chiaro?» — a deter­mi­nare la caduta del primo cit­ta­dino, seb­bene gli abbia asse­stato un duro colpo. Ma per­ché i vescovi hanno con­tri­buito al suo logo­ra­mento cin­que minuti dopo l’elezione. Anzi anche prima. «Ci si inter­roga sulle pos­si­bili svolte della nuova tra­zione che potrebbe con­se­gnare all’anima più lai­ci­sta di largo del Naza­reno lo scranno del Cam­pi­do­glio», scri­veva Avve­nire all’indomani delle pri­ma­rie vinte da Marino. E il giorno dopo lan­ciava l’allarme: «Cam­pi­do­glio, rischio-deriva sui valori» a causa di «un certo tipo di impo­sta­zione sul ver­sante etico, con poten­ziali rica­dute sulle scelte di poli­tica familiare». Alla vigi­lia delle ele­zioni, poi, sem­pre Avve­nire dava ampio spa­zio a un docu­mento di una serie di asso­cia­zioni (fra cui Forum asso­cia­zioni fami­liari, Movi­mento per la vita, Com­pa­gnia delle opere, Alleanza cat­to­lica) in cui la patente di «can­di­dato cat­to­lico» veniva asse­gnata a Gianni Ale­manno, e Marino sono­ra­mente bocciato. All’indomani della vit­to­ria del chi­rurgo, lo ammo­niva ad evi­tare di «pro­get­tare e pra­ti­care for­za­ture in sedi impro­prie» e ad «aprire campi di bat­ta­glia sulle que­stioni che inve­stono valori pri­mari». «Ci augu­riamo che nes­sun sin­daco si imbar­chi in improv­vide avven­ture antro­po­lo­gi­che», riba­diva il Sir, l’agenzia dei vescovi, «non ci si fa eleg­gere per inven­tare nuovi diritti o met­ter su improv­vi­sati labo­ra­tori sociali». «Cat­to­lico adulto» assai vicino al car­di­nal Mar­tini — con cui pub­blicò prima un lungo dia­logo sull’Espresso e poi un libro (Cre­dere e cono­scere, Einaudi) di grande aper­tura su temi etici -, Igna­zio Marino è agli anti­podi della dot­trina cat­to­lica sui «prin­cipi non nego­zia­bili», quindi assai temuto dalle gerar­chie ecclesiastiche. Il chirurgo cercò il papa per informarlo della trascrizione delle nozze omosessuali. Ma Bergoglio si negò ritenendola una provocazione La que­stione esplode ad otto­bre 2014, quando il sin­daco tra­scrive nei regi­stri comu­nali i matri­moni cele­brati all’estero da 16 cop­pie omo­ses­suali. «Scelta ideo­lo­gica, che cer­ti­fica un affronto isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti», tuona il Vica­riato di Roma. E in que­ste ore si apprende che pro­prio il giorno prima delle tra­scri­zioni, Marino tele­fonò in Vati­cano per infor­mare diret­ta­mente il papa, che però non parlò con il sin­daco e anzi con­si­derò quella tele­fo­nata quasi una provocazione. Negli ultimi giorni il lac­cio si stringe, fino al sof­fo­ca­mento. Deci­sivo è “l’incidente” dell’invito-non invito a Phi­la­del­phia, sul quale mon­si­gnor Paglia — sto­rica guida spi­ri­tuale della Comu­nità di Sant’Egidio -, alla tra­smis­sione radio­fo­nica La zan­zara, cre­dendo di par­lare con Mat­teo Renzi, dice parole duris­sime: «Marino si è imbu­cato, nes­suno lo ha invi­tato, il papa era furi­bondo». Poco dopo, la Comu­nità di Sant’Egidio è fra i primi a sbu­giar­dare il sin­daco, smen­tendo che ad una cena regi­strata dai famosi scon­trini siano stati pre­senti rap­pre­sen­tanti della Comu­nità, come invece asse­rito da Marino. Una posi­zione, quella di Sant’Egidio, che potrebbe nascon­dere qual­che inte­resse: in pas­sato il nome del fon­da­tore Andrea Ric­cardi era emerso come pos­si­bile can­di­dato a Roma, se ora rispun­tasse fuori con più forza, sareb­bero più chiare le ragioni per azzop­pare Marino. Annun­ciate le dimis­sioni, Oltre­te­vere non si strac­ciano le vesti, anzi. «Epi­logo ine­vi­ta­bile», scrive L’Osservatore Romano, «la Capi­tale ha la cer­tezza solo delle pro­prie mace­rie», «Roma dav­vero non merita tutto que­sto». «Adesso basta», aggiunge Avve­nire, che saluta la chiu­sura di «una paren­tesi che non sem­bra desti­nata a lasciare un segno inde­le­bile nella sto­ria quasi tri­mil­le­na­ria di que­sta città», ora «Roma merita one­stà e decisa cura». «Il tema di una nuova classe diri­gente non è più rin­via­bile», diceva ieri sera in una par­roc­chia il car­di­nal Val­lini, vica­rio del papa per Roma. E il Sir trac­cia l’identikit del nuovo primo cit­ta­dino di una città con una «mis­sione sto­rica, quella di porta di ingresso alla sede della cristianità».Un sindaco cattolico quindi….ma non come Marino! (L. K.)