Sì….possiamo crescere tutti…..come funamboli della convivenza !

“In giorni in cui, come sulla frontiera americana, nuovi muri minacciano di dividere l’Europa, il confine è chiaro quanto i suoi scopi: da un lato proteggere, dall’altro separare, solcare fortune e sfortune, dire nettamente “chi può stare da quale parte”. Il gesto che lo supera, lo scavalca, ne varia le finalità di utilizzo e lo irride…. è una presa di posizione fisica e politica…… che destabilizza, perché non sancisce solo “chi sta dove” ma, pur non ignorandone il significato, stravolge la ragione stessa della sua ingombrante presenza. Saper stare sul limite, viverlo come una naturale condizione di equilibrismo dell’esistere – che, se a volte chiede di incidere un segno di divisione, a volte implora, invece, di cancellarlo e ridisegnarlo – si configura come la sfida più grande, più difficile e senza dubbio più promettente (quanto a prospettive e soluzioni di lungo termine) che attende non solo la politica, non solo le grandi decisioni,che, a livello nazionale e internazionale, ci aspettiamo da governi e istituzioni, ma che prima di tutto interroga noi come singoli individui, perché, su quella linea, possiamo crescere come funamboli della convivenza”.

Invasione? Ma di cosa stiamo parlando ?

Si cominci, in primo luogo, a guardare i migranti come persone con storie di vita e progetti personali senza incasellarli in categorie generiche e disumanizzanti. Si dice “C’è un’invasione” ! Dall’inizio del 2015, secondo i dati dell’UNHCR, sono sbarcate in Italia 121mila persone (di cui il 78% uomini, il 12% donne e il 10% bambini). Una cifra che corrisponde allo 0,2% della popolazione italiana. Mario Morcone, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, intervistato da Redattore sociale, ha spiegato che, proprio basandosi su questi numeri, parlare di emergenza o invasione è sbagliato, aggiungendo inoltre:” Per quanto riguarda gli arrivi i numeri sono esattamente gli stessi dell’anno scorso, ci saranno mille, duemila persone in più, quindi probabilmente arriveremo a fine anno con un bilancio di circa 180mila, 170mila persone sbarcate, in linea […] con la pianificazione che come ministero avevamo già fatto”. Altro dato da considerare è che gran parte delle persone arrivate in Italia non resta ma continua il proprio viaggio (anche dentro le maglie delle organizzazioni di trafficanti di essere umani) verso il Nord-Europa. Nel 2014, su 170mila arrivi, solo in 66mila hanno fatto richiesta di asilo. Attualmente in Italia, nei centri di accoglienza, ha spiegato il ministro dell’Interno, «ci sono 95mila migranti», cioè lo 0,16% della popolazione italiana. Comparando, inoltre, le richieste accettate dallo Stato italiano con quelle degli altri paesi Europei e nel mondo, l’UNHCR specifica che «il numero di rifugiati accolti dall’Italia rimane modesto». Nel vecchio continente nel 2014 si è registrata la quota record di 626mila richieste d’asilo, ma il nostro paese in media, scrive l’agenzia delle Nazioni Unite, «accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia, con più di 11 rifugiati ogni mille, la Francia (3,5 ogni mille) e della media europea (1,2 ogni mille). In Medio Oriente, il Libano, al confine con la Siria, accoglie circa 1,2 milioni di rifugiati, pari a un quarto della popolazione del paese». A livello mondiale l’86% dei rifugiati del mondo trova accoglienza nei paesi vicini a quelli di fuga. Come sottolinea l’ultimo rapporto sulla protezione internazionale del 2014 – di Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo per rifugiati), Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani), UNHCR, Caritas e fondazione Migrantes –, Pakistan, Etiopia, Sud Sudan e Kenya hanno da soli provveduto a dare asilo a 2,8 milioni di rifugiati, corrispondenti al 24% del totale mondiale, mentre in Europa arriva meno del 10% dei richiedenti asilo. Scrive, inoltre, Davide Mancino su Wired che «i dati dell’ultimo rapporto sulle migrazioni internazionali dell’OCSE, aggiornati al 2012, mostrano che in Italia la percentuale di stranieri è al 9,4% – più bassa che in Francia o nel Regno Unito !

In Italia……abbiamo bisogno degli stranieri !

Questo è il punto ! Abbiamo bisogno degli stranieri almeno quanto gli stranieri hanno bisogno di noi. Ne abbiamo bisogno non solo sotto il profilo economico e demografico, ma anche sotto quello culturale e spirituale, per evitare che la società italiana si riduca a una sorta di comunità Amish, chiusa in se stessa e destinata all’infertilità e all’esaurimento. Questo è il punto cruciale.

Io t’ho inventata !

Tu eri già il progetto mio ho saputo aspettare la luna tra disillusioni e tanta speranza, poi ecco io t’ho inventata ! Nella rossa terra dal lungo torpore recalcitrava impaziente la primavera quando anche tu sei arrivata dal mare e dalla vigna prosperosa recandomi i tuoi frutti maturi, i doni pingui della tua esistenza, oggi non trovo più il tempo per carezzare i tuoi biondi capelli ma il sole caldo della tua dolcezza ritempra le fatiche e i turbamenti nel letto della tua sorgente eterna !

No…….non mi piace !

Non mi piace il ritualismo natalizio, ha il sapore del già visto ! Non mi piace il buon Natale che ignora l’abbraccio ! Non mi piace quel posto a tavola riservato solo a Natale al clochard e all’immigrato… mi sa tanto….di rimorso ! Non mi piace l’elenco delle promesse universali, dei buoni propositi già cancellati a S.Stefano dal registro dei nostri programmi ! Mi piace il Natale …di ogni giorno, quello che è pane quotidiano della nostra esistenza e di chi abita questo nostro pianeta, il Natale della quotidiana condivisione, quello della quotidiana comunione, quello dell’universale riconoscimento dei diritti di ogni essere vivente! Mi piace l’Avvento ….il tempo dell’attesa di un Natale senza fronzoli, di un Natale vero…quello che non c’è !

IL MASSACRO DI ITRI- 1911

911 – FUORI I SARDEGNOLI – IL MASSACRO DI ITRI Grazie al prezioso lavoro dello storico Professor Tonino Budruni che ha ricostruito minuziosamente nella «Rivista della Sardegna» Ichnusa n.10, maggio/giugno, anno 5 del 1986, oggi siamo a conoscenza dei «Giorni del massacro ». Era il 1911, anno in cui molti sardi riponevano nell’emigrazione la speranza di una vita migliore, la quale palpitava, fiduciosa e intrepida, sul posto di lavoro. Tuttavia, nel luglio di quell’anno per quattrocento figli della Sardegna, il sogno si frantumò nel suolo italico in una realtà di persecuzione e d’orrore. Essere sardo e per questo pagarne il prezzo, subirne il razzismo di persona, sperimentarlo sulla propria pelle fu un’esperienza, purtroppo, di molti di questi nostri conterranei. Nella storia che segue vedremo la xenofobia antisarda manifestarsi in tutta la sua animale violenza contro quei lavoratori «diversi». Erano anni di progresso tecnologico in cui la ferrovia ne rispecchiava il mito, attraversandone l’Italia. A costruire le migliaia di chilometri di linee ferroviarie, altrettante migliaia di braccia. E fu così che circa mille sardi, quasi tutti minatori del sud Sardegna, furono impiegati per la costruzione della linea Roma – Napoli. Assumere sardi era allora conveniente, poiché lavoravano sodo, in cambio, a parità di mansione, di un salario inferiore a quello degli operai continentali, loro colleghi. Quattrocento operai isolani, furono, quindi, stanziati temporaneamente nel comune di Itri, all’epoca in provincia di Caserta e oggi di Latina, ossia nella cosiddetta: «Terra di lavoro». Gli abitanti di Itri, però, fomentati e spalleggiati indirettamente dai mass – media italiani che descrivevano i sardi come una «razza inferiore e delinquente per natura», sollevavano pregiudizi razzisti contro i sardi. A servirsi di questa opinione diffusa e consolidata in una costante tensione sociale fu la camorra, nel momento in cui la sua autorità fu sconfitta dagli involontari rappresentanti del Popolo Sardo, la quale riuscì a trasformare tale convinzione in sentimento di odio sanguinario antisardo. L’organizzazione criminale, alla quale interessava solo il denaro, che ruolo e quali interessi poteva nutrire in questo scontro di culture? La risposta è semplice e nello stesso tempo terrificante: ai lavoratori sardi si voleva imporre il cosiddetto «pizzo». Ma alla camorra, che assumeva la posizione del «padrone», si contrapponeva il netto rifiuto, pacifico ma fermo, di quei baldi lavoratori di pagare. Questa decisione fu presa, sia per l’innata fierezza della cultura «De s’omine», sia per la matura coscienza dei diritti loro spettanti, anche se non ancora conquistati, in quanto lavoratori. I criminali, quindi, per scongiurare il contagio di tale rivoluzione, puntarono sugli anzidetti sentimenti degli itrani (cosi si fanno chiamare gli itriesi) per cacciare i sardi da «Terra di lavoro». La furia fanatica razzista, organizzata minuziosamente, si compì tragicamente nei giorni di mercoledì e giovedì 12 e 13 luglio del 1911. Al grido: «Morte ai sardegnoli», i nostri antenati furono, per quei due giorni, le prede indifese della «caccia al sardo». Nel primo giorno un gruppo di operai fu insultato e provocato nella piazza dell’Incoronazione, l’epicentro della storia. Al grido «Fuori i sardegnoli», la parola d’ordine per richiamare gli itrani in quel luogo, a centinaia accorsero armati, attaccando da ogni parte i nostri conterranei inermi. In una ridda di sorpresa, di urla, anche le autorità locali aprivano il fuoco promettendo immunità ai compaesani, non di meno fecero i carabinieri, i quali spararono sui sardi in fuga. Quel giorno, il selciato italico s’impregnò del primo sangue dei martiri trucidati barbaramente. Gli operai scampati alla persecuzione xenofoba si rifugiarono intanto nelle campagne circostanti. L’indomani, i lavoratori rientrarono nel paese per raccogliere i loro fratelli caduti come soldati in guerra, ma la «fratellanza operaia», «la pietà cristiana», si evidenziarono utopiche mete. Entrarono nell’abitato e nuovamente divampò la triste sinfonia di morte col grido di battaglia: «Fuori i sardegnoli». Gli itrani convergendo in massa, passarono prima in una bottega, nella quale si distribuivano armi per l’occasione. Qui si avvertiva: «Prendete le armi e uccidete i sardi». La seconda giornata di caccia all’«animale sardo» era aperta! Gli itrani, ancora accecati dall’odio razzista e non contenti del sangue già versato, si scagliarono nuovamente contro i lavoratori sardi inermi e, con più raziocinio criminale del giorno prima, ancora ammazzarono. In queste due giornate furono massacrate una decina di persone, tutte sarde. Il numero esatto delle vittime non si venne mai a sapere, poiché gli itrani trafugarono numerosi cadaveri e feriti moribondi per nascondere il numero esatto delle vittime. Alcuni operai sequestrati subirono la tortura e una sessantina furono i feriti, di cui, diversi, molto gravi, perirono in seguito. Molti sardi scampati alla strage furono arrestati con la falsa accusa di essere rissosi. Mentre, altri, per la stessa accusa, furono espulsi da quella «terra del lavoro» e rispediti in Sardegna. Pagarono caro il prezzo della loro provenienza e cultura, ma la camorra, da quei fieri sardi, non vide neppure un soldo. Per questi fatti non un itriano fu punito. E il grave avvenimento fu subito occultato. L’avvocato Guido Aroca scrisse: «Se alcunché di simile si fosse verificato ai danni siciliani o romagnoli, l’Italia tutta sarebbe oggi in fiamme». Dopo quei giorni dolorosi, i sardi, per il tornaconto bellico italiano del ’15 ’18, diventeranno la «razza guerriera ed eroica» che salvò le sorti dell’Italia. Divulgare oggi questa storia, è, innanzitutto, un dovere verso quei martiri antesignani della lotta sindacale, ma, altresì insegna a riconoscere e denunciare forme attuali di razzismo mascherate con il belletto, le quali si configurano nella moderna forma di colonizzazione politica e culturale. Il sacrificio dei nostri antenati non ha avuto giustizia e in continente si sostiene ancora che «I sardegnoli se la son cercata». A distanza di anni da quei fatti, la forma mentis ferocemente antisarda è stata dichiarata lucidamente dallo stesso «Stato di diritto» italiano, nel momento in cui, con tracotanza, istituzionalizzò il proprio pregiudizio e razzismo contro i sardi (e solo contro i sardi) emigrati in s’Italia, con una schedatura poliziesca di uomini, donne, vecchi e bambini. La registrazione ebbe inizio nel 1984, all’insaputa degli stessi sardi, con la regione Lazio per poi essere estesa ad altre regioni fino ad una data incerta degli anni ’90. Frantz Fanon aveva pienamente ragione: «Un Paese colonialista è un Paese razzista!». I sardi, per un complesso di colpa indotto da anni di colonizzazione culturale, accettarono passivamente di essere considerati, nel loro insieme e capillarmente, potenziali criminali.

Ecco come si delegittima il dissenso !

Ecco a voi…..la delegittimazione del dissenso ! Viene da chiedersi…..ma di cosa si nutre l’egemonia culturale, costruita in questi trent’ anni a livello mondiale, della destra, o meglio, del pensiero individualista – liberista? Di tantissime cose naturalmente……..si potrebbe anche scrivere un trattato. Mi piace ricordarne tuttavia una……. quella sorta di decisionismo qualunquista, demagogico,quello del fare fine a se stesso, che dà sempre ragione a chi comanda .Questo decisionismo utilizza sempre frasi come: “almeno lui fa qualcosa” , “meglio fare che stare fermi”, “ah …questa opposizione che ama perdere tempo”.Sono espressioni che nascondono concetti generici …..inutili, ma spesso molto radicati nel comune sentire, con lo scopo di rafforzare il consenso per chi governa, in maniera automatica, perchè oggi sempre di più, solo chi è al governo può fare qualcosa, mentre agli altri, a volte,è negato anche il tempo per controbattere. In definitiva….si afferma sempre più……una sorta di violenza psicologica, la delegittimazione del dissenso a priori e in quanto tale !

LUI….LE PERSONE LE VEDE ANCORA!

È andato lì. Dall’altra parte del mondo. Con la sua andatura goffa, la sua borsa nera, il suo sorriso da parroco di campagna. E al leader dei leader, ormai anziano, ha detto: bisogna servire non le ideologie ma le persone. Come dire: sei stato bravo ma a un certo punto hai strafatto. Hai seguito l’idea e non il volto. E lui, Francesco, che tra i due grandi nemici ci ha messo la buona parola per fermare quello che in nome delle reciproche ideologie stava generando ancora sofferenza tra le gente, se lo è potuto permettere perché non è un ideologo. Le persone le vede ancora. Nonostante sia al vertice del potere ecclesiale in terra, lui che gode anche del potere divino dell’infallibilità, ha le scarpe consumate e non lucide. Quindi caro Fidel, Francesco, il Papa in persona, non ha fatto un favore né a te né a Obama. Semplicemente ha scelto di schierarsi con altri: il popolo, la gente. Le persone. Dipende, quando hai potere, tanto potere, a servizio di chi intendi metterlo: l’idea, il principio o la loro incarnazione nella vita delle persone? Ovviamente vale per Fidel, per Obama e per ognuno di noi. In fondo il piccolo orto dove agire il nostro potere lo abbiamo tutti. (E.L.M. )