Il razzismo? E’ legato a un basso quoziente intellettivo !

Se si ha un basso quoziente intellettivo da piccoli e’ piu’ probabile sviluppare pregiudizi da adulti. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Psychological Science, secondo cui chi e’ meno intelligente e’ anche piu’ propenso ad avere visioni politiche conservatrici. La ricerca si e’ basata su un database britannico di piu’ di 15 mila soggetti, a cui e’ stato misurato il Qi all’eta’ di 10 o 11 anni e che sono stati analizzati una volta superati i 30. L’adesione a visioni conservatrici e’ stata verificata tramite la misura dell’accordo con frasi del tipo ‘Le mamme lavoratrici sono una rovina per le famiglie’, o ‘La scuola dovrebbe insegnare ad obbedire all’autorita”, mentre i pregiudizi sono stati studiati attraverso frasi come ‘Io non lavorerei mai con persone di altre razze’. Il risultato e’ stato che i bambini con quoziente intellettivo piu’ basso hanno mostrato le maggiori tendenze al razzismo, si sono detti mediamente piu’ d’accordo degli altri con le frasi conservatrici e in generale sono risultate fra quelle con meno contatti con persone di altre razze: “Questo ovviamente non vuol dire che tutti i conservatori sono stupidi e i liberali intelligenti – spiega Gordon Hodson della Brock University in Ontario – qui si parla di tendenze medie: possiamo dire che in generale gli uomini sono piu’ alti delle donne, ma non si puo’ dire se si prende un uomo a caso e una donna a caso quale dei due sia piu’ alto”.

La Storia……sono loro!!!

Ma davvero qualcuno pensa che chi scriverà la Storia andrà in cerca di selfie e bei tramonti??? La questione etica non è se pubblicare o meno le foto dei bambini morti sulla spiaggia. La questione etica è che non dovevano morire. Quelle foto dicono la realtà, l’accaduto, il fatto, la cronaca. Una cronaca che a noi fa star male ma a loro li ha fatti morire. Quando qualcuno scriverà la Storia di questa estate,per un manuale di scuola ad esempio, quale foto pensiamo che utilizzerà: i nostri selfie sulle spiagge, i tramonti di cui abbiamo riempito i nostri profili, o i corpi di quei bambini? La storia siamo noi. E’ vero. Ma ieri l’hanno scritta quei bambini.

Che bello…..leggere!!!

Leggere di fronte agli altri, non avere paura di sbagliare e di correggersi e scoprire, riga dopo riga e pagina dopo pagina, il piacere della lettura: ecco l’esperienza fatta, in un pomeriggio di agosto, dai bambini di una cittadina americana, che hanno avuto la possibilità di barattare un taglio di capelli con una storia letta ad alta voce. È successo alcuni giorni fa a Dubuque, in Iowa, in occasione della seconda edizione del Back to School Bash, la festa annuale che celebra l’approssimarsi del nuovo anno scolastico e che promuove l’incontro e la condivisione delle risorse tra le famiglie dei piccoli studenti della città. Per incoraggiare i bambini delle scuole elementari a leggere e spronarli a non avere paura di farlo davanti ad un pubblico, Courtney Homes, barbiere e padre di due figli, ha lanciato ai clienti più “giovani” una proposta davvero singolare: per un intero pomeriggio, avrebbe tagliato i capelli gratis a tutti coloro che avessero accettato di leggergli ad alta voce delle storie.

Interrompere il legame……subito !

E ora ? Bisogna commissariare la parrocchia di S.Giovanni Bosco!!! La chiesa di papa Francesco ha scomunicato i mafiosi, ha spinto ‘ndranghetisti in carcere a non presentarsi alla messa, temendo che il solo partecipare potesse significare agli occhi dei vertici dell’organizzazione una dichiarazione di distanza dalle cosche. Ora la chiesa di Francesco deve fare un nuovo passo: commissariare la chiesa di San Giovanni Bosco. Non so se le regole vaticane prevedono misure simili, non so se è il termine adatto, non mi riferisco al diritto canonico. Sarebbe però un gesto in grado di interrompere il legame tra sacramenti religiosi e sacramenti mafiosi. Il sacramento mafioso è l’utilizzo dei rituale religioso per avere un’investitura pubblica, per trovare uno spazio legittimo per manifestare se stessi e la propria forza e autorità. Don Peppino Diana ne fece la sua battaglia: quella di impedire che battesimi, comunioni, cresime divenissero occasioni di autocelebrazione criminale. Fu proprio questa sua scelta che lo condannò a morte.

La civiltà occidentale e il dovere dell’ospitalità .

La nostra civiltà? Si fonda sull’ospitalità! Il dovere di ospitalità è il muro maestro della civiltà occidentale e l’abc dell’umanità buona. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi assumono le sembianze di stranieri di passaggio. L’Odissea è anche un grande insegnamento sul valore dell’ospitalità (Nausicaa, Circe…) e sulla gravità della sua profanazione (Polifemo, Antinoo). L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni. L’ospite ospitante era tenuto al primo gesto di accoglienza e, nel congedarlo, consegnava un “regalo d’addio” all’ospite ospitato, il quale dal canto suo doveva essere discreto e soprattutto riconoscente. L’ospitalità è un rapporto (ed è bello che in italiano ci sia un’unica parola, ospite, per dire colui che ospita e colui che è ospitato). Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte a uno straniero in condizione di bisogno affinché scattasse la grammatica dell’ospitalità. La reciprocità delle relazioni d’accoglienza era alla base delle alleanze tra persone e comunità, che componevano la grammatica fondamentale della convivenza pacifica tra i popoli. La guerra di Troia, l’icona mitica di tutte le guerre, nacque da una violazione dell’ospitalità (da parte di Paride). La civiltà romana continuò a riconoscere la sacralità dell’ospitalità, che veniva anche regolata giuridicamente. La Bibbia, poi, è un continuo canto al valore assoluto dell’ospitalità e dell’accoglienza dei forestieri, che, non di rado, vengono chiamati “angeli”. Il primo grande peccato di Sodoma fu rinnegare l’ospitalità a due degli uomini che erano stati ospiti di Abramo e Sara alle Querce di Mamre (Genesi, 18-19), e uno degli episodi biblici più raccapriccianti è una profanazione dell’ospitalità – lo stupro omicida dei beniaminiti di Gabaa (Libro dei Giudici, 19). Il cristianesimo raccolse queste tradizioni sull’ospitalità, e le interpretò come una declinazione del comandamento dell’agape ed espressione diretta della predilezione di Gesù per gli ultimi e i poveri: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35). In quelle culture antiche, dove vigeva ancora la “legge del taglione”, dove non era riconosciuto quasi nessuno dei diritti dell’uomo che l’Occidente ha conquistato e proclamato in questi ultimi secoli, l’ospitalità fu scelta come prima pietra di civiltà dalla quale è poi fiorita la nostra. In un mondo molto più insicuro, indigente e violento del nostro, quegli antichi uomini capirono che l’obbligo di ospitalità è essenziale per uscire dalla barbarie. I popoli barbari e incivili sono quelli che non conoscono e non riconoscono l’ospite. Polifemo è l’immagine perfetta dell’inciviltà e della disumanità perché divora i suoi ospiti invece di accoglierli. L’ospitalità è la prima parola civile perché, dove non si pratica l’ospitalità, si pratica la guerra e si impedisce lo shalom, cioè la pace e il benessere. Smettiamo allora di essere civili, umani e intelligenti quando interrompiamo la pratica antichissima dell’ospitalità. E se l’ospitalità è il primo passo per entrare nel territorio della civiltà, la sua negazione diventa automaticamente il primo passo per tornare indietro verso il mondo dei ciclopi, dove regnano solo la forza fisica e l’altezza. I popoli saggi sapevano che l’ospitalità conviene a tutti, anche se individualmente costa a ciascuno. Per questo occorre proteggerla e parlarne molto bene, se vogliamo che resista nei tempi degli alti costi. La reciprocità dell’ospitalità non è un contratto, perché non c’è equivalenza fra il dare e il ricevere, e soprattutto perché il mio essere accogliente oggi non genera nessuna garanzia di trovare accoglienza domani quando ne avrò bisogno. Non esiste un contratto di assicurazione per la non accoglienza domani di chi è stato accogliente oggi. Per questo l’ospitalità è un bene comune, e quindi fragile. Come tutti i beni comuni viene distrutto se non è sostenuto da una intelligenza collettiva più grande degli interessi individuali e di parte. Ma come tutti i beni comuni, una volta distrutto il bene non c’è più per nessuno ed è quasi impossibile ricostruirlo. L’Europa è nata dall’incontro tra umanesimo giudaico-cristiano e quello greco e romano fondati sull’ospitalità. Ma in Occidente è sempre rimasta viva anche l’anima beniaminita e polifemica, dominante per lunghi periodi, sempre bui. È l’anima che vede gli ospiti solo come minacce o prede. Oggi questo spirito buio, incivile e non-intelligente sta riaffiorando, ed è urgente esercitare il prezioso esercizio del discernimento degli spiriti. Evitando, ad esempio, di credere a chi ci racconta che Polifemo ha divorato i compagni di Ulisse perché sarebbero stati in troppi a bordo e la nave poteva affondare nel ritorno verso Itaca, o che i beniaminiti volevano incontrare gli ospiti di Lot solo per controllarne i documenti. Il riconoscimento del valore e del diritto dell’ospitalità viene prima di tutte le politiche e le tecniche per gestirla e renderla sostenibile. L’ospitalità è uno spirito, uno spirito buono. Quando non c’è si vede, si sente. Gli spiriti vanno conosciuti, riconosciuti e chiamati per nome, e quelli cattivi vanno semplicemente cacciati via. Nella casa degli umani se non c’è posto per l’altro non c’è posto neanche per me. Sta scritto: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Lettera agli Ebrei).

IO SONO COMUNISTA

Io sono comunista Io sono comunista Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo. Io sono comunista Perché soffro nel vedere le persone soffrire. Io sono comunista Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta. Io sono comunista Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può. Io sono comunista Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà. Io sono comunista Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione. Io sono comunista Perché non credo in nessun dio. Io sono comunista Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore. Io sono comunista Perché credo negli esseri umani. Io sono comunista Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista. Io sono comunista Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste. Io sono comunista Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità. Io sono comunista Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri. Io sono comunista Perché sono contro il libero mercato. Io sono comunista Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità. Io sono comunista Perché il popolo unito non sarà mai vinto. Io sono comunista Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista. Io sono comunista Perché amo la vita e lotto al suo fianco. Io sono comunista Perché troppe poche persone sono comuniste. Io sono comunista Perché c’è chi dice di essere comunista e non lo è. Io sono comunista Perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo esiste perché non c’è il comunismo. Io sono comunista Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti. Io sono comunista Perché mi critico tutti i giorni. Io sono comunista Perché la cooperazione tra i popoli è l’unica via di pace tra gli uomini. Io sono comunista Perché la responsabilità di tanta miseria nell’umanità è di tutti coloro che non sono comunisti. Io sono comunista Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo. Io sono comunista Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo. Nazim Hikmet

SCENE DI ORDINARIO RAZZISMO !

Sull’autobus numero 4, salgono due controllori. Hanno i regolari distintivi e con fare gentile iniziano a svolgere il proprio compito chiedendo i biglietti o gli abbonamenti ai passeggeri. I controllori hanno una peculiarità: la loro pelle è nera. E non per il sole schiacciante di agosto. Lo sconcerto tra i passeggeri accende una ridda di ipotesi, il cui interesse per capire la nostra società è rilevante. «Si tratta di uno scherzo», sussurra uno. «E però l’autista non dice niente — risponde l’altro — Allora sono veri». «Meglio questo che vadano a rubare», mormora un terzo con voce rassegnata. «Adesso vengono i neri a controllare noi — infierisce una donna — Davvero non si capisce più niente». «Ma dove siamo arrivati», la consola un vicino accondiscendente. «Speriamo siano almeno figli adottivi di trentini» dice un signore, consegnandosi a una prospettiva che potrebbe mitigare lo sconcerto. I controllori, finito il proprio lavoro, scendono a una fermata per attendere l’autobus successivo. Sul quale è verosimile immaginare che susciteranno reazioni simili. Il razzismo corre nell’ordinarietà della vita quotidiana: poche cose come il linguaggio di ogni giorno ne testimoniano la subdola presenza. Se un bambino sudato dice ingenuamente «Puzzo come un marocchino», il suo immaginario, le sue relazioni, la sua rappresentazione dell’altro mostrano il clima e gli orientamenti taciti, perciò più potenti e penetranti, in cui vive e si forma. Il cerchio si chiude su noi stessi e ci seppellisce in un mare di vergogna. Ugo Morelli

Un’estate ….nella gioia…..cari ragazzi !

Cari ragazzi ….trascorrete la vostra estate….nella gioia !(I buoni consigli di chi vive il suo tempo ) 1. Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici. 2, Cercate di usare tutti i nuovi termini imparati insieme quest’anno: più cose potete dire, più cose potete pensare; e più cose potete pensare, più siete liberi 3. Leggete, quanto più potete. Ma non perché dovete. Leggete perché l’estate vi ispira avventure e sogni, e leggendo vi sentite simili a rondini in volo. Leggete perché è la migliore forma di rivolta che avete (per consigli di lettura, chiedere a me). 4. Evitate tutte le cose, le situazioni e le persone che vi rendono negativi o vuoti: cercate situazioni stimolanti e la compagnia di amici che vi arricchiscono, vi comprendono e vi apprezzano per quello che siete. 5. Se vi sentite tristi o spaventati, non vi preoccupate: l’estate, come tutte le cose meravigliose, mette in subbuglio l’anima. Provate a scrivere un diario per raccontare il vostro stato (a settembre, se vi va, ne leggeremo insieme) 6. Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. 7. Almeno una volta, andate a vedere l’alba. Restate in silenzio e respirate. Chiudete gli occhi, grati. 8. Fate molto sport. 9. Se trovate una persona che vi incanta, diteglielo con tutte la sincerità e la grazia di cui siete capaci. Non importa se lui/lei capirà o meno. Se non lo farà, lui/lei non era il vostro destino; altrimenti, l’estate 2015 sarà la volta dorata sotto cui camminare insieme (se questa va male, tornate al punto 8). 10. Riguardate gli appunti delle nostre lezioni: per ogni autore e ogni concetto fatevi domande e rapportatele a quello che vi succede. 11. Siate allegri come il sole, indomabili come il mare. 12. Non dite parolacce, e siate sempre educatissimi e gentili. 13. Guardate film dai dialoghi struggenti (possibilmente in lingua inglese) per migliorare la vostra competenza linguistica e la vostra capacità di sognare. Non lasciate che il film finisca con i titoli di coda. Rivivetelo mentre vivete la vostra estate. 14.Nella luce sfavillante o nelle notti calde, sognate come dovrà e potrà essere la vostra vita: nell’estate cercate la forza per non arrendervi mai, e fate di tutto per perseguire quel sogno. 15. Fate i bravi.

A Ferragosto…….guardiamo in alto !

Il significato di una festa religiosa :….su….guardiamo in alto!!! È vero: non possiamo trascurare i nostri impegni né rinunciare alle nostre responsabilità, ma guai a rinchiuderci nello stretto orizzonte delle cose di questo mondo. Il rischio è di guardare in basso, solo in basso, lasciandoci fagocitare da un “io” che, ripiegandosi su se stesso, tende ad assolutizzarsi e tutto misura secondo la logica della propria autoconservazione. Guardare in alto non significa prendere le distanze dalla realtà e pensare in modo immaginifico come possa essere il cielo. Guardare in alto vuol dire leggere gli affetti dalla prospettiva di Dio, il lavoro come lo guarda Dio, le cose come strumento e mai come fine. Ci educa, inoltre, a saper guardare attorno a noi, per comprendere i bisogni a volte inespressi di chi ci vive accanto e venire incontro alle loro necessità. L’altro non è, anzitutto, uno da cui prendere le distanze, ma uno verso cui affrettare il passo! Sì…….proprio così……uno verso cui affrettare il passo!!!