Oggi non è più importante chi detiene il potere politico……..oggi non conta nulla!

Negli ultimi venticinque anni il capitale finanziario multinazionale, piuttosto che negli investimenti e nel commercio, è stato impiegato nelle speculazioni sui mercati azionari internazionali, al punto da dare l’impressione che gli Stati Uniti siano diventati una colonia alla mercé dei movimenti di capitali internazionali. Non ha più importanza chi detiene il potere politico, tanto non sono più loro a decidere le cose da fare. Che portata ha, oggi, questo fenomeno sulla scena intemazionale? Per prima cosa dobbiamo fare più attenzione al linguaggio che utilizziamo, me compreso. Non dovremmo parlare semplicemente di “Stati Uniti”, perché non esiste una simile entità, così come non esistono entità come l’”Inghilterra” o il “Giappone”. Può darsi che la popolazione degli Stati Uniti sia “colonizzata”, ma gli interessi aziendali che hanno base negli Stati Uniti non sono affatto “colonizzati”. A volte si sente parlare di “declino dell’America”, e se si osserva la quota mondiale di produzione che viene effettuata sul territorio degli Stati Uniti è vero, è in declino. Ma se si considera la quota di produzione mondiale delle aziende che hanno sede negli Stati Uniti, ci si accorgerà che non c’è alcun declino, anzi, le cose vanno per il meglio. Il fatto è che questa produzione ha luogo soprattutto nel Terzo mondo. Quindi possiamo parlare di “Stati Uniti” come entità geografica, ma non è questo ciò che conta nel mondo degli affari. In sintesi, se non si parte da un’elementare analisi di classe non si riesce nemmeno a comprendere il mondo reale: cose come “gli Stati Uniti” non sono entità. Ma lei ha comunque ragione: gran parte della popolazione degli Stati Uniti viene sospinta verso una sorta di condizione sociale da Terzo mondo colonizzato. Dobbiamo però ricordare che esiste un altro settore, composto da ricchi manager, da ricchi investitori e dai loro scherani nel Terzo mondo, come i gangster della mafia russa o qualche ricco dignitario brasiliano, che curano i loro interessi a livello locale. E questo è un settore del tutto diverso, i cui affari stanno andando a gonfie vele. Per quanto riguarda i capitali destinati alle speculazioni, anch’essi hanno una parte estremamente importante. Lei è nel giusto quando sostiene che hanno un enorme impatto sui governi nazionali. Si tratta di un fenomeno molto esteso; le cifre sono di per sé impressionanti. Intorno al 1970, circa il 90 percento del capitale coinvolto nelle transazioni economiche internazionali veniva utilizzato a scopi commerciali o produttivi e soltanto il 10 percento a scopi speculativi. Oggi le cifre si sono invertite: nel 1990, il 90 percento del capitale totale era utilizzato per la speculazione; nel 1994 si era saliti addirittura al 95 percento. Inoltre l’ammontare globale del capitale speculativo è esploso: l’ultima stima della Banca mondiale indicava una cifra di circa 14 000 miliardi di dollari. Ciò significa che ci sono 14 000 miliardi di dollari che possono essere liberamente spostati da un’economia nazionale a un’altra: un ammontare enorme, superiore alle risorse di qual siasi governo nazionale, e che quindi lascia ai governi possibilità estremamente limitate quando si tratta di operare scelte politiche economico-finanziarie. Perché si è verificata una crescita tanto imponente del capitale speculativo? I motivi chiave sono due. Il primo ha a che fare con lo smantellamento del sistema economico mondiale del dopoguerra, che avvenne nei primi anni settanta. Vedete, durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti riorganizzarono il sistema economico mondiale e si trasformarono in una sorta di “banchiere globale” [durante la Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite a Bretton Woods, nel 1944]: il dollaro diventò la valuta mondiale, venne fissato all’oro e divenne il punto di riferimento per le valute degli altri paesi. Questo sistema fu alla base della consistente crescita economica degli anni cinquanta e sessanta. Ma negli anni settanta il sistema di Bretton Woods era divenuto insostenibile: gli Stati Uniti non erano più abbastanza forti economicamente da continuare a essere il banchiere del mondo, soprattutto per gli alti costi della guerra nel Vietnam. Così Richard Nixon prese la decisione di smantellare del tutto l’accordo: all’inizio degli anni settanta sganciò gli Stati Uniti dal sistema monetario aureo, aumentò le tasse sulle importazioni, distrusse tutto il sistema. La fine di questo sistema di regolamentazione internazionale diede l’avvio a una speculazione sulle valute senza precedenti e a una fluttuazione degli scambi finanziari, fenomeni da quel momento in costante crescita. Il secondo fattore che ha determinato il boom del capitale speculativo è stato la rivoluzione tecnologica nelle telecomunicazioni, che avvenne nello stesso periodo e rese d’improvviso molto facile il trasferimento di valuta da un paese all’altro. Oggi, virtualmente, l’intera Borsa valori di New York si sposta a Tokyo durante la notte: il denaro è a New York di giorno, poi viene trasferito “via rete” a Tokyo, e siccome il Giappone è in anticipo di quattordici ore rispetto a noi, lo stesso denaro viene utilizzato in entrambi i posti. Ormai, quasi 1000 miliardi di dollari vengono spostati quotidianamente sui mercati speculativi internazionali, con effetti enormi sui governi nazionali. A questo punto, la comunità internazionale che gestisce questi investimenti ha un virtuale potere di veto su tutto ciò che un governo nazionale può fare. È quanto accade oggi negli Stati Uniti. Il nostro paese si sta riprendendo lentamente dall’ultima recessione; certamente è la ripresa più lenta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma c’è stagnazione soltanto sotto un certo punto di vista: la crescita economica è molto bassa, si sono creati pochi posti di lavoro (in realtà, per molti anni, i salari sono persino scesi durante questa “ripresa”), ma i profitti sono andati alle stelle. Ogni anno la rivista Fortune esce con un numero dedicato alla ricchezza delle persone più importanti del mondo, Fortune 500, il quale ci dice che i profitti in questo periodo si sono impennati: nel 1993 erano molto buoni, nel 1994 esaltanti e nel 1995 avevano battuto ogni record. Nel frattempo i salari reali scendevano, la crescita economica e la produzione erano molto basse e questa lenta crescita a volte veniva addirittura fermata perché il mercato obbligazionario “dava segnali” di non gradirla. Vedete, gli speculatori finanziari non vogliono la crescita: vogliono valute stabili, quindi niente crescita. La stampa specializzata parla apertamente della «minaccia di una crescita troppo impetuosa», della «minaccia di un eccesso di occupazione»: tra di loro lo dicono chiaramente. Il motivo? Chi specula sulle valute teme l’inflazione, perché fa diminuire il valore del suo denaro. E qualunque tipo di crescita o di stimolo economico, qualunque diminuzione della disoccupazione minacciano di far crescere l’inflazione. Agli speculatori valutari questo non piace, così quando vedono i primi segnali di una politica di stimolo dell’economia o di una qualsiasi iniziativa capace di produrre una crescita, portano via i capitali da quel paese, provocando una recessione. Il risultato complessivo di queste manovre è uno spostamento internazionale verso economie a bassa crescita, bassi salari e alti profitti, perché i governi nazionali che cercano di prendere decisioni di politica economica e sociale non hanno mano libera temendo una fuga di capitali che potrebbe far crollare le loro economie. I governi del Terzo mondo sono bloccati, non hanno nemmeno la possibilità di portare avanti una politica economica nazionale. Ormai c’è da chiedersi se anche le grandi nazioni, Stati Uniti inclusi, abbiano la possibilità di farlo. Non credo che i governi che si sono succeduti in America avrebbero voluto politiche economiche molto diverse ma, nel caso, penso che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, attuarle. Per darvi soltanto un esempio, subito dopo le elezioni del 1992, sulla prima pagina del Wall Street Journal comparve un articolo in cui si informavano i lettori che non avevano alcun motivo di temere che qualcuno dei “sinistrorsi” vicini a Clinton avrebbe cambiato qualcosa una volta arrivato al potere. Ovviamente il mondo degli affari già lo sapeva, come si può notare osservando l’andamento dei mercati finanziari verso la fine della campagna elettorale. Ma ad ogni buon conto il Wall Street Journal spiegò che, se per qualche sfortunata coincidenza Clinton o qualsiasi altro candidato avesse cercato di avviare un programma di riforme sociali, sarebbe stato immediatamente bloccato. L’articolo affermava una cosa ovvia e citava i dati che la confermavano. Gli Stati Uniti hanno un forte debito, che era parte integrante del programma Reagan-Bush per non permettere al governo di portare avanti iniziative di spesa sociale. “Essere in debito” significa soprattutto che il dipartimento del Tesoro ha venduto un sacco di titoli – obbligazioni, buoni del Tesoro e via discorrendo – agli investitori, che a loro volta li scambiano sul mercato dei titoli. Secondo il Wall Street Journal, ogni giorno si scambiano circa 150 miliardi di dollari esclusivamente in titoli del Tesoro. L’articolo spiegava che se gli investitori che possiedono questi titoli non apprezzano le politiche del governo americano possono, come avvertimento, venderne qualche piccola quota e ciò provocherà automaticamente un aumento del tasso d’interesse, che a sua volta farà aumentare il deficit. Ebbene, in questo articolo si calcolava che se questo “avvertimento” fosse sufficiente ad alzare il tasso d’interesse dell’1 percento, il deficit aumenterebbe da un giorno all’altro di 20 miliardi di dollari. Ciò significa che se Clinton (questa è pura immaginazione) proponesse un programma di spesa sociale di 20 miliardi di dollari, la comunità degli investitori potrebbe trasformarlo istantaneamente in un programma da 40 miliardi dollari, con un solo piccolo segnale, bloccando così ogni altra mossa di quel genere. Contemporaneamente, sull’Economist di Londra – grande giornale liberista – si poteva leggere un articolo fantastico sui paesi dell’Europa orientale che avevano votato per far tornare al potere i socialisti e i comunisti. Ma in sostanza l’articolo invitava a non preoccuparsi, perché «l’amministrazione è sganciata dalla politica». In altre parole, indipendentemente dai giochi che quei tipi si divertono a fare nell’arena politica, le cose continueranno come sempre, perché li teniamo per le palle: controlliamo le valute internazionali, siamo gli unici che possono concedere prestiti, possiamo distruggere le loro economie come e quando vogliamo. Che si occupino pure di politica, che fingano pure di avere la democrazia che vogliono, facciano pure: basta che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica». Quello che sta accadendo in questo periodo è una novità assoluta. Negli ultimi anni si sta imponendo un nuovo tipo di governo, destinato a servire i bisogni sempre crescenti di questa nuova classe dominante internazionale, che a volte è stata definita “il governo mondiale di fatto”. I nuovi accordi internazionali sul commercio riguardano proprio questo aspetto, e parlo del NAFTA, del GATT e così via, così come della cee e delle organizzazioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, l’Organizzazione mondiale del commercio (wto), i G7 che programmano gli incontri tra i grandi paesi industrializzati. Questi organismi sono tutti espressione della volontà di concentrare il potere in un sistema economico mondiale che faccia sì che «l’amministrazione sia sganciata dalla politica»; in altre parole, che la popolazione mondiale non abbia alcun ruolo nel processo decisionale, che le scelte strategiche vengano trasferite in un empireo lontanissimo dalle possibilità di conoscenza e di comprensione della gente, che così non avrà la minima idea delle decisioni che influenzeranno la sua vita e certo non potrà modificarle. La Banca mondiale ha un proprio modo per definire il fenomeno: lo chiama “isolamento tecnocratico”. Quindi, se leggete gli studi della Banca mondiale, vedrete che parlano dell’importanza dell’ “isolamento tecnocratico”, alludendo alla necessità che un gruppo di tecnocrati, essenzialmente impiegati nelle grandi imprese multinazionali, operi in pieno “isolamento” quando progetta le politiche perché, se la gente venisse coinvolta, potrebbe farsi venire in mente brutte idee, come un tipo di crescita economica che operi a favore di tutti invece che dei profitti e altre sciocchezze del genere. Allora bisogna che i tecnocrati siano isolati, e una volta ottenuto lo scopo si potrà concedere tutta la “democrazia” che si vuole, tanto non farà alcuna differenza. Sulla stampa economica internazionale questo quadro è stato definito con una certa franchezza come “la nuova età imperiale”. E la ritengo una definizione azzeccata: di certo stiamo andando in quella direzione. Noam Chomski

Laudato sì…….tra crescita e sviluppo!

Da Papa Francesco una proposta di riforma del modello di sviluppo economico e sociale globale. Con Laudato si’ il Papa non si limita a un’analisi teologica di ciò che vuol dire cura del Creato. Fa un passo avanti: per rispettare la casa comune, comune a tutti gli uomini, occorre ripensare la nostra economia. Riprende in questo Paolo VI e la sua Populorum progressio e dice: guardate che lo sviluppo o è integrale oppure non è sviluppo. Ci sono tre dimensioni per analizzare lo sviluppo di una società. Quella materiale, misurata dal Pil; quella sociale, misurata dagli indici di diseguaglianza; quella spirituale, che guarda al modo in cui una economia soddisfa i bisogni spirituali dell’uomo (per esempio il bisogno di riservare un giorno alla festa). Francesco dice che queste tre dimensioni sono intrecciate. Non può esserci crescita del Pil senza crescita dell’uguaglianza tra gli uomini, senza rispetto delle loro necessità spirituali. Alcuni economisti confondono sviluppo e crescita. La crescita è solo l’aspetto materiale dello sviluppo. Ma fare del Pil un idolo è prendere la parte per il tutto. Questa enciclica dice che il Papa è favorevole allo sviluppo, non alla crescita in sé se questa comporta un aumento delle diseguaglianze». Tutto questo farà sicuramente discutere! Farà discutere perchè tutto questo vuol dire toccare un nodo politico. Non ci si può mettere il cuore in pace dicendo che questo capitalismo ha ridotto la povertà. Non basta, almeno a noi cristiani. Serve ridurre anche le diseguaglianze. Qualcuno fraintenderà questo messaggio del Papa, che tuttavia è cristallino. Non si presta a equivoci, se si è in buona fede!

Lo schiaffo

Lo schiaffo Se vuoi avere ragione parla. Se vuoi convincermi parla. Se vuoi sapere parla. Uno schiaffo non è una strada più dritta, uno schiaffo è una sconfitta. Nel 1984 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Tre anni dopo, il 26 giugno, la Convenzione entra in vigore. Per questo ogni anno il 26 giugno si celebra la Giornata internazionale per le vittime di tortura.

Su……alziamo lo sguardo dal nostro ombelico!!!

Ecco…..se alziamo lo sguardo dal nostro ombelico e proviamo a posizionarci un po’ più in alto, diciamo verso la Luna, possiamo vedere un’unica Terra, con degli omini piccini picciò che ci vorrebbe un cannocchiale di quelli potentissimo per vederli, mentre litigano sul modo migliore per rinchiudere i loro fratelli in terre sfortunate,avvalendosi di leggi che loro stessi hanno scritto. Per questo io starò sempre con chi viaggia per cercare qualcosa di meglio, perché si chiama libertà”.

LA CURA

Conosco una cura, la più efficace, l’unica cura che a farla piace, produce effetti assai sorprendenti, miracolosi, stupefacenti. Nessuna controindicazione, semplice la somministrazione: una dose di abbracci massiccia, dalla mattina fino alla sera, alla persona più malaticcia dona subito un’altra cera. Cura che non prescrive il dottore, che non necessita di alcuna ricetta, principio attivo è solo l’amore, chi più ne ha, più ce ne metta. Mai è successo che per sovradosaggio qualcuno poi ne abbia tratto disagio, anzi, con l’uso sconsiderato, l’effetto è più certo e immediato. Alternativa e naturale, cura d’origine primordiale, scoperta quando, come d’incanto, abbraccio di mamma calmò il primo pianto! (G.B.)

Il tema dell’identità di genere : molta confusione !

“GIÙ le mani dai nostri figli”, “Uomo e donna siamo nati”, “Stop gender nelle scuole”, “Il gender è lo sterco del demonio”. Alcuni degli slogan presenti negli striscioni e nei cartelli che hanno riempito sabato Piazza San Giovanni per il Family day mostrano quanta paura ci sia oggi nella società quando si tocca il tema dell’identità di genere e dell’omosessualità. Il “gender” sul banco degli accusati, prima ancora della legge Cirinnà sulle unioni civili. Un “gender” qualificato come ” progetto folle” e come “colonizzazione ideologica” non solo da tanti cattolici, ma anche dall’Imam di Centocelle, anche lui presente in Piazza San Giovanni, e dal Rabbino capo di Roma. Un “gender” accusato di inquinare i cervelli dei bambini e di distruggere l’umanità. Un “gender” responsabile della distruzione della famiglia e del caos generale. Ma che cos’è mai questo “gender”? Quale sarebbe il diabolico progetto dei suoi ideologi? Procediamo con ordine e facciamo un piccolo passo indietro. Anche solo per capire quando e come è stato per la prima volta utilizzato il termine “genere” – visto che “gender” altro non è che il vocabolo inglese utilizzato ogniqualvolta si parli di identità e di orientamento sessuale. Ebbene, dopo che per secoli ci si è riferiti alle differenze esistenti tra gli uomini e le donne solo attraverso il termine “sesso”, negli anni Cinquanta, prima negli Usa con i lavori di John Money del 1955, poi anche in Europa a partire dagli studi di Claude Lévi-Strauss e di Michel Foucault, si è cominciato a capire che sarebbe stato meglio distinguere il “sesso” dal “genere”, anche semplicemente perché il sesso rinvia direttamente alle caratteristiche genetico-biologiche, mentre il genere designa il complesso di regole, implicite o esplicite, sottese ai rapporti tra uomini e donne. Chi non ricorda la famosa frase di Simone de Beauvoir quando, ne “Il secondo sesso” (1949), spiegava che non si nasce donna, ma lo si diventa? Frase ormai celebre, ma il cui significato, forse, non è più così chiaro. Visto che l’intellettuale francese non aveva alcuna intenzione di dire alle donne che potessero o meno scegliere di essere donne. Lo scopo di Simone de Beauvoir era solo quello di spiegare alle donne che avevano il diritto di ripensare il proprio ruolo all’interno della società uscendo da quegli stereotipi che, per secoli, le avevano rese prigioniere della subordinazione all’uomo. Ripensare i ruoli di genere, quindi, non per cancellare le differenze, ma per promuovere l’uguaglianza. Idee semplici e di buon senso al fine di uscire dall’impasse del naturalismo ontologico in base al quale le donne dovevano “per natura” accontentarsi di procreare e di occuparsi della vita domestica, lasciando gli uomini liberi di gestire la “cosa pubblica”. Che cosa è successo da allora? Di teorie e di studi sul gender, negli ultimi anni, ne sono nati molti. C’è chi si è concentrato sugli stereotipi della femminilità e della mascolinità, cercando di mostrare che è da bambini che si introiettano modelli e comportamenti; e che, se si continua a suggerire il fatto che i maschietti sono più adatti all’esercizio del potere e all’uso della razionalità mentre le femminucce sono più adatte ai mestieri della cura, di fatto non si riuscirà mai a uscire dagli stereotipi (si pensi alle ricerche di Nicole-Claude Mathieu, di Françoise Collin e di Luce Irigaray). C’è chi si è concentrato sul bullismo e sui comportamenti violenti nei confronti di tutte coloro e di tutti coloro che non coincidono esattamente con l’immagine che ci fa dell’essere una ragazza o una donna o dell’essere un ragazzo o un uomo – si pensi alle numerose ricerche pubblicate su The American Behavioral Scientist Journal. C’è chi come Judith Butler o Jonathan Katz, ma la lista completa sarebbe lunga, ha cercato di spiegare e di mostrare che l’orientamento sessuale non è una conseguenza inevitabile della propria identità di genere, e che essere gay non significa non essere pienamente uomini così come essere lesbiche non significa non essere pienamente donne. C’è infine chi ha cercato anche di lottare contro le discriminazioni legate alle incertezze identitarie, che portano alcune persone a voler cambiare sesso, non perché sia un capriccio o un gioco, ma perché accade che ci si possa sentire prigionieri di un “corpo sbagliato” (si vedano tra gli altri gli studi di Patrick Califia). Si capisce quindi bene come non esista una, e una sola, “ideologia gender” ma un insieme eterogeneo di posizioni. Alcune più radicali, altre meno. Alcune talvolta eccessive, come certe posizioni queer di Teresa de Lauretis. Quasi tutte, però, volte a prendere in considerazione e sul serio la complessità del reale. Il fatto che, nella realtà, esistano tanti modi di essere e di sentirsi uomini e donne. Che ci sono donne che amano altre donne senza che per questo essere meno femminili e uomini che amano altri uomini senza per questo essere meno maschili. Che ci sono donne eterosessuali con tratti di mascolinità e uomini eterosessuali con tratti di femminilità. Senza alcuna volontà di sconvolgere l’ordine naturale delle cose e creare il caos. Anche perché l’identità e l’orientamento sessuale non sono frutto del capriccio o del peccato. Non si insegnano e non si scelgono. Sono. Esattamente come il fatto di essere bianchi, neri o gialli. Contrariamente ai fantasmi di chi se la prende con l’insegnamento del “gender”, – in nome di un controllo sulla morale l’educazione all’affettività e alla tolleranza nei confronti delle tante differenze non ha come scopo quello di spingere i maschietti a diventare femmine o viceversa. Esattamente come non si insegna a un eterosessuale a diventare omosessuale o a un omosessuale a diventare eterosessuale. Lo scopo è solamente quello di favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dal proprio orientamento sessuale, perché non è vero che un gay o una lesbica siano dei mostri e non è vero che se una bambina gioca con i soldatini o un bambino con le bambole siano “sbagliati”. “Giù le mani dai nostri figli”, allora! Ma giù le mani anche da quel ragazzo che si vestiva di rosa e amava lo smalto e che si è suicidato, perché i compagni lo chiamavano “frocio”. Giù le mani da quei bimbi che sentono nascere in sé sentimenti che alcuni giudicano “contro natura” e che pensano di essere sbagliati. La paura di chi è diverso ha radici antiche. Ed è facile suscitarla quando, invece di capire che non c’è niente di mostruoso nell’essere omosessuali , si invoca la fine dell’ordine e si spaccia la tolleranza e la carità per “sperimentazioni sessuali” sui più piccoli. “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”, recitava il Vangelo di ieri. Dopo aver invocato lo “sterco del demonio”, forse si potrebbe ripartire da qui.

E’ in famiglia che comincia il percorso…..verso l’altro!

Un raccapricciante fatto di cronaca…..del ventunenne americano che decide improvvisamente di iniziare la sua guerra razziale……ci lascia come sempre sgomenti…..poi imperiosa…. una domanda….. molto precisa……ma il mostro è lui ? Siamo convinti che sia proprio lui??? Io mi sono rivisto improvvisamente bambino….avevo due-tre anni e,quasi settimanalmente, arrivava nella mia casa un’anziana sordomuta, accolta con un grande sorriso e con un abbraccio da mia madre (in paese l’anziana donna non riceveva in realtà molti sorrisi in ragione della sua diversità). Io, troppo piccolo, ero letteralmente terrorizzato da quella donna, che in paese era conosciuta con il soprannome “la muta!”, che faceva tanta fatica ad esprimersi , con il suo linguaggio fatto solo di esclamazioni e tuttavia compreso perfettamente da mia madre ( che se la rideva, prendendomi anche in giro, quando io, preso dal terrore, mi nascondevo dietro la porta, quando “la muta” arrivava)! In cuor mio comprendevo la condizione di quella donna emarginata nel paese e, in ragione di questo atteggiamento collettivo “razzista”, anch’io facevo tanta fatica ad accettare quella diversità!….Poi…..gradualmente….la calda accoglienza e l’abbraccio (e un pezzo di pane “fatto in casa”) che mia madre riservava a quella donna sistematicamente, hanno fatto il resto o hanno fatto tutto……perchè da allora anch’io ho incominciato a sorridere….all’altro ! E da allora ho capito che la luce dell’amore e dell’accoglienza si accende e comincia a splendere nella realtà familiare!

MIGRANTI….propaganda e realtà!

“Imbattersi praticamente ogni sera con Salvini in tv, comprese le feste comandate, non aiuta la comprensione di un fenomeno con cui stiamo facendo i conti da diversi anni e con cui continueremo a farli. Causa le insostenibili diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione dei mercati in questi decenni e causa quella che Papa Francesco ha definito come “una terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto”. I disperati scappano da fame, guerra, scappano dai terroristi, sono disposti a tutto (al deserto, all’attraversamento del mare su carrette di legno) pur di poter pensare a un futuro diverso. Tutto qui. E a scappare sono in tanti, si contano 50 milioni di profughi, ovvero persone (uomini, donne, vecchi e bambini) in fuga. L’Europa finge di non vedere, chiusa in egoismi che pagherà, così l’Italia, i governatori e sindaci che starnazzano i propri infantili incubi. Ma di cosa stiamo parlando? Vediamo i dati della realtà rispetto ai tormentoni della propaganda. Fermare l’invasione Qualche dato, prima di sentirci vittime di un’invasione. Prima di tutto, i flussi migratori complessivi verso l’Italia sono diminuiti, per effetto della crisi economica, e non aumentati: gli ingressi erano più di 400mila all’anno fino al 2009, nel 2013 sono scesi a poco più di 250mila, nel 2014 sono stati 220 mila. Gli italiani che hanno lasciato il nostro Paese, per avere un termine di confronto, nel 2014 sono stati 90mila! Tra i migranti arrivati illegalmente, meno di 70mila hanno presentato richiesta di asilo in Italia. Gli altri non sono fantasmi che circolano nell’ombra: hanno oltrepassato le frontiere senza farsi registrare per chiedere asilo altrove. I paesi dell’Europa centro-settentrionale, per non dire della Turchia, accolgono più rifugiati di noi: nel 2013, al netto delle nuove domande, 232mila in Francia, 190mila in Germania, 126mila nel Regno Unito, 114mila in Svezia, contro 78mila dell’Italia. Se poi allarghiamo lo sguardo, scopriamo che la Turchia, che accoglieva 600mila rifugiati nel 2013, ora ne dichiara oltre un milione; il Libano (un Paese da 4,5 milioni di abitanti!) ne ospita quasi 2milioni, quasi un profugo ogni 2 abitanti. L’Italia, per avere il senso delle proporzioni, ne ospita poco più di 1 ogni mille abitanti, la Svezia 9, Malta 23. Non possiamo accogliere tutti! Per gran parte dell’opinione pubblica, complici i media, immigrati, rifugiati e sbarcati sono la stessa cosa. Sono tutti bisognosi che tendono la mano. Invece, è necessario distinguere. Gli sbarcati in tre anni sono stati circa 140mila. Gli immigrati stranieri, residenti in Italia, sono poco più di 5 milioni (ma attenzione… la metà arrivano da Paesi europei). Solo una modesta frazione degli immigrati quindi arriva dal mare. I più entrano con regolari permessi turistici, o per ricongiungimento familiare, oppure sono cittadini europei con diritto alla mobilità (rumeni e bulgari). E almeno 2,5 milioni hanno un lavoro. Contrariamente a quanto si crede, in questi anni di crisi, stando alle rilevazioni dell’Istat, è aumentata la loro partecipazione al mercato del lavoro regolare, gli immigrati contribuiscono per 1,6 miliardi alle entrate dello Stato italiano. Ne arrivano troppi…….non ce la facciamo. Lombardia, Veneto, Liguria hanno ragione di lamentare un sovraccarico di richiedenti asilo? No, si tratta di una menzogna bella e buona.Secondo i dati elaborati da Vita.it su report Cir: la Lombardia ospita nei centri di accoglienza (o in altre strutture temporanee) 65,98 profughi ogni 100 mila abitanti, il Veneto 60,40, la Liguria 90,45. Fanno molto di più le regioni del Sud: il Molise ospita 398,69 profughi ogni 100mila abitanti, la Sicilia, ha nei centri di accoglienza 314 profughi ogni 100 mila abitanti, la Calabria 241, la Basilicata 171,88. Lombardia, Liguria e Veneto, insieme (11.009 persone) accolgono meno migranti della sola Sicilia (16.016 persone). Di che blaterano allora Maroni, Zaia e Toti? I rifugiati invadono le nostre città. Si dice, con il beneficio di qualche foto in campo stretto nelle stazioni, che i rifugiati rimangono sul territorio, intasando le strutture e invadendo le città. Anche questa è una menzogna della propaganda che fa leva sulla paura per conquistare i residui voti. La maggior parte dei rifugiati transita e cerca di oltrepassare le Alpi. Dei 170 mila sbarcati nel 2014 soltanto 7 mila hanno chiesto asilo in Italia. Un esempio, dal 18 ottobre 2013, circa 64mila persone sono transitate da Milano, tra i quali hanno chiesto asilo solo in 140. Il 99,9% non ne ha fatto richiesta”. Ma di che parliamo?

Certo……siamo in guerra…….ma i nemici non sono loro!

Siamo in guerra? Forse…ma i nemici non sono loro ! Ad ogni «Stiamo subendo un’invasione» e «Siamo stanchi di subire» che ascolto in giro o leggo in Rete mi chiedo quante angherie hanno subito, personalmente, le persone che esprimono quei pensieri. E andando a grattare appena un po’ si scopre che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno mai assistito a nulla che faccia pensare loro che siamo ormai cittadini di serie b a casa nostra, mentre orde di stranieri arrivano e fanno un po’ quello che vogliono, protetti, sostenuti e finanziati dalle istituzioni che invece lasciano noi all’abbandono. Le storie di migranti che godono di privilegi particolari negati a noi sono sempre riportate da conoscenti, parenti, persone incontrate per caso. Non una prova di quanto affermato, non un riferimento chiaro. Storie che crescono e si diffondono come leggende metropolitane e diventano vere per il semplice fatto che vengono raccontate. Poco importa se nulla prova che esista un fondamento di realtà. Storie che vengono credute e diffuse con un atto di fede di fronte al quale nessun numero, nessun dato, nessun fatto risulta efficace. [Qui è dove arrivano quelli che «Lo so per certo, l’ho visto io» e però non sanno provare nulla, balbettano e se ne vanno] Nessun numero, nessun fatto ci distoglierà dalla convinzione che siamo in guerra. Nessun appello a sentirci umani e rispettare gli altri in quanto esseri umani ci farà smettere di sentirci in guerra. Lo ha detto la televisione! E allora forse bisogna cominciare a ripetere come un mantra (uguale e contrario all’altro) che sì, siamo in guerra. Ma non con i poveri come noi. E tantomeno con quelli più poveri di noi. Siamo in guerra con quelli che hanno causato la peggiore crisi finanziaria di sempre e che, impuniti, sono riusciti a scaricarla sulla collettività trasformandola in una crisi del debito pubblico che oggi impone austerità e tagli (opportunamente ribattezzati “riforme strutturali” per spaventare meno un pubblico che deve essere impegnato ad avere paura dell’invasione straniera). Siamo in guerra con le élite finanziarie che, fuori da qualsiasi controllo, decidono della nostra vita. Il problema è che al momento questa guerra la stanno conducendo (e vincendo) loro da soli, perché noi siamo impegnati a prendercela con falsi obiettivi: i poveracci che scappano da guerre e miseria, la “casta” intesa à la Grillo. Dovremmo iniziare a indicare con insistenza e senza stancarci la luna e distogliere gli sguardi dal dito: siamo in guerra? Sì, ma non con chi ci fanno credere e, soprattutto, non stiamo combattendo. Ed è l’ora di cominciare. (S.V.)