LA FIDUCIA…….

C’è la fiducia meritata, quella che ti arriva perché hai dimostrato capacità e risultati. C’è la ‘fiducia a fiducia’: non so se te la meriti ma ti concedo una possibilità, anche due o tre. C’è la fiducia blindata, che si pretende a prescindere. E la si ottiene a maggioranza minacciando e facendo ‘i picci’. Questo nostro Paese ha funzionato e funziona per ‘fiducia a fiducia’ e ‘fiducia blindata’. Chi ottiene la fiducia così, nutre poi la sua arroganza. Una prova? “Certo, ho fatto una forzatura e ho perso qualcosa sulla sinistra. Ma esercitare la leadership non è avere tutti a bordo: la leadership è muovere la nave’. Renzi dixit. Se poi questa nave si muove per affondare, quanto pensiamo importi al leader? (E.L.M.)

La triste e crudele alleanza tra lupi e mercenari !!!

Nel Vangelo di Giovanni di ieri… si racconta, tra l’altro, di lupi e mercenari. Sia al lupo che al mercenario interessa solo il proprio tornaconto, la propria soddisfazione, il proprio guadagno e non quello delle “pecore”. Ne deriva una sorta di diabolica congiura degli indifferenti e degli egoisti contro i più deboli e gli indifesi. Se pensiamo a quanta gente ha smarrito il senso della vita e vaga senza mèta, se guardiamo i milioni di profughi che abbandonano le loro terre e i loro affetti in cerca di una vita migliore senza che nessuno se ne preoccupi, se osserviamo lo sbandamento dei giovani in cerca della felicità senza che ci sia chi gliela indichi, dobbiamo purtroppo constatare la triste e crudele alleanza tra lupi e mercenari, tra gli indifferenti e coloro che cercano solo di trarre vantaggi personali da tali sbandamenti!

CI FURONO I GIUSTI E CI FURONO I CARNEFICI !!!

Ci furono i Giusti, certo. Ma ci furono anche i carnefici. I carnefici italiani che, fino al 25 aprile del 1945, diedero il proprio contributo allo sterminio degli ebrei pianificato dalla Germania nazista. Dalle alte sfere del Regime fascista e repubblichino, con le sue milizie e bande più o meno inquadrate, a prefetti, questori e forze di polizia. Fino ai privati cittadini: i delatori che denunciavano le famiglie ebree nascoste – con anziani, donne, bambini – e i passatori del confine svizzero – gli scafisti di allora – che sulla carne umana destinata ad Auschwitz speculavano due volte. Incassando il compenso pattuito per l’attraversamento del confine della salvezza e subito dopo la taglia garantita a chi denunciava i fuggiaschi. “I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945″ è il titolo del libro di Simon Levis Sullam, storico dell’Università di Ca’ Foscari. Un lavoro di ricerca, pubblicato da Feltrinelli, che restituisce numeri, nomi, storie, documenti. Perché, scrive Sullam, su quelle vicende è sceso un “colpevole oblio“. I responsabili rimasero impuniti dal punto di vista processuale, il resto lo fece la retorica, coltivata nei decenni successivi, degli italiani buoni contrapposti ai tedeschi cattivi. Fino agli anni più recenti, dominati dalla tentazione di “equiparare” i “ragazzi di Salò” ai partigiani”. Cominciamo dai numeri. Che dimensioni ebbe la persecuzione degli ebrei in Italia? Oltre 8000 ebrei italiani furono deportati fra il 1943 e il 1945. Circa la metà furono arrestati da italiani, per poi essere consegnati ai tedeschi. La maggior parte di loro non uscì viva dai lager nazisti. Solo in seicento tornarono in Italia. Chi furono i “carnefici italiani”? Chi operò materialmente gli arresti, avviando gli ebrei alla deportazione? I documenti dimostrano un largo coinvolgimento delle forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. E dei corpi politico-miltari del fascismo: la Guardia nazionale repubblicana, la milizia, le bande (nel libro sono citate in particolare le famigerate bande Koch, Muti, Carità, ndr). Ma ci furono anche molti civili che denunciarono i vicini di casa. Poi i responsabili della burocrazia che faceva funzionare la macchina, Comuni compresi. Non tutti ebbero le stesse responsabilità, ma tutti erano consapevoli di partecipare al progetto persecutorio e senza il loro contributo quel progetto non sarebbe stato possibile. La burocratizzazione dello sterminio è un concetto da applicare non soltanto alla Germania, ma anche all’Italia. Mussolini e i vertici del Regime sapevano della Shoah in corso. Agli arresti parteciparono le milizie della Rsi, le bande fasciste, le forze di polizia Che responsabilità possono essere attribuite direttamente a Benito Mussolini? Gli storici hanno dimostrato che ci fu una scelta personale di Mussolini, già nel 1938, di introdurre il razzismo come fondamento dello Stato fascista. E ancora, nel 1943-45 ogni decisione passava da lui. Già prima che nascesse la Repubblica sociale italiana, Mussolini era informato che si stava compiendo la Shoa. A Salò sapevano quale sarebbe stato il destino degli ebrei che venivano arrestati e deportati. I ministri come Guido Buffarini Guidi (sottosegretario all’Interno nel governo fascista e ministro nella Repubblica sociale, ndr) erano informati, e anche alcuni ideologi. In particolare Giovanni Preziosi, che era stato in Germania e parlava chiaramente, anche per l’Italia, di “soluzione alla tedesca” della questione ebraica. Più difficile dire quale fosse la consapevolezza ai livelli piu bassi. Ma lo sfruttamento del lavoro coatto era previsto ufficialmente dal Regime, quindi tutti potevano immaginare a quali condizioni di vita andassero incontro gli ebrei denunciati e arrestati. E comunque che fosse un’azione persecutoria era ben chiaro a tutti. Anche solo la concentrazione di migliaia di famiglie nei campi italiani, primo fra tutti Fossoli, poteva portare alla loro decimazione. Chi furono i maggiori responsabili della “via italiana” allo sterminio? Giovanni Preziosi fu l’ideologo piu radicale. Fin dagli anni Venti propugnava l’antisemitismo. Fu lui a far tradurre in italiano i “Protocolli dei Savi di Sion”. Poi tornò in voga con la Repubblica sociale, guidò l’ispettorato generale per la razza, elaborò nuove proposte più aspre e radicali. Cito poi figure meno note come Giovanni Martelloni, capo dell’ufficio affari ebraici di Firenze, che si occupò sia di arrestare ebrei e di sequestarare i loro beni sia di scrivere articoli e pamphlet antisemiti. Il funzionario della Questura di Roma mette a verbale la ‘cattura della bambina Calò Emma, di anni sei’. Morta due mesi dopo ad Auschwitz Sul versante delle vittime, una storia di quelle che non si possono dimenticare! Quella della famiglia Calò, arrestata a Roma il 15 marzo 1944. Gli uomini della questura arrivarono nello stabile dove si era nascosta Enrica Calò con i suoi quattro figli. I portinai cercarono di proteggere almeno “la bambina Calò Emma di anni 6″, si legge nei documenti dell’epoca, ma un funzionario di polizia si diede da fare per “catturarla”, nonostante gli agenti si fossero dimostrati disposti a salvare almeno lei. La bambina morirà ad Auschwitz due mesi dopo. Stessa sorte per gli altri membri della famiglia. Nel Dopoguerra il funzionario fu prosciolto e riuscì a farsi riconoscere meriti “antifascisti”. Importantissimo anche il tema del sequestro dei beni. Ci fu una molla economica nella complicità italiana allo sterminio! Fu un passaggio fondamentale. Caratterizzò già la fase del 1938. Le leggi razziali ridussero le attività economiche di professionisti e docenti, per esempio. Poi dal ’43 si passò al sequestro dei beni, e questo ci dice qualcosa sulla consapevolezza che il destino degli ebrei arrestati fosse segnato. E’ una caratteristica di tutti i genocidi, la dimensione particolarmente meschina della ricerca del guadagno. Una parte dei persecutori era motivata da ambizioni di arricchimento, rappresentato da beni e taglie. La Repubblica sociale normò i sequestri, ma è dimostrato che parti consistenti furono incamerate da autorità locali. Il poliziotto che si intascava i gioielli, il Federale che si insediava nell’appartamento, il prefetto che si prendeva mobilio, lenzuola, in un caso persino un pianoforte. Le persone che sono tornate hanno avuto restituito solo quello che era possibile, in prevalenza gli immobili. Chi non è tornato ha lasciato tutto ai suoi persecutori. Poi ci furono i delatori che denunciavano gli ebrei nascosti per avere vantaggi economici o vendette personali. Pienamente consapevoli di partecipare a una persecuzione In più ci furono i delatori, che non avevano neppure la “giustificazione”, se così si può chiamare, degli “ordini da eseguire”. Dietro ogni arresto c’era una denuncia. Il tardo autunno ’43 e le fasi successive furono segnate da denunce di famiglie che si nascondevano. Alla base c’erano incentivi economici, regolamenti di conti personali, vendette, possibilità di accaparrare beni. Gli imprenditori che denunciavano i loro soci in affari incameravano tutta l’azienda. Ci furono studenti che denunciarono i loro professori. Il fenomeno, secondo me, riguardò migliaia di italiani comuni, che tradirono loro concittadini ebrei. Nel Dopoguerra questi crimini restarono quasi del tutto impuniti. Perché? Alla base ci fu l’amnistia-colpo di spugna di Togliatti del 1946, ma il reato di persecuzione antibraica non esisteva. In alcuni casi fu considerato come aggravante. Molti adottarono come linea difensiva il fatto che allora quelle azioni erano previste dalla legge. Allo stesso tempo, però, a Norimberga si elaborava il concetto di crimine contro l’umanità. Noi non lo recepimmo e le responsabilità, senza un riconoscimento giudiziario, rimasero nascoste. Inoltre la magistratura si era formata durante il fascismo ed era corresponsabile. Il presidente del Tribunale della razza Gaetano Azzariti divenne negli anni Cinquanta presidente della Corte costituzionale. So di un recente appello per rimuovere il suo busto dalla sede della Corte. Impunità giudiziaria a parte, si parla anche di “colpevole oblio”. E addirittura di una sorta di corsa a riconoscere i “Giusti” che si prodigarono per salvare gli ebrei, dimenticandosi dei carnefici. Nell’immediato Dopoguerra si comincia a costruire mito del bravo italiano contrapposto ai cattivi tedeschi. Si voleva far dimenticare che l’Italia era entrata in guerra insieme ai nazisti per realizzare il nuovo Ordine mondiale. E che l’Italia aveva inventato il fascismo in Europa e lo aveva insegnato ai tedeschi. L’oblio che ha colpito la complicità nella Shoah è simile a quello che ha riguardato il colonialismo, l’attività militare nei Balcani, la repressione della resistenza in Jugoslavia e i nostri campi in quel Paese. In parte è comprensibile, a volte l’oblio è necessario. Ma oggi si è diffusa un’immagine benevola del fascismo, e le sue colpe non sono riconosciute, non solo riguardo alla Shoah. Il ‘colpevole oblio’. Grazie all’amnistia di Togliatti quelle responsabilità restarono impunite. Il resto lo fece la retorica degli ‘italiani buoni’ contrapposti ai ‘tedeschi cattivi’ Anzi, negli ultimi anni si è fatta strada una tendenza alla “equiparazione” dei partigiani e dei repubblichini. La politica e l’opinione pubblica devono fare i conti con il fascismo. E’ vero, si è teso a mettere sullo stesso piano, senza considerare che cosa sarebbe successo se avessero prevalso Mussolini e Hitler, e che nel Ventennio gli antifascisti furono pochissimi. Ecco allora il senso del 25 aprile: dobbiamo riconoscere in quella scelta minoritaria il recupero di valori universali di giustizia, uguaglianza, democrazia poi messi a fondamento della Costituzione. E’ dal 25 aprile che ci viene il Dna democratico che dovrebbe spingerci a interrogarci sulle questioni di oggi, per esempio sull’immigrazione, sul rapporto con “l’altro”.(Mario Portanova)

LA RESISTENZA: La guerra…..l’amore…….la libertà !!!

“Eravamo all’angolo di via Zucchelli: arrivano i carri armati tedeschi e noi li vediamo, siamo atterriti, sembrava che Roma venisse liberata e invece veniva occupata. Io la prendo per mano, per tutta la vita ci siamo tenuti per mano, e le dico: ‘Nous sommes dans un cul de lampe'”. Mario Fiorentini, 97 anni, gappista plurimedagliato, tre vite in una, umanista, partigiano, professore di matematica, ricorda così l’inizio della guerra civile italiana. Accanto a lui Lucia Ottobrini, 90 anni, la compagna di una vita con la quale il 16 agosto, nella ricorrenza dei 70 anni della Liberazione festeggerà 70 anni di matrimonio. “Ci chiamano la coppia di volpi argentate”, racconta lui, perché, “insieme abbiamo 4 medaglie d’argento al valor militare”. Oltre che – spiega poi – cinque passaporti e diversi e innumerevoli nomi di copertura. Tantissime le azioni portate a termine insieme con lui comandante e lei vice del gruppo d’azione Gramsci della rete dei gap centrali di Roma diretta da Carlo Salinari. Tra le altre anche l’attacco al battaglione Bozen di via Rasella. I due, quando si sono conosciuti, parlavano tra di loro in francese. Lei, figlia di una famiglia di migranti del Molise, era nata in Alsazia dove aveva passato tutta l’infanzia tornando in Italia nel 1939. Parlava anche il tedesco e per questo – racconta Fiorentini – “era la partigiana più odiata da Kappler”. L’incontro al concerto di una banda musicale. “Lei – dice Mario – aveva 18 anni. E’ stata una fiammata”. “Un destino più che una fiammata”, lo corregge lei. Che è diventa partigiana anche per amore di Fiorentini e ha dovuto abbandonare la sua famiglia per questo. “Quando mia madre ha saputo che ero contro i tedeschi – dice lei – mi ha dato tante botte e mi ha buttata fuori di casa perché lei lavorava in un ospedale tedesco, lei amava i tedeschi”. Insieme nella guerra partigiana, tanto che, sorride lei, “Io la sua pistola la portavo sempre nella borsa. Avevo sempre due pistole nella borsa, la mia e la sua”. Lui una calibro 765, lei, una 625, una pistola “da donna”, dice Mario confessando che sparava meglio di lui. “Ho sparato molte volte”, ricorda la Ottobrini. Fiorentini, nonostante, come racconta, da soldato fosse anti-militarista, rivendica quella storia con orgoglio. La Ottobrini sembra voler solo dimenticare. “Non amo ricordare queste storie – dice – perché sono troppo brutte, mi fanno ancora male. Per me quel periodo è stata la parte più brutta della mia vita. La guerra è morte, per l’uno e per l’altro”. La guerriglia urbana a Roma è stata “fame, freddo, umidità e sudiciume” e “non avere dove dormire”. “La mia fortuna è stata che ho incontrato sempre bravissima gente”. Il 25 aprile 1945 erano separati. Lucia a Roma, Mario al nord, dove era stato mandato in missione. “Io – dice lui – ero in un lettino d’ospedale in Piemonte, vicino al Monte Rosa, piagato sul volto a causa del riflesso del sole sulla neve perché avevo marciato per 32 chilometri. Ma poi mi sono ripreso e ho partecipato alla sfilata di Milano con Cadorna, Longo, Mattei, Parri”. Era il 6 maggio. Pochi mesi dopo Fiorentini torna a Roma e sposa Lucia Ottobrini. “Io – racconta – indossavo la mia divisa che era stinta e usurata. Lei si era fatta fare un vestito da una sarta con il mio paracadute”. La fine di un incubo per Lucia che, mentre lui era al nord, aveva dovuto sopportare anche la notizia – poi rivelatasi falsa perché si trattava di un omonimo – che Mario fosse morto. La fine di un periodo tragico della sua vita, grazie al quale però, agli italiani è stata data la libertà. “Cos’è oggi la libertà? Vuol dire essere onesti”, dice sicura. “Bisogna essere onesti – ripete – e non si può vivere nel contrario delle cose. Assolutamente no. Bisogna lottare per le cose giuste”. (Alessandra Chini e Mario Iannone)

L’ESSENZIALE DELLA CONDIZIONE UMANA !

Nella vita pubblica, economica e sociale i cattivi esempi dominano e non solo hanno una risonanza più ampia, ma servono a dare una certa aria di immutabilità a un sistema di convivenza iniquo e disumano. Chi dà il cattivo esempio è doppiamente responsabile: per i problemi che oggi non aiuta a risolvere e perchè allontana, così facendo, anche le possibilità positive per il futuro. E allora il futuro ritarda. Il futuro vero, quello dove vivere non sia una maledizione. Quanta stucchevole retorica, ad esempio, nell’Italia che cambia o sulla Società che cambia ! Noi invece sappiamo che tutto cambia quando le categorie-chiave dell’economia saranno cambiate in radice : dal profitto al dono, dalla proprietà all’affidamento responsabile, dall’accumulazione alla condivisione, dalla competizione alla cooperazione, dalla flessibilità alla dignità, dal sacrificio alla liberazione, dall’esclusione all’ospitalità reciproca. E solo chi fa qualche passo in questa direzione di rinnovamento dà il buon esempio! Diventa una piccola ma attendibile fonte vivente di speranza, di apprendimento, di creatività per molti. Se invece parliamo di cattivi esempi, mi vengono in mente quegli economisti che esaltano il nostro come il migliore dei mondi possibili e, con qualche statistica opportunamente calibrata, dimostrano che la società attuale ha molto più benessere che in passato.Così, con qualche cifra, spazzano via il dolore di milioni di esseri umani, la giustizia, l’etica,il futuro vero. E poi ci sono i professionisti della politica, di quei partiti che si scaldano su schieramenti, bandiere, aggettivi qualificativi della loro identità. ricerca di visibilità. tattiche e strategie dove essi stessi sono al centro di tutto, e hanno occhi ma non vedono, orecchie e non ascoltano, mani e non aiutano. Di costoro bisogna anzitutto rifiutare la logica, attestando con le azioni e con gli stili di vita che il mondo è, può essere del tutto diverso da quello concepito nei loro programmi del nulla! A volte parliamo di beni essenziali, di acqua ecc. ma forse dovremmo prima verificare in che tipo di pensiero siamo immersi. Quando domina il denaro come logica, cessa la libertà di pensiero! Non si tratta di fare una denuncia moralista ma di comprendere quanto tale logica ci sia entrata dentro. Ormai il denaro è considerato come unità universale di misura del valore delle cose (e spesso anche delle persone e di beni inestimabili!). Il denaro è diventato l’anima del pensiero e quindi tende a porsi come l’elemento e il dinamismo stesso del pensare umano. E se non abbiamo criteri diversi, il pensare secondo il denaro s’impone nel nostro sguardo su tutto! E finchè siamo immersi nel pensiero monetario, nulla di efficace può essere fatto per cambiare le cose. La logica della competizione globale impone uno stile di vita che diventa lotta, sacrificio di se stessi e degli altri, rifiuto della condivisione, mancanza di riguardo e di scrupoli, coazione ad accumulare e trattenere tutto nelle nostre mani. La possibilità di capire che un simile stile di vita è una trappola, non viene certamente dalla condanna morale della proprietà e dell’egoismo. A questo punto si tratta di creare le condizioni per un nostro risveglio, si tratta di accettare di fermarci (altro che fare in fretta!), di fare una sosta anche breve, una sosta che ci dia la distanza critica da quello che siamo diventati, di saper ascoltare una voce che ci dice “respira”, serve un silenzio che ci permetta di ascoltare, uno specchio che ci insegni a vedere la realtà per la prima volta, un volto che ci ricordi quanto la felicità condivisa sia il solo sogno attendibile per cui un cuore umano può continuare a battere! Se riusciremo allora a diventare noi stessi nell’essere insieme agli altri, come diceva Gandhi, “non dovremo più preoccuparci di ottenere quello che possiamo, ma rifiuteremo di prendere quello che non tutti possono avere!”. Quindi….buoni esempi….di un’altra economia, di un’altra politica, di un’altra educazione, di un’altra quotidianità : se riusciremo a fare tutto ciò, sino al punto di provarci gusto, nonostante la fatica che ciò comporta, riusciremo a cogliere davvero l’essenziale della condizione umana!

Mare nostro che non sei nei cieli……

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini

dell’isola e del mondo,

sia benedetto il tuo sale

e sia benedetto il tuo fondale !

Accogli le gremite imbarcazioni

senza una strada sopra le tue onde,

pescatori usciti nella notte,

le loro reti tra le tue creature,

che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati!

Mare nostro che non sei nei cieli,

all’alba sei colore del frumento,

al tramonto dell’uva di vendemmia,

che abbiamo seminato di annegati

più di qualunque età delle tempeste!

Tu sei più giusto della terra ferma,

pure quando sollevi onde a muraglia,

poi le riabbassi a tappeto,

custodisci le vite, le visiti

cadute come foglie sul viale,

fai da autunno per loro

da carezza, da abbraccio,

da bacio in fronte

di padre e di madre

prima di partire.(E.D.L.)

Il cielo è di tutti ! ( Gianni Rodari )

Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero: il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero. È mio, quando lo guardo. È del vecchio, del bambino, del re, dell’ortolano, del poeta, dello spazzino. Non c’è povero tanto povero che non ne sia il padrone. Il coniglio spaurito ne ha quanto il leone. Il cielo è di tutti gli occhi, ed ogni occhio, se vuole, si prende la luna intera, le stelle comete, il sole. Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente: chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente. Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti, perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti.

Il Genocidio degli Armeni del 1915

I massacri della popolazione cristiana (armeni, siro cattolici, siro ortodossi, assiri, caldei e greci) avvenuti in Turchia tra il 1915 e il 1916 sono ricordati dagli armeni come il Medz yeghern, “il grande crimine”. Le uccisioni cominciarono nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando furono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione continuò nei giorni successivi. In un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari furono deportati verso l’interno dell’Anatolia. Lo sterminio e la deportazione di massa della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale erano stati decisi dall’impero Ottomano a causa delle sconfitte subite all’inizio della prima guerra mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano anche battaglioni di volontari armeni. Dall’inizio del 1915 gli armeni maschi in età da servizio militare erano stati concentrati in “battaglioni di lavoro” dell’esercito turco e poi uccisi, mentre il resto della popolazione era stato deportato verso la regione di Deir ez Zor in Siria con delle marce della morte, che coinvolsero più di un milione di persone: centinaia di migliaia morirono per fame, malattia, sfinimento o furono massacrati lungo la strada. Una mappa dei massacri disegnata nel 1965. – Centro studi armeni Una mappa dei massacri disegnata nel 1965. Centro studi armeni Secondo lo storico polacco Raphael Lemkin (che ha coniato il termine genocidio) si è trattato del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. La Turchia però non ha mai accettato la definizione di genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’impero Ottomano erano una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le sue frontiere, e sottolineando che anche migliaia di turchi erano morti nel conflitto. Il numero degli armeni morti in questo secondo massacro (altre stragi erano state commesse nel 1890) è controverso. Fonti turche fermano il numero dei morti a duecentomila, mentre quelle armene arrivano a 2,5 milioni. Gli storici stimano che la cifra vari tra i 500mila e due milioni di morti, ma il bilancio di 1,2 milioni è il più diffuso. I paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Molti altri paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, continuano a non usare il termine genocidio per timore di una crisi nei rapporti con la Turchia. Barack Obama si era espresso in favore del riconoscimento prima di diventare presidente degli Stati Uniti, ma da quando è stato eletto, pur promuovendo la pacificazione tra Turchia e Armenia, ha evitato di usare il termine.