Non scegliere è……arrendersi ! (S.G.S.)

Ciò che è accaduto domenica 23 novembre 2014 in Emilia Romagna e in Calabria riguardo allo svolgimento delle Elezioni per il rinnovo dei due Consigli Regionali, è lo specchio evidente di ciò che sta succedendo in Italia in questo momento. I cittadini hanno rinunciato a scegliere, hanno dimenticato di avere il diritto sacrosanto di contare ancora qualcosa, di autodeterminare non solo il loro destino, ma anche quello di chi verrà dopo di loro. Ma hanno dimenticato anche il loro dovere di cittadini consapevoli e questo è il danno più grande che si possa fare alla democrazia. Troppo facile assolversi per qualcuno che sta in cima alla montagna e guarda in basso, così come è troppo facile ridurre a mero effetto secondario sul quale fare spallucce, l’insuccesso dimostrato dai dati di affluenza alle urne. Troppo facile dare sempre la colpa alla politica, qualunque essa sia. Il problema siamo noi. Siamo noi a scegliere interlocutori sbagliati, siamo noi a scegliere senza lungimiranza, accontentandoci di una bella faccia, di un bel discorso piazzato lì durante un comizio elettorale, di un ‘santino’ passato di mano in mano senza chiedere troppe spiegazioni. E ora? L’unica cosa che siamo stati capaci di fare è stata quella di trasformare quella fedeltà sciocca in un abbandono sfinito e stanco che odora solo di resa. L’Articolo 48 della Costituzione Italiana recita questo: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.” (Nota all’art. 48, terzo comma). Comma inserito con l’art. 1 della legge costituzionale 17 gennaio 2000, n. 1 (G.U. 20 gennaio 2000, n. 15). Non c’è bisogno di commentarlo o spiegarlo è semplice e comprensibile. Immobile. Non starò qui a raccontare quanto sangue è stato versato per ottenere il diritto di voto. Se siamo cittadini consapevoli, queste cose le sappiamo già. Forse le abbiamo dimenticate, come sempre facciamo con i diritti acquisiti grazie al sudore degli altri. Noi ci siamo semplicemente arresi. Non era possibile fare una scelta? Nella vita c’è sempre una scelta possibile, può piacerci fino in fondo oppure no, sta in noi valutarne gli effetti e nel caso, correggerla. La ‘non scelta’, implica sempre un ripiegamento, la ricerca di ‘non responsabilità’, ci fa diventare estranei nei confronti degli altri e di noi stessi perché ci fa perdere di vista le nostre priorità, le nostre esigenze civili di uomini e donne. Ci porta ad essere inutili, irrilevanti. E’ difficile da condividere con qualcuno una ‘non scelta’, ed è altrettanto difficile che la scelta di qualcun altro ci soddisfi, salvo lamentarci di tutto ciò che non va. Immagino la serie infinita di commenti ed interpretazioni, analisi politiche sull’oscillazione a destra o sinistra delle percentuali di voto. A me non interessano in questo momento. Mi interessa capire perché siamo arrivati qui. Vorrei sapere con quale coraggio avremo la forza di dire un’altra volta ‘no’ o di resistere quando sarà ancora impossibile vedere la fine di quel tunnel che sta divorando le nostre vite un pezzo per volta. Non è sufficiente dire ‘Tanto son tutti uguali’. Aspettiamo un Messia che non arriverà a salvarci e, nell’attesa, inganniamo il tempo e noi stessi, raccontandoci un mucchio di bugie perché per ora, c’è ancora una casa dove tornare la sera e un piatto sulla nostra tavola. Ma non per tutti è così e dovremmo aprire meglio gli occhi e guardare come la società sta cambiando intorno a noi. Domani, se qualcuno griderà la parola ‘rivoluzione’, ci accorgeremo che le armi, quelle buone, le avevamo in tasca da tanto tempo. Le parole della Costituzione sono potenti, ma non uccidono, ci insegnano solamente a non sbagliare più.

Occorre una vera Politica Costituzionale! (S.R.)

L’ACCELERAZIONE impressa alla sua azione e, soprattutto, alle sue parole dal presidente del Consiglio- segretario del Pd richiede qualche riflessione sul modo in cui si va configurando il sistema politico italiano e sulla cultura che sostiene i suoi mutamenti. La più evidente riforma è quella incarnata dallo stesso Renzi, per il modo in cui definisce il suo rapporto con i cittadini, che assume tratti simili a quelli descritti in un libro dedicato al capo e alla folla da Gustave Le Bon. Renzi declina questo rapporto diretto nel linguaggio attinto dal mondo digitale e parla di “disintermediazione”, ma la sostanza è quella. Si consegna all’irrilevanza tutto ciò che non è immediatamente riconducibile al consenso personale e alla sua proiezione sociale, com’è accaduto quando al milione di persone presenti a piazza San Giovanni si è contrapposto lo sguardo ostentatamente rivolto solo agli altri milioni di italiani (lo aveva già fatto Craxi contrapponendo le sue modeste percentuali parlamentari al consenso di cui diceva di godere nel Paese). Non è certo un caso se nelle analisi di commentatori tutt’altro che ostili alla linea del presidente del Consiglio siano cominciati ad apparire riferimenti ad atteggiamenti definiti plebiscitari. E non dimentichiamo che nella “democrazia plebiscitaria”, ampiamente studiata, si ritrovano anche quei tratti autoritari visibili nel modo liquidatorio con il quale Renzi si rivolge a critici ed avversari. È vero che stiamo vivendo un tempo in cui le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno prodotto effetti significativi sull’organizzazione politica e sociale (ne scrivo da una ventina d’anni). Ma la disintermediazione non significa che l’unica via politica sia quella della cancellazione di ogni entità che si manifesta tra i luoghi del potere e la generalità dei cittadini. Se soggetti collettivi continuano a manifestarsi nella società, possiamo eliminarli con una parola? E bisogna riflettere sul fatto che, indeboliti o scomparsi alcuni degli storici mediatori sociali, altri ne sono comparsi al loro posto, a cominciare dagli onnipotenti motori di ricerca e dalle reti sociali. Questa logica si insinua in modo sempre più pervasivo in ogni luogo, e in modo particolarmente aggressivo nella materia del lavoro. Quando ci si rivolge agli imprenditori dicendo di averli liberati dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, si dice molto di più, com’è stato evidente nelle parole pronunciate alla Leopolda. Dal rapporto tra imprenditore e lavoratori non deve soltanto scomparire l’ingombro del sindacato, ma l’indebita presenza del giudice. Qui la disintermediazione investe un elemento fondativo della civiltà giuridica e restituisce una inquietante attualità ad una vecchia espressione — «la democrazia si ferma ai cancelli dell’impresa ». Si fa divenire l’ingiustificato licenziamento un atto legittimo, che non può trovare compensazione nella promessa pubblica di intervenire a sostegno dei licenziati. Vale pena di ricordare la storia del mugnaio di Sans-Souci, che alla prepotenza dell’imperatore Federico contrapponeva l’esistenza di giudici a Berlino. Dobbiamo rinunciare alla garanzia dei diritti, travolta da una logica economica che riconosce come regola solo quella che essa stessa pone? Questo non sembra un buon viatico per la costruzione di un “partito della nazione”. E tuttavia, poiché questo sta accadendo, diventa più urgente tornare alla configurazione complessiva che così assume il sistema politico. Se il Pd dimagrisce, liberandosi dalle clientele, è cosa buona. Altro è il suo trasformarsi in una struttura che si dirama nei più diversi centri del potere, in presenza mediatica nella quale possa riconoscersi il maggior numero possibile di persone più che in vero soggetto collettivo (un altro caso di disintermediazione?). Ma la vera forza del Pd, riassunto nella persona del suo leader, sta nell’insistita affermazione secondo la quale ad esso e al suo governo «non v’è alternativa». Qui è la sostanza del problema: le dimissioni della politica che è, in primo luogo, costruzione continua di alternative. Questa non è colpa di Renzi, che persegue i suoi obiettivi e cerca di sfruttare al massimo la condizione presente. È la registrazione dello sfascio di una destra mai costituita come tale, fondata com’era sulla figura di Berlusconi; di un Movimento 5Stelle che ha appena mostrato capacità di cogliere occasioni parlamentari, e però deve mostrare di saperla trasformare in incidenza costante sulle dinamiche politiche; dell’impossibilità di pensare il Pd di Renzi come partito “di lotta e di governo”. Come funziona un sistema politico senza vera opposizione? Nel modo in cui sta funzionando quello italiano. Poiché si possono sterilizzare con astuzie varie le opposizioni interne e esterne, ma non cancellare il conflitto, l’opposizione si fa tutta sociale. Ecco la ragione del nuovo protagonismo del sindacato, soggetto sociale per definizione, che trae nuova forza dal dato materiale della disoccupazione e delle diseguaglianze crescenti e da quello politico dall’attacco esplicito ai diritti del lavoro. Ecco il motivo dell’insofferenza aggressiva di Renzi che costruisce nemici per azzerare confronto e dialogo. Arriviamo così al punto essenziale. A destra l’opposizione è sopraffatta da una sostanziale convergenza con l’azione di governo. E il resto, quello che possiamo ancora chiamare sinistra? Qui dev’essere sciolto il nodo di una politica di sinistra capace di essere in sintonia con una società certamente cambiata, ma la cui novità non può consistere, come si cerca di fare, nel respingere sullo sfondo dignità, libertà, eguaglianza, solidarietà, perché sono ancora questi i principi che meglio colgono le difficoltà e i conflitti di oggi. Le diverse sinistre, interne e esterne ai partiti, hanno finora inseguito formule e costruito aggregazioni casuali. Non sono state capaci di presentarsi con una identità definita, che può essere costruita solo attraverso una cultura politica rinnovata. Che non è impresa impossibile, se si riflette sul molto lavoro fatto in sedi diverse e da soggetti diversi: una nuova visione complessiva dei diritti fondamentali, dove quella del lavoro è inscindibile dal rispetto pieno di una persona riconosciuta nella sua libertà, nell’accesso alla cultura, nella garanzia della salute; le critiche dell’austerità di molti economisti, che coglie la necessità di una politica dominata dall’economia; la ristrutturazione degli ammortizzatori sociali nella prospettiva di un reddito garantito; le elaborazioni su beni comuni e servizi pubblici, che rischiano d’essere travolti dalla logica del fai da te, ben rappresentata dagli 80 euro alle neomamme al posto di asili; le proposte sui nuovi rapporti tra democrazia rappresentativa e partecipativa; la solidarietà tra persone e generazioni; l’attenzione concretamente rivolta a povertà e illegalità. Perché a sinistra non è stata finora fatta una riflessione complessiva su ciò che essa ha sparsamente prodotto? E vi è l’Europa. Renzi dice che questa è la vera partita. Ma la sua presidenza dell’Unione non è stata segnata da una vera iniziativa sul tema della riforma delle istituzioni. Oggi si riscopre l’Europa attraverso la Carta dei diritti fondamentali, invano invocata in questi anni (anche su questo giornale). Si ricorda il suo articolo 30 sui licenziamenti ingiustificati, ma si deve andare oltre, agli articoli 31 e 34, che parlano di condizioni di lavoro giuste e eque, di garanzia dell’esistenza dignitosa, con una eloquente sintonia con l’articolo 36 della nostra Costituzione, che vuole garantita «l’esistenza libera e dignitosa», tutte norme che rendono ineludibile il tema del reddito garantito. In questi anni l’Europa ha cancellato la Carta, che pure ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ed ha costruito una “controcostituzione” economica che annulla tutto il resto. L’Italia ha seguito questo cattivo esempio, abbandonando progressivamente la parte della Costituzione dedicata a principi e diritti. Ricostruire una rinnovata politica costituzionale non è solo il compito di una opposizione di sinistra, ma il fondamento essenziale d’un governo democratico.

Perdiamo il tempo e ………..la serenità! (M.B.) Pensierino del 9 Novembre 2014

“Presto!!! E’ ciò che ci insegnano fin da piccoli. Bisogna fare presto. Correre. Muoversi. Accelerare. Il mondo non aspetta, non ha tempo. Cresciamo accumulando ritardi, mentre un senso di colpa latente ci avvolge con una patina quasi impercettibile. La tecnologia, in questo, non aiuta. Semmai accelera l’affanno, perché moltiplica la nostra connessione con un presente ininterrotto che non ammette, appunto, ritardi. In questo modo, però, perdiamo tutto. Perdiamo il tempo, prima di tutto. Esattamente ciò che serve per agganciarci al traino di un’esistenza felice. Proviamo a pensarci: le relazioni, il godimento delle cose terrene, la contemplazione del mondo intorno a noi. Tutto, ma proprio tutto, richiede tempo, e il tempo concede calma, serenità. Sposta l’asse terrestre della bellezza e rende degno il gioco di esserci.” (Marco Boschini)

Vi prego…..svegliatemi tra vent’anni ! (F.P.) 7 Novembre …Una bella riflessione !

“Facciamo così, svegliatemi tra vent’anni, quando avranno finito di comportarsi da scendiletto del potere o da detrattori senza se e senza ma. I pasdaran dell’una e dell’altra parte sono figli del secolo scorso, delle masse uniformi che attaccano a testa bassa. Svegliatemi tra vent’anni quando, forse, la smetteremo di credere negli uomini superman, che arrivano e cambiano tutto. I rivoluzionari avevano altri modi e altri stili. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala ma nemmeno un videomessaggio o un tweet. Svegliatemi quando avranno finito di dire “cambiamo tutto” per poi non cambiare nulla. Svegliatemi quando smetteranno di confondere la gioventù (o l’anzianità) con il valore. Le persone valgono sempre, a 20, 30, 40, 50, 60 e 70 anni. Cambia la loro saggezza, non la loro onorabilità. Svegliatemi tra vent’anni quando avranno finito di scambiarsi tweet che leggono in 10 e commentano in 3. Perché solo quando un governo e un partito saranno veramente inclusivi,questo Paese avrà una speranza di cambiare. Svegliatemi tra vent’anni, perché il 1993 me lo ricordo e c’era lo stesso fermento. La stessa idea che sarebbe cambiato tutto. Siamo nel 2014 e, se avessimo cambiato tutto, non saremmo qui, non saremmo 56esimi al mondo tra i paesi capaci di attirare investimenti; penultimi per crescita tra i paesi del G20; quart’ultimi (davanti solo a Grecia, Turchia e Spagna) per tasso d’occupazione tra i membri OCSE; 49esimi per libertà di informazione (anche il Niger ci sta davanti); non avremmo una disoccupazione giovanile al 44,2%. Se avessimo cambiato tutto, non saremmo ancora alla ricerca di una speranza”. (F.P.) E per quanto mi riguarda,,,,,,fra vent’anni? Decisamente è una bella ipoteca per il mio futuro!!!

Reddito di cittadinanza….necessaria una politica socio-economica equa con un approccio basato sui diritti !

CONFERENZA NAZIONALE REDDITO MINIMO ROMA 8 ottobre 2014 “La povertà aumenta. Chiediamo una Direttiva europea sul reddito minimo per una vita dignitosa. È necessaria una politica socio-economica più equa con un approccio basato sui diritti! Le attuali politiche stanno fallendo. Non è un problema di risorse, basterebbe cancellare gli F-35!”. Si è conclusa alcuni giorni fa a Roma la conferenza nazionale “Il reddito minimo per una vita dignitosa”, organizzata dal Cilap – Collegamento Italiano Lotta alla Povertà – sezione italiana della rete europea EAPN European Anti Poverty Network. La Conferenza nazionale del progetto EMIN intende sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica sulla necessità di un reddito minimo per una vita dignitosa, per combattere povertà ed eslusione sociale. Nicoletta Teodosi, presidente del Cilap, ha così concluso la conferenza: “La povertà aumenta e fasce crescenti di popolazione si stanno impoverendo. Sono milioni di persone. Le attuali politiche stanno fallendo. Chiediamo una Direttiva europea per il Reddito minimo, di carattere vincolante, che obblighi l’Italia ad approvare subito una legge sul reddito minimo per una vita dignitosa. Non è più possibile che milioni di persone ridotte in povertà, disoccupate, senza lavoro, senza le condizioni minime per vivere siano private di questo diritto. È necessaria una politica socio-economica più equa con un approccio basato sui diritti! E il silenzio del governo è assordante, manca la volontà politica. Non è un problema di risorse, basterebbe cancellare gli F-35! È indispensabile dare significato all’impegno europeo – ha continuato Teodosi – nel combattere l’esclusione sociale prevista nella Carta dei diritti fondamentali. E sviluppare politiche sociali nazionali, considerando la prospettiva europea. Impegni comuni a livello europeo sono necessari per raggiungere alti standard sociali. Dopo gli annunci del ministro Poletti aspettiamo i fatti: le reti che si occupano di povertà sono pronte, da tempo, al confronto e al dialogo. Questa conferenza ne è una testimonianza. Anche se comprendiamo che è un problema politico, in cui bisogna avere il consenso di una larga maggioranza. Ma il problema pratico rimane alle persone in povertà, che non mangiano ‘il problema politico’!”. Teodosi ha concluso: “Gli impegni presi dal Consiglio e dalla Commissione europea sul Reddito Minimo per mantenere le persone attive nella società, per creare società più egualitarie ed economie stabili, necessitano dell’attivazione di una misura di reddito minimo a livello nazionale ed europeo, che consenta a chi vive sotto la soglia di povertà una vita dignitosa”.(N.T.)

Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte ! Pensierino del 2 Novembre 2014

Io piango e non me ne vergogno. Io spesso non perdono e certo ricordo con rabbia, come mi ha insegnato John Osborne qualche decennio fa. Oggi come ieri, tra le lacrime e l’impotenza, continuo a provare dolore: resta lì e non se ne va, perché non se ne può né deve andare. Volevo e voglio giustizia. Anzitutto per chi è morto come il blasfemo di Fabrizio De André: “Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte/ mi cercarono l’anima a forza di botte”.(A.S.)