La catastrofe dei diritti sociali

Rapporto sui diritti globali 2014. In Ue 13 milioni di nuovi poveri (da noi raddoppiati in 6 anni) e 27 milioni di disoccupati. In Italia tra il 2012 e il 2013 persi 424 mila posti. “Le alternative sono possibili, ma non possono che sortire dal basso” Più che di crisi, si tratta di una “catastrofe globale” sul fronte dei diritti sociali ed economici: 27 milioni di disoccupati e 13 milioni di nuovi poveri in Europa. E un picco di privazione anche in Italia dove la povertà assoluta è raddoppiata tra il 2007 e il 2012. A fotografare la situazione preoccupante del welfare nostrano e comunitario è il Rapporto sui diritti globali 2014, realizzato dall’Associazione società informazione onlus e promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Dieci milioni di disoccupati in più in Europa. Secondo il rapporto negli ultimi sei anni tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Europa le persone che hanno perso il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l’occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità. Nell’Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all’anno precedente. In Italia raddoppia la povertà assoluta. Nel suo piccolo – spiega il rapporto – l’Italia contribuisce significativamente a questa mappa della privazione: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l’8 per cento della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8 per cento; all’inizio della crisi, nel 2008, era al 63 per cento. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2 per cento), i croati (53,9 per cento) e gli spagnoli (58,2 per cento). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall’inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. E il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4 per cento. A morire sono anche le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila, e “per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell’anno precedente” si legge nel rapporto. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri (“working poor”): sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Questo stato di catastrofe – umanitaria, non solo economica – non è una realtà inevitabile, bensì il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l’occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Secondo il rapporto “le politiche della Banca centrale, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania”. Complice la crisi, è quindi in atto l’intensificazione di una “lotta di classe dall’alto”, una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo. Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l’anno, vale a dire ben il 25 del Pil, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali. “Risulta sempre più evidente il contrasto tra due idee diverse e antagoniste del mondo, la più forte delle quali, fondata sul dogma del libero mercato e sulla religione del profitto, vuole fare una definitiva tabula rasa di tutti i diritti faticosamente acquisiti dalle classi subalterne nel corso della seconda metà del Novecento – si legge nel rapporto -. La crisi globale ha reso maggiormente manifesta l’incapacità di perseguire alternative. Negli ultimi anni a livello mondiale si è assistito alla bancarotta del liberismo. Eppure i responsabili della crisi – grande finanza, corporations e tecnocrazie – hanno stroncato violentemente ogni ripensamento sui paradigmi della crescita infinita e dell’asservimento totale dei viventi alle logiche del profitto, che sono state architrave di quella dottrina fraudolenta. E ora addirittura rilanciano, con quel Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato commerciale Usa-Ue che incombe sull’Europa”. Eppure – spiegano i promotori del rapporto – le proposte alternative sono da tempo sul tavolo. Ma “non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma anche nuova cornice culturale e valoriale. Un’altra Europa e un’altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati – sottolineano. Secondo il rapporto, dunque, serve una riconversione ecologica dell’economia che deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa; un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità e su un nuovo welfare che devono contrastare la politica dell’austerità (solo in Grecia sarebbero 2.200 le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l’Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati”. “Le alternative sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società, dei popoli. Per contrastare quel “colpo di Stato”, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità e giustizia sociale. Globalizzando i diritti”, conclude il rapporto. dal Notiziario di Redattore Sociale – 08 luglio 2014 –

Che tristezza la Boschi…la Moretti pensierino del 25 settembre 2014

Profonda tristezza ascoltare il “nuovo” del PdR (partito di Renzi che non è il PD) in TV….tutti impegnati a demolire la mirabile impalcatura del patrimonio politico-culturale-ideologico della Sinistra………la Moretti, la Boschi ecc. che ripetono il copione della Santanchè, della Gelmini, della Carfagna ecc……………Che tristezza l’attuale panorama politico!!!

L’etica delle virtù

Un’economia che invece partisse dal primato di Adamo su Caino e Lamek prenderebbe come sua fondazione l’etica delle virtù, che ha la sua vera radice nel primato del bene sul male, e non si lascerebbe colonizzare dalla sottospecie di utilitarismo che la comanda. E poi guarderebbe i lavoratori come persone capaci prima di bene e di bello, e disegnerebbe organizzazioni dove possano crescere doni e bellezza e non solo il cinismo e l’opportunismo prodotti da visioni e teorie che non fanno altro che moltiplicare i figli di Caino. E utilizzeremmo più premi (gli strumenti motivazionali dell’Adam) e meno incentivi (che nascono dall’antropologia cainita). L’uomo reale è un intreccio di Caino e di Adamo, ma l’umanesimo biblico ci dice che prima è Adamo. Se la prima e l’ultima parola su di noi fosse quella di Caino, nessun perdono e nessun ricominciare sarebbero veri. Chi prende sul serio quella prima parola sull’umano, o la riceve in dono, gira per le strade con altri occhi dell’anima. Vede che il mondo è pieno di cose belle e buone. Le scopre quando guarda stupito tramonti, stelle, e montagne innevate, ma scopre cose molto buone e molte belle quando guarda i colleghi, i vicini di casa, il vecchio che muore, il malato terminale, i tanti deformati dalla troppa miseria o dalla troppa ricchezza, la nonna tornata bambina che gioca di nuovo con le bambole, Dimitri ubriaco e maleodorante sulla metro, Lucia che non si è più risvegliata dal coma, Caino che continua a colpirci. Nessuna foresta amazzonica, nessuna cima alpina possono raggiungere la bellezza-bontà di Maria, clochard della stazione Termini. Bastano pochi di questi “sguardi” per farci risorgere ogni mattina, per farci rialzare da ogni crisi. (A.B.)

Le prossime elezioni provinciali e gli amici degli amici……..pensierino del 22 settembre 2014

Le prossime elezioni provinciali riguarderanno l’elezione del Presidente e della giunta (ma…non erano state abolite le province?Mistero !), Presidente e giunta saranno eletti dai Sindaci e dai consiglieri comunali del proprio partito ossia dagli amici e dagli amici degli amici ! Domanda : Presidente e Giunta…a chi risponderanno del loro operato ???

Basta dogmi ! intervista a don Cristiano Mauri

Giovani, sessualità, convivenze Il prete brianzolo: ‘Basta dogmi’ Don Cristiano Mauri Don Cristiano Mauri, brianzolo, nato nel 1972, dal 2005 è prete alla parrocchia di Meda, 23mila abitanti, crocevia del design ora impoverita come le città vicine – «Questo è ancora uno di quei posti in cui a volte il prete viene invitato a cena perché è il prete, non perché sta simpatico o ci si trova bene». Prima di entrare in seminario, ha studiato Ingegneria al Politecnico di Milano. Ha un blog, “ La bottega del Vasaio ”, dove pubblica riflessioni, omelie, analisi del Vangelo. Il successo del suo sito web gli è valso la pubblicazione degli articoli in un libro uscito per Add Editore nel 2013. Per l’intervista non indossa l’abito talare ma una maglietta e dei jeans. Fuori dall’oratorio lo aspettano i genitori e un disoccupato cui ha dato lavoretti da fare per la parrocchia. «Ogni giorno arriva gente a chiedere soldi», racconta: «È sempre stato così, ma con la crisi sono aumentate le richieste da parte degli insospettabili, persone che si vergognano ad andare alla Caritas e per orgoglio preferiscono venire dal prete. Io metto a disposizione tutte le risorse che ho, dal mio stipendio (950 euro al mese) alle donazioni degli industriali» All’attività ordinaria del suo oratorio (enorme, 3 piani, un segretario, palestre, aule, un grande cortile, a due passi dalla stazione) partecipano 180 ragazzi circa per ogni classe d’età. Il catechismo? «Alle elementari è seguito praticamente da tutti. Dopo la Cresima, che qui si fa in quinta, non rimane che la metà degli adolescenti. E poi dalle Superiori in poi restano poche decine di persone» Cosa si aspetta dal Sinodo di ottobre? «Sembra che questo Sinodo abbia come unica preoccupazione quella delle situazioni matrimoniali irregolari. Ma dico, il problema della Chiesa di oggi sono le situazioni matrimoniali irregolari? Sì, certo, è un aspetto, ma qui c’è la gente che ha perso i valori cardine del cristianesimo: il rispetto dell’altro, la disponibilità al servizio, la generosità, la non violenza, e noi ci fissiamo sul dare o no l’eucarestia ai divorziati e risposati?» Cosa manca? «È di sicuro un Sinodo con un’impronta molto maschile. Il modello familiare proposto è ancora unico, ancora lo stesso portato in scena al family day due anni fa, quando sul palco salirono come esempi-testimoni tre famiglie, tutte coppie bellocce, con 4/5 figli, dove il padre era il padre e la donna faceva la madre. Continuiamo a restituire una certa immagine di Chiesa, gerarchica e al maschile» Sta dicendo che quello non dovrebbe essere l’unico modello di famiglia per la Chiesa? «Sto dicendo che su certi temi la Chiesa dà l’impressione di essere indisponibile a discutere: riafferma continuamente gli stessi principi, che è il modo peggiore per farsi capire dagli altri. Ho appena avuto un battibecco furioso su Twitter per quella cacchiata dei Fratelli d’Italia sulle adozioni gay: ma dico, come fai a definire un figlio un capriccio? Come fai a non riconoscere la sofferenza che c’è dietro quell’impossibilità? Quello che chiedo alla Chiesa – e che cerco io stesso di praticare – è l’umiltà di ragionare caso per caso. Di dare delle indicazioni generali, certo, ma con un atteggiamento dialettico, non di propinare dogmi monolitici sulle scelte personali» Quel modello di famiglia prevede anche che le donne stiano a casa, rinuncino al lavoro per occuparsi dei figli. «Perché non dovrebbe essere un arricchimento – per il marito, per i figli, per la società – avere più donne nel mondo del lavoro? Non sopporto chi ancora lo nega, chi non lo reputa importante, chi ancora fa sì che la Chiesa non si smarchi dall’unico modello femminile della madre e della vergine. Ma serve credo anche un’altra riflessione: le donne che dirigono, che arrivano a posti di potere, tendono oggi a replicare modelli maschili. Di una donna forte si dice che “ha le palle”. Per me questo è un insulto. Penso che proprio perché la loro voce è così importante, le donne, femministe o no, dovrebbero essere più presenti nel mondo del lavoro ma non secondo canoni maschili. Non secondo forme di esercizio del potere autoritarie, che vengono riproposte come se fossero l’unico modo per essere accettate. Così si crea uno smarrimento che arriva anche nelle case, dove ormai la figura della madre è spesso totalizzante. E la volontà di gestire tutto, dall’educazione dei figli alla gestione dei soldi, al resto, rischia di far esplodere» Ruolo delle donne all’interno della Chiesa. Anche su questo fronte non cambierà niente? «Credo che il tema sia molto importante, ma che affrontarlo solo in termini di sacerdozio femminile sia riduttivo, o almeno: c’è il rischio di ribadire l’idea che nella Chiesa a contare sono solo le gerarchie ecclesiali, la carriera, quando invece il Concilio Vaticano II aveva dato priorità diverse, aveva messo il popolo prima della gerarchia: un ribaltamento che non è ancora avvenuto» Sì, ma in concreto, non deve cambiare nulla? «Penso che la priorità sia dare spazio alla voce delle donne, in generale. Siamo ancora una Chiesa pensata dagli uomini, dalla teologia alla pratica parrocchiale, tutto è nelle mani degli uomini. Per me sarebbe importante avere donne nelle stanze dei bottoni, nelle commissioni, nei consigli diocesani, ad esempio, ma non come quote rosa, quanto come esempi di una chiesa che va pensata anche in chiave femminile. Quante teologhe conosciamo, bibliste studiamo? Nessuna, o pochissime. Iniziamo a farlo. Iniziamo ad ascoltare i testi, il Vangelo, secondo l’interpretazione delle donne. La Chiesa cambierà» Per esempio? «Ti preparano a fare il prete in un ambiente totalmente maschile come il seminario. Poi tu esci e hai a che fare per il 90 per cento del tempo solo con donne. Quando uno fa il prete si rende conto effettivamente di come la tua vita, e lo dico da celibe, ha bisogno dell’apporto delle donne, del loro sguardo, della loro sensibilità» Parla mai con i ragazzi dell’oratorio di sessualità? «Parlare ancora di esercizio della sessualità prima o dopo il matrimonio non ha senso. Io ho dovuto affrontare il discorso con gli adolescenti, ma perché loro lo vivono già. L’unica cosa che possiamo aiutarli a fare è vivere la sessualità in modo intelligente. Se parliamo loro solo di valore del dono, di attesa, di altre sfumature di desiderio – che sono cose in cui credo – finiamo per essere degli extra terrestri. Come possiamo pretendere poi che ci ascoltino? No, dobbiamo cambiare linguaggio, avvicinarci. Io chiedo ai ragazzi solamente di riflettere, di pensare che stanno aprendo il loro corpo e che chi ci entrerà in qualche modo ci resterà per sempre. Non impedirglielo, ma aiutarli a vivere il sesso in modo più responsabile. E poi, insomma: io non vedo nei ragazzi che incontro tutta la leggerezza che proclamano alcuni» Conclusione? «Il Vangelo non è un manuale di precetti morali, di “così si fa” “così no”. Il Vangelo è un cammino, e non sempre gli stessi apostoli sono riusciti a stargli dietro, a Gesù. Chi ha le gambe allenate può anche scalare l’Everest, ma già aiutare i ragazzi a fare un giro di dieci minuti in un bosco è avvicinarli alla vita secondo il Vangelo. Ognuno segue la fede secondo le sue capacità, ma sono tutti, dall’escursionismo all’alpinismo d’alta quota, modi di vivere il Vangelo».

Contenti di non essere….. (Elèmire Zolla)

CULMINE DELL’INGIUSTIZIA E’ LA PRIVAZIONE DEL GENIO “Pericolo dei pericoli é restare affascinati, ossessionati, posseduti; conferiti a un altrui destino e morti al nostro. Culmine dell’ingiustizia é la rapina psichica… Lo schianto di un torto o la potenza di un inganno o il dolore di una percossa, aprono le porte alla forza psichica altrui, che ci cattura e trasforma in larve. Allora é la massima sventura, quando abdichiamo al nostro per ammirare, amare, seguire, accecati, il destino e la volontà di chi ci abbia piegato e stregato, contenti di non essere, di non aver più diritto a niente… Si é precipitati nella schiavitù… Non ha destino né diritto lo schiavo; non può più ascoltare e seguire, dicevano i Romani, il suo genio. (Elémire Zolla – “Uscite dal mondo”)