COME ABBATTERE LA DITTATURA DISUMANA DELL’ECONOMIA?


Chi farà la rivoluzione di Francesco? 

Finché gli esclusi sono tenuti fuori e scartati dalla politica, l’azione per il cambiamento del sistema non può che essere condotta da minoranze, capaci di alleanze e di egemonia; nessuno che pretenda avere “vocazione maggioritaria” lo può fare invocando un altro sistema e parlando per gli esclusi … pertanto, l’ordine esistente, per perpetuarsi, deve fare in modo che gli esclusi restino esclusi e anzi deve creare sempre nuove esclusioni…

C’è una questione seria: chi farà la rivoluzione di papa Francesco? Non parlo della  rivoluzione nella Chiesa, che papa Francesco chiama «conversione» o anche «permanente riforma» e che, come dice nella Evangelii Gaudium, deve cominciare dalla conversione del papato: questa la deve fare lui e con lui la devono fare i credenti della sua Chiesa Ma la rivoluzione che papa Francesco invoca per la società, e che lui chiama riforma finanziaria ed etica, per cambiare «un sistema sociale ed economico ingiusto alla radice» (E. G. n. 59) e abbattere la «dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano», la dobbiamo fare noi, i cittadini, uomini e donne amanti dell’umanità e della giustizia, credenti o non credenti che siamo.La critica al sistema economico dominante in nome dei poveri e degli esclusi Bergoglio l’ha formulata ben prima di diventare papa, insieme a tanti preti e vescovi che per questo, fossero o no partecipi della teologia della liberazione, in Argentina erano chiamati «comunisti». Ma «la scelta dei poveri risale ai primi secoli del cristianesimo» testimoniò il cardinale Bergoglio a Buenos Aires dinanzi  alla Corte che indagava sui crimini del regime militare argentino: «se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri – spiegò ai giudici – direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista», mentre invece «la scelta dei poveri viene dal Vangelo». Una critica di sistema
Il tema dei poveri doveva essere poi non solo un tema teologico forte del pontificato di Francesco («per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» ha scritto nella Evangelii Gaudium n.198; «tra la nostra fede e i poveri esiste un vincolo inseparabile», n. 48)), ma doveva diventare l’architrave del suo giudizio sulla situazione storica e del suo programma pastorale per il mondo. È rimasta ben presente in lui la consapevolezza, maturata in America Latina, delle cause strutturali della povertà, e questa si è tradotta in una radicale critica di sistema che il papa ha cominciato ad articolare e ad enunciare fin dai primi atti del suo pontificato. Già il tema fu avanzato in tutta la sua ampiezza nel discorso rivolto agli ambasciatori di quattro piccoli Paesi venuti a presentargli le credenziali il 16 maggio 2013, nel quale metteva sotto accusa il «rapporto che abbiamo con il denaro, nell’accettare il suo dominio su di noi e sulle nostre società», per cui «oggi l’essere umano è considerato come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato questa cultura dello scarto – aggiungeva – Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole. Inoltre, l’indebitamento e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini dal loro potere d’acquisto reale. A ciò si aggiungono, oltretutto, una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista che hanno assunto dimensioni mondiali. La volontà di potenza e di possesso è diventata senza limiti».

Il papa è poi tornato più volte a tematizzare la «cultura dello scarto». Il mondo di oggi non è concepito, non è pensato per tutti: «Uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la cultura dello scarto», ha detto Francesco il 5 giugno in piazza san Pietro; e più volte ha citato un midrash ebraico che, a proposito della torre di Babele, diceva che se si rompeva un mattone d’argilla tutti facevano un grande pianto, ma se un operaio cadeva dall’impalcatura e moriva, nessuno si preoccupava. E la stessa cosa accade «se una notte d’inverno in via Ottaviano» (che è vicino al Vaticano) «muore una persona; quella non è una notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è una notizia, sembra normale…. Al contrario un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città costituisce una tragedia. Così le persone vengono scartate come se fossero rifiuti».Questo filo rosso che attraversa tutta la predicazione di papa Francesco, rimarrebbe un puro lamento se non si traducesse in un’assillante richiesta di un cambiamento di sistema, esplicitamente chiamato in causa come tale. Così ha fatto quando, parlando con i giornalisti di ritorno dal Brasile, ha additato «il sistema socio-economico mondiale» come responsabile dei morti e dei naufraghi di Lampedusa; così ha fatto parlando agli operai e ai disoccupati di Cagliari, il 23 settembre 2013, esortandoli a non farsi «rubare la speranza e la dignità» insieme col lavoro, ad avere coraggio, a pregare per avere il lavoro e per imparare «a lottare per il lavoro», mentre egli, per parte sua, non poteva limitarsi a dire solo «una bella parola di passaggio», ma doveva impegnarsi «come pastore e come uomo» per sostenere questo coraggio, per rivendicare insieme ai lavoratori «un sistema giusto, non questo sistema economico globalizzato, che ci fa tanto male».Finalmente la critica di sistema di papa Francesco prendeva tutta la sua forza in un passaggio cruciale del documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione Evangelii Gaudium pubblicata a conclusione dell’anno della fede.Qui il papa riprendeva alla lettera le tesi già enunciate agli ambasciatori il 16 maggio e diceva che con la stessa forza con cui proclamiamo ilnon uccidere «oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide…. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita» (E.G. n.53).Né si può pensare che le cose si mettano a posto da sé, come vorrebbe l’assioma ideologico del liberismo; infatti il papa respingeva «le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».

Dallo sfruttamento all’esclusione
Mai, dopo la critica marxiana al capitalismo era stata espressa un’opposizione così forte al sistema economico vigente, alla sua ideologia, alla sua matrice antropologica, anche se il nome con cui viene chiamato l’oggetto del rifiuto non è «il capitale» ma «il governo del denaro». Senonché la situazione non è più quella analizzata da Marx, e dunque si deve andare oltre Marx: «Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione – dice il papa – ma di qualcosa di nuovo»; si tratta dell’esclusione, e «con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nelle periferie, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”».Messe così le cose, si pongono alcune domande.1) In nome di quale ideologia viene formulato questo giudizio? Né ideologia né sociologia, «ciò che intendo offrire – dice Francesco – va piuttosto nella linea di un discernimento evangelico». Dunque siamo in un terreno specificamente cristiano.2 ) La critica al sistema disumanizzante ha solo una ragione politica e umanitaria, o ha una ragione teologica? È una critica teologica, perché il sistema viene descritto come idolatrico; esso ha scelto il denaro come suo dio, i «benefici» come regola assoluta e il mercato «divinizzato»; perciò esso avverte Dio come una minaccia, perché Dio «è incontrollabile, non manipolabile, perfino pericoloso» nella misura in cui vuole sottrarre l’essere umano ad ogni schiavitù (n. 57). Dunque Dio contro Dio, la causa è specificamente cristiana. 3) Prendendo di petto un problema umano generale, il papa esce dal recinto della Chiesa e si getta nel mondo, inteso come il grande spazio che va oltre la Chiesa? Se si intende la Chiesa nel modo tradizionale e la si identifica con l’istituzione cattolica, certamente il papa esce dal suo recinto. Ma nella visione dell’ Evangelii Gaudium c’è un nuovo «modo di intendere la Chiesa» (n. 111); essa non è solo il popolo che visibilmente le appartiene, ma è il Popolo di Dio che si incarna nei popoli della Terra (n. 115), che ha le sue radici nella Trinità  e la cui «armonia» è lo stesso Spirito Santo: dunque si tratta di «tutti», degli «esseri umani di tutti i tempi»; questa Chiesa, ricca della varietà di tutti i popoli e di tutte le culture, come «sponsa ornata monilibus suis» (la sposa che si adorna con i suoi gioielli), è l’umanità tutta intera, è l’intera collettività (anche se non ancora comunione) dei figli di Dio. Dunque quando si parla del mondo dominato dal denaro si parla di una realtà universale che è ancora nel mistero cristiano.

Quali i soggetti della liberazione?
4) Infine c’è l’ultima domanda, difficile. Quali sono i soggetti della liberazione? È la domanda su cui è caduta la sinistra dopo la fine del comunismo, quando al posto degli operai ha evocato il Terzo Mondo, le donne, i giovani. Secondo la risposta classica i soggetti della liberazione sono le stesse vittime. Quindi, nello schema marxista, sono gli sfruttati e gli oppressi. Ma ora, secondo il papa, le vittime sono gli esclusi. E gli esclusi non possono fare la rivoluzione perché, appunto non ci sono, sono messi fuori.Da ciò vengono alcune conseguenze.La prima è che la lotta contro l’esclusione è obiettivamente rivoluzionaria, perché attacca il cuore del sistema di «inequità» (come lo chiama il papa, inequidad in spagnolo), e rimettendo gli esclusi nella società vi introduce i soggetti della liberazione. Dunque ciò facendo la Chiesa non fa la rivoluzione, ma la prepara.La seconda è che, finché gli esclusi sono tenuti fuori e scartati dalla politica, l’azione per il cambiamento del sistema non può che essere condotta da minoranze, capaci di alleanze e di egemonia; nessuno che pretenda avere “vocazione maggioritaria” lo può fare invocando un altro sistema e parlando per gli esclusi.La terza è che l’ordine esistente, per perpetuarsi, deve fare in modo che gli esclusi restino esclusi e anzi deve creare sempre nuove esclusioni. È impressionante per esempio vedere come la legge elettorale che oggi viene promossa al posto del “Porcellum” sia una legge di esclusione, che tende a escludere pezzi sempre maggiori di elettorato e di forze parlamentari. E si capisce anche perché c’è chi si rallegra affermando che con la legge maggioritaria finisce ogni possibilità di un cattolicesimo politico, restando possibile solo la dispersione dei cattolici nel mucchio delle forze omogenee al sistema. Se l’appello del papa per l’uscita dal sistema di esclusione e d’iniquità riguarda anche loro, essi dovrebbero invece recuperare una loro autonomia ideale e politica, impedire che il sistema sia corazzato e blindato e che le sue gerarchie si perpetuino per cooptazione, e creare gli spazi perché delle minoranze creative e motivate possano rompere i limiti del sistema e riaprirlo all’ingresso dei poveri, degli esuli, degli esuberi e degli esclusi e un mondo più amabile diventi possibile.

Raniero La Valle

E ORA CHE SI FA ???


Auguro a Matteo Renzi buona fortuna, anche se non condivido il suo azzardo. Voto la fiducia al governo perché se dovesse fallire aumenterebbe la sfiducia di un paese già molto provato. Non c’è bisogno però che proprio tutti si aggiungano al coro. Può essere utile anche segnalare i pericoli al fine di prevenirli. E soprattutto è necessario per chi è in minoranza lavorare a una prospettiva diversa da quella imposta in questi giorni.

Niente è più come prima
Ci troviamo di fronte a una grande decisione che in un colpo solo cambia il sistema politico e in una certa misura anche la natura del Pd.
Tra sinistra e destra viene stipulato un accordo per l’intera legislatura, e non più un’intesa parziale per il tempo necessario ad approvare la legge elettorale. Si tratta di una manifesta rottura del mandato ricevuto dai nostri elettori. Se infatti era ancora legittima, per quanto criticabile, la formazione di un governo provvisorio, non è invece neppure nella potestà della Direzione del partito decidere un’alleanza organica con la destra.
Nessuno ha chiarito perché si è abbandonata la priorità della legge elettorale. Forse Renzi ha temuto di non riuscire ad approvarla in Parlamento, capendo di aver sbagliato nel cercare l’accordo sull’Italicum con il solo Berlusconi e non con tutte le forze politiche come sarebbe doveroso su tale materia. Forse è alla ricerca di un nuovo azzardo per correggere quello non riuscito soltanto qualche settimana fa.
Ora è però evidente che l’intesa col Cavaliere eraben più ampia dell’argomento elettorale, come dimostranola nomina di una persona di sua fiducia al ministero dello Sviluppo – con delega alle televisioni – e la dichiarazione di voto da parte di Forza Italia, insolitamente ben disposta verso il governo. La base parlamentare del governoè spostata più a destra rispetto al secondo Letta. Infine al Viminale rimane Alfano, che ha mentito al Parlamento sul caso Schabalayeva.
Il segretario del partito diventa premier con una manovra di vertice senza passare per il responso elettorale, stracciando l’impegno preso con i suoi sostenitori. Le primarie cambiano quindi significato: non più un movimento di partecipazione popolare che prepara il progetto vincente del Pd per le prossime elezioni, ma un plebiscito che autorizza il leader a giocare l’ambizione personale in unione mistica con l’ambizione nazionale. Un partito che accetta questo ribaltamento di sovranità – addirittura con l’assenso di una minoranza – è già meno democratico di prima. La successiva elezione di modesti segretari regionali (con poche eccezioni) porta a compimento il partito in franchising: la cura del brand al leader mediatico e la gestione del potere ai notabili. I pasdaran renziani hanno già proposto di togliere dal simbolo la parola “partito”, ma quella che rischia di diventare obsoleta è la parola “democratico”.
Chi ha rotto il patto con gli elettori e con il popolo delle primarie ora non può fare appello alla disciplina ai parlamentari. Se vengono meno i patti, in futuro saremo tutti meno legati. Tra i due strappi c’è una certa coerenza. Per assorbire un’alleanza di legislatura con la destra occorre un partito domato alla potenza del leader. E questa, d’altro canto, può essere spesa solo per un’ambizione di non breve durata.
La Crisi delle larghe intese
Se l’operazione andrà in porto – e non è certo – l’Italia avrà percorso quasi un decennio senza una normale alternanza politica, dalla crisi del governo Berlusconi nel 2010 fino alle prossime elezioni del 2018. Gli anni Dieci passeranno con le larghe intese considerate come unico possibile governo della Crisi più grande. Eppure, alla prova dei fatti, questa formula politica ha smentito clamorosamente le sue stesse promesse. Si è rivelata incapace di unire il paese in uno sforzo condiviso, e inefficace nella politica economica.
Proprio la sua versione più pura – con il governo di Monti – ha determinato una spaccatura profonda con la metà dei cittadini che alle elezioni del 2013, anche per gli errori della sinistra, hanno espresso un rifiuto per il sistema politico-istituzionale. I dieci milioni di voti persi dai due poli hanno reso impossibile il bipolarismo. Proprio l’eccesso di governabilità ha prodotto l’ingovernabilità.
D’altronde tale esito ha portato a compimento una precedente tendenza ad annacquare le differenze che è la vera causa del fallimento della Seconda Repubblica. Il bipolarismo italiano è stato più conflittuale a livello simbolico ma meno differenziato rispetto al mainstream economico. La destra non ha realizzato la promessa rivoluzione liberista e la sinistra non ha difeso coerentemente la dignità del lavoro. Nella paglia di questa doppia delusione è divampato il malessere sociale grazie alla scintilla della Crisi. Le piazze dei forconi, delle partite Iva, ma anche dei referendum dell’acqua, delle fabbriche chiuse, degli insulti grillini sono alimentate dalla mancanza di progetti politici diversi e credibili.

La medicina è stata peggiore del male. La pretesa di tenere insieme scelte politiche opposte ha paralizzato le decisioni. Nella riduzione delle tasse la mancata scelta tra il lavoro e il patrimonio ha bloccato la politica economica proprio nel momento più difficile della crisi. Non funziona più la vecchia agenda di governo scritta dall’establishment, semplificata nei talk-show ed eseguita maldestramente dai governi Monti e Letta.
Eppure si riprova senza cambiare nulla, puntando solo sull’energia giovanile di Renzi. Si affida all’uomo nuovo il compito di realizzare il programma vecchio. Ma nel frattempo la crisi ha bruciato le risorse disponibili e ha reso più stringenti i vincoli. Per fare le vere riforme non basta declamarle, ma occorre prima di tutto renderle possibili conquistando nuovi margini di manovra. Ciò però comporta la messa in discussione di assetti consolidati, di convenienze conservative, di equilibri a ribasso. Gli editorialisti riducono i problemi reali a facili slogan di largo consenso per larghe intese: riduzione spesa pubblica, meno tasse, più crescita. In realtà è ormai ineludibile una gigantesca ristrutturazione di interessi e di convinzioni, che può essere realizzata solo da politiche radicali o di destra o di sinistra.
Il tempo delle decisioni
È ormai tempo delle grandi decisioni. La sinistra italiana ha il dovere di proporle ad un paese smarrito.
1) In Europa non basta chiedere una deroga, bisogna ricontrattare le regole di Maastricht che stanno aggravando la crisi, come è ormai sotto gli occhi di tutti. A chiederlo devono essere i paesi fondatori come l’Italia, insieme agli altri paesi mediterranei, alla Francia e per certi versi anche alla Gran Bretagna. Sarebbe urgente un’iniziativa diplomatica del governo Renzi prima che le elezioni di maggio facciano emergere la sfiducia dei popoli verso il progetto europeo. Certo la cancellazione del ministero per le politiche europee alla vigilia del semestre italiano non è un buon segnale.
La misura dell’integrazione non può essere solo la moneta. Il salario minimo che i socialdemocratici hanno conquistato per i lavoratori tedeschi andrebbe garantito a tutti i lavoratori europei. Dovrebbe essere la priorità del programma comune dei socialisti europei.
2) La dignità del lavoro non può ridursi a retorica; è la leva per ribaltare le politiche che hanno prodotto la crisi. Il dominio che la finanza ha imposto all’economia reale non solo genera sofferenze sociali, ma apre una crepa perfino nell’establishment, come si è visto nel dissidio tra Monti e Squinzi. Le imprese che crescono nella competizione mondiale non hanno l’assillo dell’articolo 18, ma puntano sulla coesione sociale, sui giacimenti territoriali della creatività, sulle competenze del saper fare italiano.
Per la sinistra c’è l’occasione di allargare le alleanze a favore della politica per il lavoro. Le risorse si trovano proprio mettendo in discussione i santuari e i dogmi del passato: se la Banca d’Italia ha usato le riserve per sostenere le banche, può impegnarle anche per un prestito finalizzato all’investimento nell’agenda digitale e nella conoscenza; invece di usare le risorse dei lavoratori per finanziare le multinazionali che chiudono le fabbriche, i fondi pensione potrebbero essere incentivati a creare nuovo lavoro italiano; invece di aiutare il salotto buono, la Cassa depositi e Prestiti dovrebbe favorire la crescita di imprese innovative nel Mezzogiorno. Sono solo esempi, in cui si possono trovare circa 100 miliardi di investimenti per aumentare l’occupazione, invece di perdere tempo con gli spiccioli della legge di stabilità vincolata dalle regole europee.
3) Quando metteremo l’ingegno italiano al primo posto dell’agenda di governo? Sogno il giorno in cui Renzi verrà in Parlamento non solo a parlare bene degli insegnanti, ma a finanziare il progetto di aprire le scuole giorno e sera, per dare istruzione di qualità ai figli così come per riportare sui libri anche i genitori. Per realizzare una grande infrastruttura di formazione permanente che annodi intorno alle scuole tutti i fili della creatività sociale, dalle produzioni giovanili, al volontariato, alle imprese no-profit, alla condivisione dei saperi, alle innovazioni dei governi locali. Senza questi laboratori non si realizzano i cambiamenti di mentalità che dovranno sostenere il recupero ambientale, il nuovo welfare, la transizione tecnologica e cognitiva.
4) Non si riesce a governarla dall’alto, l’Italia. I migliori risultati sono venuti quando la politica ha saputo aiutare i riformatori che stavano già facendo qualcosa di buono nella società. Quando invece si è statalizzata la politica ha perso la forza vitale ed è ricorsa alla robotica delle riforme istituzionali. Quelle realizzate finora hanno accelerato le decisioni, ma solo per approvare decreti privi di visione che hanno finito per aumentare la burocrazia. Invece di giocare con i rami alti bisogna ricostruire il basamento dello Stato nel paese reale. Le riforme non sono editti normativi, sono politiche pubbliche complesse, durature e soprattutto capaci di coinvolgere le migliori energie civili della nazione.
5) La crisi rischia di rattrappire lo spirito pubblico, di alimentare le paure, di esaltare gli egoismi. La destra organizza la fabbrica dell’intolleranza per speculare sul ripiegamento del paese. Al contrario, le sfide del mondo nuovo richiedono un innalzamento di grado della civiltà italiana. La vergogna dei morti di Lampedusa pesa come un macigno e sollecita la sinistra non solo ad approvare lo ius soli ma ad un’azione quotidiana per migliorare l’accoglienza e la solidarietà. Così come sui diritti civili, il riconoscimento della vita in comune tra persone dello stesso sesso, la lotta contro la violenza verso le donne, le leggi devono adeguarsi alle migliori esperienze europee.
Dopo il governo Renzi
A volte, in Parlamento, guardo l’emiciclo e mi viene da pensare che oggi ci sarebbero i numeri per risolvere problemi di tal fatta, come non era mai accaduto nella storia repubblicana. E allora perché siamo costretti a stare sempre con la destra?
Purtroppo milioni di voti sono bloccati da quel comico che invecchia proprio male. Però oggi il ghiacciaio comincia a sciogliersi e diversi senatori Cinque Stelle, tra i quali ci sono persone serie e competenti, si aprono a un produttivo confronto parlamentare. E anche in Sel c’è una discussione in atto, alla quale il Pd non ha offerto alcuna sponda, aiutando indirettamente una tendenza alla radicalizzazione e deludendo chi ricordava il patto Italia Bene Comune votato dai nostri elettori. 
Sarebbe interesse di Renzi guardare con attenzione anche verso questo lato della dinamica parlamentare, senza chiudersi esclusivamente nell’intesa a destra. Se questa unilateralità fosse confermata saremmo costretti a prendere l’iniziativa di un libero confronto a sinistra. Qualcuno di noi si dovrà spingere più avanti come esploratore per trovare il valico che porta in un altro versante. Un giorno più o meno lontano finiranno anche le larghe intese. Ma già oggi bisogna preparare il dopo governo Renzi.

Non capisco perché abbiamo aperto questa discussione tra chi vuole stare dentro e chi fuori. Sarebbero due impoverimenti. La nostra forza è proprio nel doppio lavoro, all’interno per spostare l’asse politico del Pd, e all’esterno per allargare le alleanze sociali e politiche.
E poi lasciatemi dire – da vecchio militante – che scissione è proprio una brutta parola, ha un significato mutilante, un freddo suono metallico, un tempo senza futuro.

Le discussioni di questi giorni mi hanno ricordato l’89, quando erano in gioco passioni, storie e ideologie ben più importanti di oggi. Allora avevo la vostra età e rimasi affascinato dalle parole del mio maestro: nella lotta politica non ci sono acque tranquille, bisogna stare nel gorgo per cambiare le cose. Oggi, però, aggiungerei: fin quando non si rischia di affondare!  

Walter Tocci

Liberi pensieri (8) Populismo e carezze al popolo !

Populismo….demagogia…..carezze al popolo …che non va disturbato e reso vendicativo( nel momento elettorale) con provvedimenti …impopolari da parte dei governanti……..”..il popolo deve solo essere compreso se gli costa un’immane fatica  essere più civile e più educato” (sic!)   ……. Eh, già…..così va il mondo!!!