Il Latino…..lingua viva !

 

La recente comparsa in Italia di fumetti in Latino è un eccellente indizio. Nati dall’intelligente dinamismo di un sacerdote marchigiano, D. Lamberto Pigini, Presidente dell’European Language Institute, rivelano che il latino è una sotterranea e incoercibile componente della cultura Italiana, un magma nascosto sempre pronto ad erompere.

Quel Latino che era stato presentato come un raffinato privilegio delle classi dirigenti da tutto una schieramento socialistoide (dico «socialistoide», perché il vero socialismo è intelligente e umanistico) e quindi da abolire nel maggior numero di scuole, come se non fosse invece stato il caso di offrirlo a tutti, onde innalzare tutti a classe privilegiata, ecco che quel Latino, quasi d’improvviso, riemerge oggi coi volti sorridenti e arguti dei protagonisti dei fumetti.

Ma c’è qualcosa di ancor più importante da attuare: se non vogliamo che il Latino, proprio in Italia, si avvii al suo tramonto, dobbiamo coraggiosamente ammodernare i metodi di insegnamento e riallacciarci alla metodologia che fu in atto per secoli in Italia e in Europa; dobbiamo cominciare ad insegnare il Latino come una lingua viva, sì da condurre professori ed alunni ad esprimersi, anche se semplicisticamente, nella lingua di Roma.

So bene che basta pronunciare la parola Latino vivo per vedere disegnarsi immediatamente sul volti un sorrisetto canzonatorio: «Come può diventare viva una lingua così complessa e labirintica come il Latino? Il periodare Latino lo conosciamo bene dai giorni in cui, da studenti, ci arrovellavamo sopra i brani di Autori per estrarne faticosamente il significato; ricordiamo bene le strambe inversioni, l’intreccio delle congiunzioni e l’abitudine dei verbi a giocare a nascondino, cacciandosi in fondo ai periodi».

Anch’io sono d’accordo che chi volesse far ritornare vivo il Latino letterario, quello che abbiamo studiato per anni sui testi Latini, sarebbe un puro sognatore. Il Latino letterario era il risultato di uno sforzo severo ed attento, regolato da norme eleganti e complesse; l’Autore Latino antico era un autentico stratega, che distribuiva con arte sottile e meditata tutti gli elementi del periodo, in modo da ottenere una architettura sapiente e una musicalità raffinata. Allo sforzo dell’Autore rispondeva poi lo sforzo del lettore, che con accorta lentezza assaporava la geniale struttura di quelle prose.

Ma oltre e prima di questo Latino letterario, esistette il sermo cotidianus, il Latino colloquiale, quello che certo usavano i Romani, uomini donne ragazzi, per le strade. in casa, nel fori, Latino semplice e limpido, come è limpida e semplice ogni lingua parlata.

Perché allora, ci si chiede ormai da molti anni, in Europa e altrove, non riallacciarci, fondamentalmente, alla metodologia che fu usata fino all’Ottocento?

In Europa, sin dall’età medievale, dall’Umanesimo, dal Rinascimento e durante l’Illuminismo, l’insegnamento del Latino si svolgeva su due binari: ci si impadroniva di un Latino cotidianus, col quale esprimersi nelle conversazioni, negli eventuali contatti, nelle corrispondenze, dalla nitida struttura ed essenzialmente teso alla comunicazione, e contemporaneamente si studiavano con attenta cura i grandi Scrittori Romani, cercando di emularli con esercitazioni scritte. E che questo sia durato sino agli inizi dell’Ottocento lo si può agevolmente desumere da un documento recentemente pubblicato (si veda Tutti gli scritti inediti, rari e editi (1809- 1810) di Giacomo Leopardi, Maria Corti; Bompiani, 1982, pag. 473).

Tra le carte custodite nella biblioteca leopardiana di Recanati, c’è un Nuntium dell’Accademia tenuta nel palazzo del conte Monaldo, il padre del sommo poeta, nell’anno 1809. Erano Accademie che si tenevano ogni anno, a cui prendevano parte parenti e colti amici, durante le quali i tre fratelli – Giacomo, Carlo e Paolina – dovevano dimostrare a quale grado di preparazione erano giunti durante l’anno, guidati dal precettore.

Gli esaminatori (diciamo così) erano gli stessi presenti, che interrogavano a turno gli esaminandi. Nel Nuntium c’è anzitutto, espresso in Latino, il programma, svolto durante l’anno dai fratelli Giacomo e Carlo (natura e parti della retorica – la sintassi Latina – la metrica – lettura, traduzione e commento dalle Orazioni di Cicerone, dalle Bucoliche e dall’Eneide). Ricordiamo che sono fanciulli di 11 e 12 anni!

Al termine del programma c’è una nota, espressa in Italiano, che suona così: Qualunque domanda si potrà fare anche in Italiano e in Italiano si daranno anche le risposte. Il che chiaramente significa che normalmente domande e risposte erano poste in Latino; che se poi qualcuno dei presenti non aveva troppa confidenza col Latino, interrogasse pure in Italiano; le risposte sarebbero esse pure date in Italiano. E realmente, fino agli inizi dell’Ottocento, il Latino, come si è già notato, era studiato sia come lucido strumento di comunicazione nazionale e internazionale, sia come squisito linguaggio artistico, con cui attingere al magnifico patrimonio dei Classici Romani e coi quale rivaleggiare coi grandi poeti e prosatori di Roma in saggi di prosa e di poesia.

Se dunque, in Italia ed in Europa, si iniziasse a insegnare di nuovo il Latino come una lingua viva, non si compirebbe nulla di sacrilego o di temerario, ma ci si collegherebbe semplicemente col metodo che fu in atto per lunghi secoli, dal Medioevo sino agli inizi dell’Ottocento, quando, dopo le guerre napoleoniche, il Francese sostituì il Latino come lingua colta per l’intellighentzia europea, e il Latino si rifugiò nelle scuole, come materia mirabilmente idonea a rendere agile e penetrante l’intelletto degli studenti, chiamati a misurarsi con le eleganti e talvolta labirintiche strutture della lingua dei grandi Scrittori Latini.

Proviamo insieme a immaginare che nelle scuole di Latino il professore, subito fin dalla prima lezione, alterni lingua patria e lingua Latina, traducendo in Latino, soprattutto all’inizio, alcune delle parole italiane da lui usate nell’offrire i primissimi elementi della nuova lingua, bene articolandole e spesso ripetendosi e pian piano cominciando a ridire in un lucido e piano latino le frasi italiane che man mano usa nella spiegazione, sì che gli studenti odano finalmente qualcuno parlare Latino e intanto depongano nelle loro menti i primi vocaboli Latini, le prime semplicissime locuzioni Latine, i primi paradigmi Latini, creandosi cosi nella mente un crescente vocabolario latino, che andrà arricchendosi col passare delle settimane.

Quando poi gli studenti avranno raggiunto una passabile competenza attiva, cominciando a rispondere, lenti e cauti, in latino alle semplicissime interrogazioni del professore ed a intrecciare in Latino qualche elementare dialogo tra di loro, ecco che allora comincerà il contatto con gli Autori latini, iniziando dai più accessibili.

Sarebbe una semplicissima e insieme straordinaria rivoluzione nell’insegnamento della gran lingua di Roma, che comincerebbe così ad essere insegnata come oggi vengono insegnate le lingue moderne.

Ma per attuare questa rivoluzionaria riforma, occorre anzitutto che i professori di Latino sappiano esprimersi in un corretto ed elementare Latino. Ma chi insegna, oggi, ai professori di Latino a parlare Latino? Non certo le Università, tutte tese ad un raffinato filologismo. D’altro canto, non sembra grottesco il fatto di essere professori di una lingua e di non saperla usare viva?

Intanto osserviamo che l’uso vivo di una lingua è in proporzione diretta soprattutto della conoscenza dei vocaboli. Se qualcuno voglia apprendere ad esempio il Francese e dopo un mese di studio volesse già conversare in Francese, dovrebbe ogni momento interrompersi, perché ne ignora in gran parte i vocaboli e le strutture. Ma i professori di Latino, a guardar bene, sono degli autentici lessici Latini viventi; i lunghi studi ginnasiali, liceali ed universitari e gli anni di attività didattica li hanno resi padroni di innumerevoli sostantivi, aggettivi, pronomi, avverbi Latini, li hanno resi capaci di flettere qualunque verbo Latino, li hanno arricchiti dei costrutti Latini più vari. Come mai dunque non sono in grado di parlare Latino?

La ragione è molto semplice: tutta quella vasta congerie di materiale lessicale giace nelle loro menti ammassata insieme, quasi sopita, priva di quella opportuna velocità di comparizione dinanzi alla mente e di qui alla bocca. Occorre dunque, per rendere idonei i professori a parlare Latino, soltanto una rapida e geniale esercitazione, che, diciamo così, ridesti e dipani quella confusa massa lessicale, offrendone i singoli componenti con sempre crescente rapidità alla bocca.

E’ un’esercitazione che non mi stanco mai, nei Convegni sul Latino vivo, di consigliare ai colleghi, soprattutto giovani, che vogliano addestrarsi alla affascinante pratica del parlare Latino: il professore, passeggiando nel suo studio, immaginando di rivolgersi ai suoi studenti, ad alta voce e bene articolando le parole, tenendo a disposizione il lessico Latino nel caso di qualche vuoto di memoria, inizi ad esporre in un lineare Latino qualche semplice regola Latina, oppure una favola di Fedro, o un breve accenno a un qualche Autore latino …. Ecco che dopo le inevitabili incertezze e le difficoltà dei primi due o tre giorni, il professore si accorgerà, stupito e un poco emozionato, di stare diventando un civis romanus, capace di esprimersi, lento e cauto, in un semplice e disadorno, ma legittimo Latino.

Superato il primo momento di titubanza e di perplessità, il fascino del Latino vivo non lo lascerà più e lo indurrà a rendere sempre più sicuro e più ricco il su Latino colloquiale e lo spingerà a fare partecipi della sua nuova e sorprendente esperienza, con intelligente gradualità, anche i suoi studenti.

Raggiunto da tutti, professore e studenti, un certo grado di competenza attiva ecco allora il momento di cominciare il contatto con gli Autori Latini, che verranno compresi e gustati in modo assai più profondo e rapido che non da chi abbia studiato i Latino seguendo il metodo troppo astratto e formalistico, quale è quello che oggi vige nelle scuole.

Perché questo è da dire: l’assaporamento pieno di ogni opera letteraria è proporzione diretta con la conoscenza viva di quella lingua; chi abbia letto, a esempio, una lirica di Heine mentre incominciava a imparare il Tedesco, se la rilegge dopo che il Tedesco sia riuscito a parlarlo correntemente, sentirà di colpo la differenza delle due letture.

Ma ecco gettarsi di traverso un’obiezione che sembra vanificare tutto il precedente discorso: come si potranno esprimere in Latino tutte le novità che la tecnologia e lo sviluppo della civiltà hanno immesso nella vita di oggi?

Si osservi anzitutto che una numerosissima aliquota di questi termini nuovi è espressa in vocaboli Greco-Latini; è, dunque, già pronta ad essere immessa nella corrente del Latino vivo, riprendendo, quando occorra, la sua ortografia nativa (si veda helicopterum – kiliometrum – hydrovora – phonetica – tachimetrum – anthropologus – microscopium electronicum – photogramma. Qui non si tratta che di dare a Cesare ciò che è di Cesare.

E poi si tenga presente che, da anni, gli squisiti latinisti che operano intorno alle Riviste Latine (la Romana Latinitas e la Tedesca Vox latina), hanno già compiuto un imponente lavoro di adattamento e di creazione di translucidi e saporosi neologismi, coi quali oggi è possibile trattare e dibattere argomenti anche attualissimi in un Latino perfettamente comprensibile e legittimo.

Sono usciti recentemente, pubblicati dalla Editrice Vaticana, i due volumi del Lexicon recentis Latinitatis (ne parlo con piacere, perché sono uno dei quindici lessicografi europei che ne hanno curato la compilazione). Ivi ogni latinista, che desideri trattare in Latino anche argomenti di attualità, troverà tutti i neologismi necessari, usando quello che noi chiamiamo neolatino, che è un’originale sintesi di antico e di moderno e che è formato dal gran fiume della latinità, in cui ha mescolato le sue acque l’ampio torrente dei neologismi, creando così un linguaggio idoneo a trarre la vita moderna in tutta la sua complessità.

So benissimo che le su esposte idee, a proposito di una rinnovata didattica del latino, desteranno brividi di raccapriccio in tutti coloro che ritengono che esista un solo Latino, quello letterario, quello degli Autori Latini, e che solo quello possa essere oggetto di uno studio proficuo.

E’ proprio questo il pregiudizio che occorre sfatare: un Latino di piana costruzione, che esponga nel loro ordine diretto le idee che si presentano alla mente, senza inversioni ed eleganze, è, dal punto di vista linguistico, perfettamente legittimo, non solo, ma è il primum ontologicum, il necessario antecedente del raffinato Latino letterario, e ne è, per ciò stesso, il migliore stadio preparatorio, il migliore strumento propedeutico. E d’altro canto, che per noi professori che ci siamo nutriti per anni di Latino letterario, sia perfettamente agevole, dopo un brevissimo tirocinio, usare il Latino cotidianus, lo dimostrano con indubbia evidenza le Feriae Latinae e i Seminaria Latina, che si tengono due volte l’anno, in varie città d’Europa. Sono Convegni della durata di una settimana (durante la quale, unica lingua ufficiale è il limpido Latino cotidianus, colloquialis), a cui prendono parte professori, studenti e cultori del Latino, desiderosi di entrare nella legione dei parlanti Latino, legione formata da oltre un migliaio di appassionati del Latino vivo di ogni nazione e che va continuamente e irrefrenabilmente acquistando nuovi adepti, che si propongono di attuare il miracolo di far risorgere nel prossimo millennio, il limpido Latino vivo che possa diventare il comune denominatore linguistico soprattutto dell’Europa, raccolta ora in unità, che semplifichi i contatti tra le varie nazioni e ne avvivi la fusione culturale e civile e politica.

E’ ormai tempo di ribattere a un’obiezione che probabilmente è venuta sorgendo nella mente del lettore: ma questo neolatino, con la sua cartesiana linearità e con la folla di neologismi che lo impingua, merita ancora il nome di Latino?

Qui occorre chiarir bene le cose. Quando noi neolatinisti vagheggiamo la rinascita del Latino vivo, intendiamo che risorga un Latino che possa costituire un veicolo di comunicazione tra tutti gli Europei colti nel mondo di oggi, un Latino dunque che sia non solo in grado di esprimere tutte le realtà di oggi, ma che, adeguandosi allo spirito del nostro secolo, che esige limpida chiarezza e immediata comprensibilità, trascuri quella ricerca di artificiose ed eleganti inversioni e quella labirintica complessità che sono le caratteristiche del Latino aureo. Lo chiamiamo appunto neolatino per sottolinearne e l’alterità rispetto al prodigioso ed aristocratico Latino classico e insieme la sua fondamentale connessione e derivazione da quello. È un Latino immerso nell’oggi e quindi con caratteristiche che l’attualità gli impone, se vuole essere veramente vivo (penso al grande antecedente storico, il Latino medievale, che ha saputo, con una accorta rielaborazione del linguaggio di Roma, adeguarsi allo spirito e alle esigenze culturali del suo tempo e creare cosi un duttile strumento linguistico per tutta l’intellighentzia europea dell’epoca).

E non si dica che, usando questo nostro neolatino, ci si troverà irrimediabilmente contaminati, sì da non essere più in grado di gustare sino in fondo le splendide pagine dei Classici. Ognuno di noi neolatinisti sa per esperienza personale che anzi il neolatino, oltre ad essere una straordinaria propedeutica per accedere al gran patrimonio classico, ci permette di afferrare più distintamente e di degustare più acutamente la mirabile e complessa architettura della lingua degli Scrittori Latini.

Nello stesso modo i nostri studenti liceali, che parlano un Italiano piuttosto grezzo e disadorno, ricco di barbarismi e che sta lentamente ripudiando il congiuntivo, non per questo non sono in grado di degustare i Classici Italiani che vengono loro presentati in classe, anzi, per il contrasto dei due linguaggi, ancor più vivamente percepiscono la purezza e la forza e l’eleganza delle pagine dei nostri grandi Autori.

Non dimentichiamo poi che il neolatino risponde a un’odierna e precisa esigenza storica: è ormai giunto il tempo, se vogliamo veramente che l’Europa divenga una casa comune per tutti i suoi figli, di pensare ad una lingua che possa servire come mezzo di comunicazione per intendersi tra loro; una casa comune esige ineluttabilmente una lingua comune.

E qui la soluzione può essere triplice: o adottare una lingua parlata moderna (come p.e. l’inglese), o una lingua artificiale nuova di zecca (come p.e. l’esperanto), oppure ricorrere a una lingua che fu già vivissima, quindi già ben collaudata, ma che in più è già ampiamente presente, come larghissimo sostrato linguistico, in buona parte delle lingue europee (come p.e. il Latino). Sono tre soluzioni accettabili, anche se ognuna ha qualche suo aspetto negativo.

Quale potrebbe prevalere? Secondo alcuni, l’Inglese ha già prevalso. Una gran parte delle relazioni intereuropee (e intermondiali) si svolge mi Inglese, e dunque impadronirsi dell’Inglese è oggi per ogni Europeo, un importante obiettivo da raggiungere. Giusto, ma non dimentichiamo il rovescio della medaglia: stiamo allegramente marciando verso una colonizzazione culturale (e non solo culturale) dell’Europa da parte dell’America, proprio tramite la lingua angloamericana (la lingua è per eccellenza il veicolo di trasmissione di valori spirituali, di modi di vivere, di valutazione del reale). Per gli Europei che vogliano tentare di opporsi ad essere fagocitati pian piano dalla mentalità e dalla civiltà americane, il gran mezzo è proprio ricorrere a una seconda lingua comune, che, oltre ad essere di lineare struttura, come l’Inglese, e, diversamente dall’Inglese, di fonetica chiara e semplice, ci riallacci nello stesso tempo alle grandi sorgive della nostra civiltà europea.

Tale è il nostro neolatino, sottomesso alle fondamentali leggi grammaticali e sintattiche della lingua di Roma e insieme dotato di lineare struttura e ingegnosamente arricchito di neologismi.

Ci auguriamo che presto in Italia vi siano scuole ove si possa finalmente e legalmente sperimentare una nuova metodologia per l’insegnamento del Latino e ove il professore, parlando un limpidissimo Latino, opportunamente mescolato, specie agli inizi, con l’Italiano, pian piano avvii gli studenti ad ascoltare e, in un secondo tempo, ad usare con cauta lentezza la lingua di Roma, sino a raggiungere un discreto livello di competenza attiva. Si aprirebbe così la strada per dotare la nuova Federazione Europea di un vivo e limpido strumento di comunicazione tra tutti i suoi figli.

LE FIABE E LA MATEMATICA

Gianni Rodari ha detto:  “Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire ad educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”

Albert Einstein ha detto: “Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe; se volete figli molto intelligenti, leggete loro molte fiabe”

Se vogliamo sono due figure così diverse l’una dall’altra…sembra che nulla possa accomunarle, ma entrambi hanno creduto nella forza attiva della fiaba nel percorso di crescita del bambino.

L’insistenza con cui i miei figli mi chiedevano, alla sera, di leggere una storia mi rafforza l’idea che Rodari e Einstein siano stati e siano tuttora con le loro idee, profondi conoscitori delle piccole menti.

I bambini ci fanno capire che hanno un bisogno estremo di immergersi nelle storie, che parte dalla semplice richiesta di attenzione, passa per la necessità e il piacere di vivere nella mente una piccola avventura, per arrivare alla soddisfazione di sentire sulla pelle il lieto fine.

E la ripetitività nel leggere più volte la stessa storia li rassicura, dà loro quella fiducia di cui hanno bisogno per affrontare la notte e il giorno. Sì, perché i protagonisti delle fiabe affrontano le difficoltà per amore o per amicizia con coraggio e a volte con un po’ di magia.

Leggere una favola non è far credere che tutte le situazioni abbiano sempre una soluzione positiva, ma è presentare la vita come una serie di difficoltà che possono essere superate attraverso strade diverse, cambiando paesaggi e comportamenti, andando a volte contro le proprie paure.

Le fiabe aiutano ad accettare l’ignoto in modo più sereno.

E credo che l’abitudine mai interrotta, fin dalla prima infanzia, all’ascolto delle fiabe contribuisca alla formazione degli “anticorpi” per la gestione della frustrazione.

Intanto perché il genitore, che racconta e si ritaglia ogni sera un quarto d’ora o più per leggere una storia, fa, ogni volta, al bambino un’iniezione di felicità e di soddisfazione, e poi perché la continuità dell’azione immerge la mente del piccolo in un’atmosfera positiva che secondo me ha la forza di scolpire in qualche modo la personalità.

Nelle “terra nera e ricca” delle fiabe c’è però un altro semino.

Lo dice proprio Rodari quando afferma che “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi”.

Ascoltando una fiaba il bambino può immaginare luoghi sconosciuti attraverso le sue conoscenze e può dare nutrimento alla sua curiosità naturale. Può farsi le sue idee.

Mi viene da ricordare quando, alla prima lettura di una storia nuova, generalmente i miei figli mi interrompevano con mille domande per capire in quel momento esatto nuovi termini o per potersi immaginare ambienti mai visti. Quelle domande  scappavano e scoppiettavano come un fuoco. Poi, nelle letture successive non chiedevano più…ascoltavano e si godevano in silenzio tutta la storia, tutta d’un fiato.

Il silenzio dell’ascolto vuol dire immaginare, comprendere e ricordare, vuol dire cogliere in anticipo quello che accadrà, vuol dire ripassare con la mente nuovi percorsi e anche arricchire in modo esponenziale la fantasia.

Tutto ciò io lo ritengo meraviglioso. E tutto questo non può non aiutare il bambino a scuola nella capacità di ascolto, nella capacità di mantenere l’attenzione, nello scrivere, nel leggere e anche nella matematica.

Sì, perché la matematica è creatività e fantasia nell’utilizzare le proprie conoscenze.

Come si risolve un problema? Con la conoscenza, con la fiducia che una soluzione c’è e bisogna trovarla anche se è nascosta,  con un po’ di magia, con l’immaginazione di nuovi percorsi e nuove strade.  E’ una fiaba.

Certo che tanta poesia nelle tabelline e nelle frazioni non c’è…

Però, se ci pensate bene, l’attitudine alla scoperta e alla fiducia nell’affrontare l’ignoto invade ogni campo dell’apprendimento.

Diventa un modo di vivere e costruire la propria conoscenza. Ma non nasce spontaneamente. Bisogna “perderci del tempo” ogni giorno. Inoltre, se provate per curiosità a digitare “Matematica e fiabe” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che esistono tanti progetti che legano queste due realtà così apparentemente distanti.

Voglio chiudere con due idee. Una è l’affermazione di Umberto Eco che mi è rimasta nella mente e ci sta proprio come “il cacio sui maccheroni”: “Chi legge vive mille vite”…e anche chi ascolta. (L.N.M.)

LE QUALITA’ ESSENZIALI DI UN BUON INSEGNANTE .

Quella dell’insegnamento non è solo una professione ma una missione, una vocazione. Un buon insegnante è il risultato della combinazione di centinaia di qualità che gli permettono di svolgere il proprio lavoro in modo efficiente. Certo, ogni insegnante è diverso dall’altro ma in generale possiamo affermare che un buon insegnante deve possedere queste 25 qualità essenziali.

Un buon insegnante è responsabile. Un buon maestro insegna innanzitutto dando l’esempio. Non si possono impartire regole che non si è disposti per primi a rispettare.

Un buon insegnante segue la classe. Deve essere in grado di far fronte ad un imprevisto, adattarsi all’andamento della classe se vi è la necessità. Se ad esempio la metà degli alunni non ha compreso un concetto, il buon insegnante deve trovare nuovi esempi per spiegare il concetto e far in modo che i contenuti vengano assimilati da tutti.

Un buon insegnante è premuroso. Si prende cura dei suoi alunni, si accerta che tutti siano in grado di superare le difficoltà e soprattutto che emergano la personalità e i pregi di ogni studente.

Un buon insegnante è sensibile. Se un insegnante sa che un suo alunno ha dei problemi al di fuori dell’ambito scolastico, non può ignorare la situazione ma deve cercare di prendere in considerazione più fattori per la valutazione del rendimento scolastico. Se ad esempio uno studente ha appena avuto un lutto in famiglia, il buon insegnante deve mostrarsi sensibile e attento.

Un buon insegnante deve essere cooperativo. La collaborazione è importante per il bene comune degli studenti e deve essere messa in pratica su più livelli: con gli altri insegnanti, con i genitori, con tutto il personale scolastico.

Un buon insegnante è creativo. Ogni lezione dovrebbe essere unica, dinamica e coinvolgente ma soprattutto adattata al contesto per essere in grado di mantenere sempre vivo l’interesse da parte della classe.

Un buon insegnante è dedito al proprio lavoro. Le ore di insegnamento in classe rappresentano solo una parte del lavoro svolto da un insegnante. Il resto si svolge a casa, nella correzione dei compiti, nella preparazione degli stessi e soprattutto nello studio e nell’aggiornamento continuo per essere sempre preparati.

Un buon insegnante è determinato. Il suo obiettivo principale è quello di trasmettere buoni insegnamenti ai suoi alunni e di assicurarsi che ogni singolo studente riceva l’istruzione di cui ha bisogno.

Un buon insegnante è empatico. Questa è una caratteristica che ognuno di noi dovrebbe provare a sviluppare il più possibile. Superare l’egoismo e mettersi nei panni dell’altro per cercare di capire come si sente, con un solo ed unico obiettivo: provare ad aiutarlo.

Un buon insegnante è coinvolgente. O comunque tutto il contrario di noioso, prevedibile, pesante e apatico. Ogni lezione dovrebbe essere interessante, divertente ed energica. E far venir voglia agli studenti di seguirne subito un’altra.

Un buon insegnante si evolve. Un processo continuo di miglioramento e crescita, anno dopo anno. Un buon maestro deve trovare sempre nuovi modi di migliorare se stesso così come le lezioni che tiene.

Un buon insegnante è coraggioso. Sempre e comunque nel rispetto delle regole e delle direttive che l’istituto scolastico impone, il buon docente deve essere in grado anche di proporre novità e metodi sperimentali ed essere pronto ad accogliere eventuali critiche.

Un buon insegnante è pronto a perdonare. Non serba rancore e dimentica in fretta piccole dispute con alunni e genitori o incomprensioni tra colleghi, preservando così la qualità del proprio insegnamento.

Un buon insegnante è generoso. Si mette a disposizione se c’è bisogno di una mano in attività extra-scolastiche, fa il possibile per aiutare gli alunni, si offre per attività di volontariato nell’ambito della realizzazione di progetti didattici o gite d’istruzione.

Un buon insegnante ha grinta! La determinazione di superare ogni ostacolo e difficoltà per raggiungere gli obiettivi, a costo di sacrifici e notevole impegno.

Un buon insegnante è fonte d’ispirazione. Un modello, un esempio da seguire. Un buon insegnante ama il sapere e trasmette questo patrimonio ai suoi studenti. Un buon insegnante dovrebbe avere sui suoi alunni un tale impatto da accompagnarli per tutta la vita.

Un buon insegnante è gioioso. E arriva in classe ogni giorno di buon umore, motivato ed entusiasta del proprio lavoro.

Un buon insegnante è gentile. Fa e dice cose che stimolano, ispirano ed elevano lo spirito degli alunni e la loro autostima.

Un buon insegnante è organizzato. L’organizzazione è chiaramente una qualità necessaria a tutti gli insegnanti. Un buon insegnante ha anche metodo, raziocinio e ordine.

Un buon insegnante è appassionato. Chi ama il proprio lavoro e i propri studenti è entusiasta ed esuberante e proietta nel futuro le aspettative e i sogni degli alunni.

Un buon insegnante è paziente. Sa aspettare, sa che l’anno scolastico non è una gara di velocità ma una maratona. Non abbandona nessuno dei suoi alunni ma aspetta e tenta sempre nuove strategie affinché le cose funzionino bene.

Un buon insegnante è flessibile. Questo significa adeguarsi ad ogni situazione e diversità ma senza mai “spezzarsi” e rimanendo integri e deontologicamente impeccabili.

Un buon insegnante è pieno di risorse! Un buon insegnante è in grado di tirare fuori qualcosa di buono da ogni studente e di trovare soluzioni e vie alternative ai problemi, organizzando ad esempio una raccolta fondi per finanziare un progetto di classe altrimenti irrealizzabile.

Un buon insegnante è una persona fidata. Ha la capacità di far in modo che tutti credano in lui e nelle sue parole, mantenendo fede alle promesse e dicendo sempre la verità.

Infine, un buon insegnante ,sotto certi aspetti, è anche vulnerabile. Mostra una parte della propria vita privata, delle proprie emozioni come persona e non solo come professore, condividendo anche interessi e attività sportive con gli alunni.

INSEGNARE ? CHE FATICA !

 

Che sempre l’insegnamento sia stato un lavoro faticoso cominciano a capirlo in parecchi.
Fino a poco tempo fa infatti attorno a questa professione circolavano molti luoghi comuni: hanno tre mesi di ferie all’anno; a Natale e Pasqua se la spassano tranquillamente a casa; lavorano poche ore a settimana. Finalmente ci si rende conto che siamo davanti ad una classe di lavoratori in grossa difficoltà, anche se ciò non è di conforto per i docenti.
Come tutte le professioni ad alta esposizione relazionale infatti, l’insegnamento affatica emotivamente, in quanto presuppone il “pescare” da se stessi ogni mattina quelle competenze, motivazioni ed emozioni utili a stabilire i migliori contatti tra sé e gli alunni.
E’ spesso necessario mettere da parte i problemi personali, le proprie difficoltà, le ansie, cercando di mostrarsi sempre disponibili, senza cadere nell’eccesso opposto del permissivismo e dello stare sempre a disposizione. Poi ci sono gli alunni: unici, con caratteristiche, sensibilità e problemi particolari. Problemi di sempre (vivacità, prepotenza, disattenzione, indisciplina), ma anche problemi nuovi, inediti, difficili da evitare e ancor più da affrontare (il bullismo, l’aggressività, il nichilismo, la strafottenza). Ed ora ci si mettono anche le loro famiglie: spesso dure, sprezzanti con gli insegnanti, pronte a difendere i figli a spada tratta, oltre ogni limite.

Che fare? Rientra nelle competenze dell’insegnante affrontare queste situazioni?

Insegnare non è soltanto un’operazione di accrescimento informativo: alunni e bambini portano con sé la loro storia personale, caratterizzata da curiosità, desiderio e gioia, così come da paure, difficoltà e disadattamento variamente espresso. Il salto concettuale da una scuola “insegnante” ad una scuola “educativa” pone ulteriori ma inevitabili fatiche. La scuola non è una scatola nera dove i bambini entrano, apprendono ed escono educati. Non sarebbe possibile neppure un sistema di scuola con più input (bambini “diversi” in entrata) ed un output (un solo modello di alunno in uscita). Situazioni familiari carenti, ambienti sociali degradati, genitori poco presenti e caotici possono incidere profondamente sulla capacità di apprendimento e socializzazione. L’esperienza di discontinuità vissuta dagli alunni all’entrata nella scuola è data dalla difficoltà di riadattare le consuete e consolidate modalità di relazione vissute per lo più all’interno del nucleo familiare, a nuove condizioni ambientali in genere complesse e mutevoli proprie del mondo della scuola. Il passaggio dalla famiglia alla classe è sempre delicato anche per quei bambini solitamente tranquilli.
In famiglia si sta, in genere, molto bene: ci si sente esclusivi e protetti. A scuola ci sono il gruppo, le aspettative da soddisfare, nuove figure adulte con cui confrontarsi , le regole da rispettare, le frustrazioni da affrontare. La famiglia può anche però essere un ambiente duro, precario, caotico, dove i rapporti possono essere fragili o aggressivi. La scuola tende invece a favorire rapporti stabili e solidali, a far rispettare le regole, a contenere l’aggressività e a diminuire la caoticità. Questo delicato passaggio (anzi “i passaggi”: uno per ogni bambino) è mediato dall’insegnante. Per mediare, trasformare cioè ogni bambino in un alunno in grado di crescere bene, il docente dovrà assumere la delicata funzione di conoscere la realtà interna, esterna, culturale, sociale e ambientale di tutti i suoi alunni e ampliare questa conoscenza ogniqualvolta percepisce un cambiamento o, più semplicemente, nota qualche segno particolare.

Se lo sviluppo della personalità, partendo da una base ereditaria istintuale piuttosto ridotta, consiste in una sorta di fasi successive di montaggio, sulle quali l’ambiente (scuola e famiglia principalmente) inserisce una grande quantità di informazioni cognitive, emotive ed affettive, l’insegnante dovrà tener conto di tutti gli elementi interagenti:

la fase di sviluppo di ogni soggetto, i livelli di partenza, la capacità di apprendimento e le potenzialità;
la situazione emotiva ed affettiva;
le eventuali difficoltà di relazione;
la struttura della famiglia e le sue caratteristiche;
l’ambiente di provenienza;
il sistema scolastico nel suo insieme.

L’acquisizione di competenze e tecniche che mettano l’insegnante in condizioni di affrontare tutto questo diventa fondamentale. Senza queste competenze si rischia di “navigare a vista” e commettere errori talmente grossolani che, se non parlassimo di cose serie, ci sarebbe da ridere. Ho sentito chiedermi più volte come mai alunni con insufficienza mentale non sapessero fare le divisioni. Insegnanti arrabbiarsi per l’incapacità di un’alunna depressa (per la morte della sorellina) di buttarsi alle spalle i problemi e cominciare a studiare come Dio comanda. Un intero consiglio di classe bocciare un’alunna in quanto aveva perso temporaneamente la capacità di leggere bene (dislessia) a seguito di un incidente stradale che l’aveva mandata in coma per circa due settimane. Una bambina con mutismo psicogeno essere continuamente sbattuta continuamente fuori la classe per punizione e per stimolarla a parlare.
Il libro bianco sulle nefandezze può essere molto lungo, ma è meglio fermarsi qui.

Oltre a questo tipo di incompetenze ce ne sono molte altre più sfumate, giustificabili, comprensibili, ma altrettanto gravi. Spesso è sufficiente una valutazione troppo superficiale, una delega al sostegno troppo sbrigativa o, al contrario, troppo tardiva (la bambina con mutismo arrivò fino al primo anno di scuola media senza sostegno), una disponibilità pedagogica fluttuante o un eccesso di permissivismo, a segnare l’inizio di una carriera deviante o a consolidare i disagi, trasformandoli in disadattamento. E’altrettanto vero che i docenti non devono improvvisarsi medici, psicologi, sociologi o psichiatri, anche se con queste professionalità dovranno interagire e lavorare per formulare assieme programmi educativi individualizzati.

La professione insegnante è cambiata ed è senz’altro più complessa: la formazione, malgrado gli sforzi degli ultimi anni, va ancora organizzata, completata e, soprattutto, sedimentata. Fondamentalmente occorre essere in grado di capire e valutare i differenti contesti da cui si originano i bisogni dei bambini; avere la competenza di affrontarli con tutte le tecniche, le strategie e le procedure che ci sono (perché esistono e risultano valide); sapere ciò che occorre fare e spesso non fare, qualora si abbiano in classe alunni con delle difficoltà. E’ indispensabile possedere una disponibilità non comune per ascoltare, valutare ed intervenire adeguatamente. Non bisogna poi mai dimenticare di mantenersi sempre autorevoli, senza mostrarsi lassisti e permissivi a costo di scontrarsi con le famiglie. Gli alunni, specialmente della scuola primaria, usano spesso linguaggi non verbali espressi di solito attraverso il corpo ed i sintomi. Quando sono più grandi possono esprimersi attraverso condotte disadattate e disfunzionali. E’ indispensabile ascoltare, decodificare e capire. La conoscenza è proporzionale alla possibilità di dilatare il contesto del proprio alunno. Nella misura in cui il docente ha l’opportunità e la capacità di operare su più contesti (il bambino, la famiglia, le istituzioni, il territorio), la sua attività educativa produrrà soggetti più sani.
Sempre più spesso i docenti si trovano in situazioni educative complesse e difficili da gestire: fenomeni di bullismo, l’iperattività, la caduta a picco di ogni motivazione e senso di appartenenza, rabbia variamente espressa e chiusura sono situazioni con le quali ogni insegnante deve fare i conti tutte le mattine nell’angusto spazio-classe e nel breve tempo-lezione. Anche se faticoso, conviene attrezzarsi: la posizione minimalista “io insegno e basta” non paga più. E’ fuori tempo, è fuori ogni logica reale, paradossalmente espone maggiormente il docente allo stress, alla frustrazione e al burn out.
Quali competenze allora?
Almeno dieci:

conoscere la materia che si insegna (sembra una cosa scontata, ma non sempre lo è);
sapere ascoltare gli alunni;
cogliere in tempo i segnali del loro disagio;
sapere sempre cosa si deve fare quando si evidenzia un problema o esplode una crisi;
cogliere i fenomeni emergenti del mondo giovanile (le mode, i modi, i linguaggi);
avere una certa conoscenza della psicologia dello sviluppo, aggiornandosi spesso sugli ultimi studi;
progettare strategie ed interventi adeguati per affrontare i problemi (ci sono molte “buone pratiche” da adattare alle vostre esigenze);
sperimentare procedure e protocolli d’intervento;
verificare sempre quanto si sta facendo;
avere passione, autorevolezza e la capacità di affascinare.

Si tratta di competenze poco tecniche e molto attitudinali da affinare e collaudare attraverso confronti, collaborazioni e formazione di un certo livello: una formazione intesa come sperimentazione di progetti educativi condivisi, interessanti, innovativi ed entusiasmanti in quanto finalizzati alla crescita dell’intera comunità scolastica. Sì, insegnare è proprio faticoso. I tempi sono cambiati; gli alunni, come spesso si dice, non sono più quelli di una volta. Così pure le loro famiglie. Anche alcuni disagi sono diversi o addirittura inediti: si pensi ad esempio alla caduta del senso di appartenenza di molti giovani alle “istituzioni” (scuola, società e famiglia), la quale comporta l’accelerazione esponenziale ad alcuni fenomeni quali le dipendenze patologiche. Ma non ci si aspetti che una riforma, magari la prossima o la successiva ancora, aggiusti le cose. La disponibilità interna, l’empatia, l’autorevolezza non si attivano a colpi di legge o di riforme. Sono qualità preziose che vanno coltivate nel tempo. Con pazienza e caparbietà.
(U.M. R.S.)

LA SCUOLA E’ LO STRUMENTO PIU’ POTENTE CHE ABBIAMO PER CAMBIARE IL MONDO !

 

Caro insegnante per quanto tu pensi di essere solo, sappi che quello che fai ha grande importanza! Continua! Di’ la verità al potere e non abbassare gli occhi mai! Un insegnante lo deve fare. Spetta a te!  ricorda che sempre nella storia i grandi cambiamenti si sono verificati grazie a piccoli gruppi, non alla massa. Credi in quello che fai, da’ grande importanza al tuo lavoro perché l’istruzione è un moltiplicatore di diritti . Come disse Mandela “L’istruzione è lo strumento più potente che abbiamo per cambiare il mondo”. La lotta alla fame, la lotta alla guerra passano tutte attraverso l’istruzione, secondo degli otto obiettivi del millennio dopo la lotta alla povertà. Non è un caso che le più feroci dittature si scaglino da sempre fortemente contro gli insegnanti, pensiamo alla dittatura di Pol Pot in Cambogia che come primo atto sterminò tutti gli insegnanti, proprio tutti! E poi si bruciarono tutti i libri ! Gli insegnanti devono essere i primi a seguire “teach truth to power” e avere il coraggio di prendere una posizione, perché il diritto all’istruzione è un diritto umano che non può in alcun modo essere violato e quello ad una buona istruzione non può essere negato o barattato con altri interessi infinitamente meno importanti, perché “il silenzio dello spettatore nelle ingiustizie ferisce più dell’oppressore”, soprattutto se, nel nostro caso, lo spettatore è colui che ha come compito quello di  tutelare e curare quel diritto. Le giovani generazioni devono essere protette e tutelate in questo diritto,  troppo spesso limitato nel mondo e in Italia, da bagatelle insignificanti rispetto agli interessi in gioco. Uno Stato rispettoso delle nostre leggi, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e di quella dei Diritti dell’infanzia non può  in un momento di crisi internazionale, come quello che stiamo vivendo, non promuovere e non incrementare i finanziamenti all’istruzione. La lotta all’emarginazione e per la libertà passano per  questo e anche la povertà può essere combattuta, solo rafforzando l’istruzione di un popolo. Il lavoro minorile recide diritti e priva i bambini di una formazione completa e il loro sfruttamento produce, al contrario di quello che si pensa, povertà. Pertanto la mancanza d’istruzione produce povertà! Anticipare il momento in cui i ragazzi dedicheranno sé stessi al lavoro, non per scelta consapevole, ma come alternativa ad una scuola che non accoglie o che dà poco e non riesce a rispondere ai bisogni di sempre più famiglie in difficoltà, è controproducente. Il rischio grande è che i diritti si trasformino in privilegi dei pochi che hanno alle spalle famiglie che possano sostenerli o investire nella loro istruzione, per farne degli uomini completi. E comunque sono pienamente convinto del fatto che anche quei pochi non potranno godere di un ambiente ricco e vivo, possibile solo se tutta la popolazione di una Nazione collabora e interagisce interessata e consapevole. I tagli ai finanziamenti all’istruzione non bisogna più accettarli, sono illogici, soprattutto se giustificati dalla mancanza di risorse e dalla povertà di un Paese, perché saranno causa di una povertà maggiore.

 

 

Caro insegnante…7 PASSI per motivare gli studenti all’apprendimento!

Spesso sentiamo dire che alcuni studenti sono naturalmente motivati, mentre altri sono naturalmente pigri o “non portati” per lo studio. È possibile che vi sia un fondo di verità in queste affermazioni, ma allo stesso tempo essa porta con sé l’assunzione che poco può essere fatto per rendere gli studenti motivati. In effetti niente è più lontano dalla verità, soprattutto se diventiamo consapevoli del fatto che la motivazione dipende in gran parte dal funzionamento del sistema cognitivo, ed i processi cognitivi possono facilmente cambiare nel corso del tempo.
Una delle prime teorie cognitive sistematiche della motivazione è stata elaborata da Lock (aggiustamento dello scopo) nel quale affermava che il comportamento umano fosse sempre orientato ad uno scopo, poiché gli individui investono le proprie energie nel raggiungimento dei loro traguardi o obiettivi.

L’OBIETTIVO…MOTIVARE GLI STUDENTI AD APPRENDERE possiede 2 caratteristiche :1. La DIFFICOLTÀ che deve essere considerata accettabile.

2. L’IMPEGNO che si riferisce al livello di determinazione mostrato dall’individuo nel raggiungere l’obiettivo stesso.

Le prove empiriche hanno determinato che la teoria di Lock è sulla giusta via e studi sperimentali in laboratorio hanno ottenuto conferme alla previsione, secondo cui:
LA PRESTAZIONE IN RELAZIONE AD UN COMPITO È POSITIVAMENTE CORRELATA CON LA DIFFICOLTÀ DELL’OBIETTIVO.
In parole povere, le prestazioni dei nostri studenti saranno migliori, se adeguatamente commisurate alle difficoltà del compito a cui li sottoponiamo.
UN COMPITO TROPPO DIFFICILE O TROPPO FACILE PRODUCE UN EFFETTO DEMOTIVANTE.
Vi sono vari ingredienti, perché un insegnante possa migliorare le prestazioni dei propri studenti e la loro motivazione ad impegnarsi nello studio:

1. L’OBIETTIVO DEVE ESSERE SEMPRE CHIARAMENTE SPECIFICATO;
Capita spesso, che si presenti un nuovo compito senza le dovute “presentazioni” e che non si descriva adeguatamente che cosa si riuscirà a fare, dopo aver acquisito le informazioni che si stanno per spiegare. Questa fase è importante, perché genera nell’alunno una strada “immaginaria” da percorrere. Infatti, sapere di partire da un punto A per arrivare ad un punto B genera sicurezza e sicuramente è più rasserenante dell’affrontare qualcosa di nuovo, non sapendo dove si stia andando.
2. L’OBIETTIVO PROPOSTO DEVE ESSERE DIFFICILE, MA ALLA PORTATA DELLE ABILITÀ MEDIE DEI PROPRI STUDENTI.
Non bisognerebbe scomodare la Docimologia per comprendere che per un insegnante è fondamentale conoscere il livello di partenza dei propri alunni o la fase in cui sono arrivati prima di partire per un nuovo argomento e dunque, se non si è a conoscenza di questo tipo di informazioni, vale la pena fare un’indagine, magari con delle domande a risposta chiusa sull’argomento (soprattutto se non si conosce la classe).
Detto questo, uno dei generatori motivazionali più validi negli alunni è sicuramente quello di sfruttare la zona di sviluppo prossimale scoperta dal brillante Lev Semënovič Vygotskij, proponendo un compito difficile, ma alla portata del livello raggiunto dagli alunni.
3. OCCORRE CHE GLI ALUNNI SIANO IMPEGNATI COMPLETAMENTE NEL RAGGIUNGIMENTO DELL’OBIETTIVO, FARLO CONDIVIDERE CON UN COMPAGNO PUÒ ESSERE D’AIUTO PER FARLI SENTIRE IMPEGNATI VERSO L’OBIETTIVO STESSO.
Sappiamo bene quanto l’insegnante debba essere un coach e quanto debba pretendere molto dai propri alunni perché questi siano spinti a fare e a dare di più; del resto Gordon su questo ha scritto diversi testi interessanti.
Un contesto relazionale positivo: l’apprendimento trae il massimo beneficio da buone relazioni tra allievo e insegnante, tra allievo e gruppo classe, tra insegnanti e famiglie, tra colleghi insegnanti, tra insegnante e Dirigente Scolastico.
Potremmo dire che interpretare il ruolo di insegnante, anche come coach, significa instaurare con i nostri alunni una di quelle rare relazioni umane, nelle quali si fa capire che di fronte a loro si ha una persona che crede in loro, che li supporta nelle decisioni e nel cammino da intraprendere, che li stimola senza fare troppe pressione e che riesce a tirar fuori le loro potenzialità e le “loro” soluzioni in modo non invasivo.
La potenza di questa relazione deve essere instaurata soprattutto attraverso il coaching/tutoring tra studenti, e tale pratica si rivela spessissimo un efficace catalizzatore di risultati a costo zero per l’insegnante.
4. OFFRIRE OBIETTIVI A MEDIO O A BREVE TERMINE È PIÙ EFFICACE DI QUELLI A LUNGO TERMINE.
Offrire obiettivi raggiungibili nel breve e nel medio periodo è certamente più motivante e mentalmente più facilmente visualizzabili di quelli a lungo periodo, mostrare o elencare obiettivi a 6 mesi non ha molto senso per un bambino e neanche per un adolescente, soprattutto se si pensa che queste categorie di persone hanno un sistema di ragionamento basto sulla concretezza cognitiva, del resto è più facile per tutti riuscire ad immaginare una quantità di lavoro da svolgere di una giornata o di una settimana piuttosto che quella di immaginare un determinato traguardo a fine anno (soprattutto se complesso, potrebbe risultare scoraggiante)

5. È NECESSARIO CHE SI DIANO INFORMAZIONI REGOLARI SUI PROPRI RISULTATI AGLI STUDENTI
È necessario offrire informazioni regolari circa i propri progressi agli studenti durante la fase di lavoro, le correzioni in itinere o prove intermedie prima di quelle finali, possono essere ottimi strumenti per far prendere coscienza del punto preciso in cui si è rispetto allo scopo, non solo per gli studenti ma soprattutto per gli insegnanti!
6. OCCORRE PREMIARE PER GLI OBIETTIVI RAGGIUNTI ED USARE QUESTA EVIDENZA PER SPINGERE A PORSI OBIETTIVI FUTURI.
Dopo un lungo lavoro non vi è niente di meglio che qualcuno che ci premi per il lavoro svolto, nel caso dei nostri studenti le ricompense non possono limitarsi solo ad un numero su di un foglio, ma credo che la ricompensa più grande sia la nostra approvazione (motivazione estrinseca) che deve trasformarsi necessariamente in autogratificazione (motivazione intrinseca) per aver svolto e aver portato a termine un buon lavoro.
7.E’ IMPORTANTE GUIDARE GLI STUDENTI AD ESSERE REALISTICI CIRCA LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO NEL RAGGIUNGIMENTO DI UN OBIETTIVO.
Vi è una tendenza sia negli adulti che nei bambini (tendenza come autofavoritismo) secondo la quale le persone attribuiscono le ragioni dei propri insuccessi a fattori esterni piuttosto che a fattori interni. Tuttavia è possibile migliorare le future possibilità di successo semplicemente essendo più sinceri con se stessi, aiutare i propri studenti a mettersi in discussione e a riflettere sui propri atteggiamenti o azioni che hanno portato a degli errori è uno dei fattori di grande aiuto per la maturità e la crescita personale. Facciamo questo, astenendoci da giudizi di valore sulle persone, ma concentrandoci solo sulle sulle azioni da migliorare.
ULTIMA ANNOTAZIONE….
NON È NECESSARIO PRENDERE IN CONSIDERAZIONE TUTTI I PUNTI APPENA ELENCATI PER OTTENERE CAMBIAMENTI ANCHE IMPORTANTI.
Se, ad esempio, viene prefigurato un obiettivo chiaro ed a medio termine, ma non sono offerte informazioni agli allievi sul loro progresso, è improbabile che essi lo raggiungeranno l

IL CUORE DELL’INSEGNAMENTO: ECCO COSA SIGNIFICA ESSERE UN GRANDE INSEGNANTE!

Che cosa significa essere un grande insegnante? Naturalmente la qualifica, la conoscenza, il pensiero critico e tutte le altre facoltà intellettive sono importanti. Ad ogni modo, un grande insegnante dovrebbe avere molto più delle credenziali, dell’esperienza e dell’intelligenza.

Cosa c’è nel cuore di un grande insegnante?

 

essere un grande insegnante

 

Un grande insegnate è:

Gentile: un grande insegnante si pone gentilmente verso gli studenti, i colleghi, i genitori e tutti quelli intorno a lui/lei. La mia frase preferita è “la gentilezza fa girare il mondo”. Cambia veramente l’ambiente all’interno della classe e della scuola. Essere un insegnante gentile aiuta gli studenti a sentirsi accolti, curati ed amati.

 

Compassionevole: L’insegnamento è una professione molto umanistica e la compassione è la massima sensazione di comprensione, mostrando agli altri di tenere a loro. Un insegnante compassionevole esprime questa caratteristica agli studenti attraverso le proprie azioni e di conseguenza, gli studenti saranno più propensi alla comprensione del mondo che li circonda.

 

Empatico: L’empatia è una caratteristica molto importante da possedere e da cercare di sviluppare in noi stessi e verso i nostri studenti. Essere in grado di mettersi nei panni di qualcuno e vedere le cose dal loro punto di vista può avere un impatto molto forte sulle nostre decisioni e azioni.

 

Positivo: Essere una persona positiva, non è un compito facile. Essere un insegnante positivo è ancora più difficile quando ci imbattiamo spesso in problemi con soluzioni molto limitate. Tuttavia, rimanere positivi quando la situazione è molto dura può avere un impatto estremamente positivo sia sugli studenti sia verso coloro che ci circondano. Guardare il lato positivo sembra sempre dare un contributo nel migliorare le cose.

 

Costruttore: Un grande insegnante colma le lacune e costruisce relazioni, amicizie ed una comunità. Gli insegnanti cercano sempre di fare le cose migliori e di migliorare le cose dentro e fuori la classe. Costruire una comunità è qualcosa che un grande insegnante cerca di fare in classe estendendo ciò a tutta la scuola e alla sua comunità.

 

Ispiratore: Ognuno guarda verso un grande insegnante e desidera essere un insegnante migliore, desidera essere uno studente migliore, ed oltre ciò, desidera essere una persona migliore. Un grande insegnante scopre i tesori nascosti, le possibilità e la magia esattamente davanti agli occhi di tutti.

Caro insegnante….pensa positivo!

Caro insegnante…quando sei in classe pensa positivo e divertiti !La tua motivazione all’insegnamento e la felicità che ne deriva, può essere legata ad un fattore di tipo esclusivamente economico? Puoi insegnare e viverti la classe facendo costante riferimento all’incapacità di alcuni genitori di gestire i loro figli? O, peggio, puoi condurre serenamente il tuo lavoro, perseguitato dai pregiudizi e le dicerie sulla professione che hai scelto di fare?
LA RISPOSTA E’ “CHIARAMENTE NO!”
Non puoi entrare in classe e portare con te questi pensieri. Non sono d’aiuto ne’ a te, ne’ all’insegnamento stesso. Sono sì elementi da tenere in considerazione, ma sui quali devi soffermarti una volta fuori dall’aula, facendo sempre attenzione a non farli divenire la tua motivazione, ma neppure demotivazione.
Il problema di alcuni insegnanti è che non hanno dietro di loro un capo che li motivi a fare e ad uscire dalla loro zona di confort per misurarsi davvero con i loro limiti. Non ti parlo di uno di quei dirigenti di cui si conosce e ci si ricorda solo il nome perché mai presente: ti parlo di quella figura che supervisiona quotidianamente gli insegnanti ed il loro lavoro.
Lavorare senza un capo è uno di quei motivi per cui molti scelgono di entrare nel mondo della scuola. Questo può sembrare un fattore positivo, è vero, perché offre la possibilità di gestire autonomamente il proprio lavoro. Ma cosa accade il più delle volte? L’insegnante, non avendo alle spalle nessuna figura che “lo incentiva ad operare”, si abbandona ad un atteggiamento di pigrizia e non si impegna come invece potrebbe o dovrebbe.
Per esperienza personale posso dirti che non c’è niente di peggio al mondo, che lavorare per abitudine, quasi fosse un obbligo: il miglior modo per fare bene ciò che si fa, è non considerarlo mai un dovere.
Solo chi è realmente felice e riesce a rimanere positivo in un ambiente difficile ed emotivamente delicato come la scuola, si mantiene su di una strada profittevole ed ha la capacità di lavorare pazientemente pur magari non avendone pienamente voglia (perché no? Dei giorni può anche succedere!)
Il più grande nemico dell’insegnante è la negatività.
Come detto poc’anzi, spesso succede di lavorare e vedere il proprio lavoro come un obbligo o come una necessità: “non mi piace quello che faccio ma se voglio vivere e guadagnare, devo farlo”. Purtroppo non è facile cambiare, ma dobbiamo provarci; è un errore nel quale dobbiamo impegnarci a non cadere, sia perché è importante fare solo ciò che ci fa sentire davvero realizzati, sia perché soltanto in questo modo possiamo avere la possibilità di migliorare giorno dopo giorno e ottenere risultati sempre più soddisfacenti.
Il nostro più grande nemico è dunque la negatività, l’abitudine che abbiamo di concentrarci sulle cose che non ci piace fare o, addirittura, il vizio di guardare gli obbiettivi raggiunti dai nostri colleghi piuttosto che i nostri e quelli che dobbiamo ancora raggiungere.
Quando facciamo qualcosa che non ci piace fare, o quando viviamo un periodo negativo della nostra vita, proviamo emozioni che non ci stimolano a produrre, a progredire, a raggiungere obbiettivi, ma, al contrario, siamo sopraffatti dalla svogliatezza, dalla pigrizia. E se addirittura per questo nostro atteggiamento siamo criticati, perdiamo maggiormente fiducia non solo in noi stessi ma anche e soprattutto nei nuovi e futuri progetti.
Tutto ciò che genera negatività, ci fa perdere slancio ed energia necessaria per il presente ed il futuro.
Qual è, allora, la soluzione al nostro problema? ESSERE POSITIVI.
Banale, come risposta? Non proprio, dal momento che se fosse così semplice restare positivi, non sarebbe così alto il numero di persone che vedono problemi ovunque, anche lì dove non ve ne sono.
Come fare, dunque, per essere positivi e sviluppare solo pensieri favorevoli al raggiungimento dei nostri obiettivi?

Forse 3 idee fanno la differenza:
Per prima cosa, bisognerebbe periodicamente rinnovare i nostri obiettivi e, dopo averli raggiunti, porne di più grandi.
Se il tuo scopo è quello di portare i tuoi ragazzi da un punto A ad un punto B del tuo programma, dovrai aggiungere sempre piccole novità al tuo metodo d’insegnamento, stimolanti non solo per loro ma anche e soprattutto per te stesso e per le tue future esperienze.
Dovremmo inserirci in un gruppo composto da persone divertenti, creative e dotate di energia positiva, utile per loro e per noi. Le persone creative, infatti, hanno la capacità di influenzare positivamente gli altri, creando una specie di reazione a catena. Il clima in cui si lavora, è spesso quello che fa la differenza tra felicità e frustrazione.
Un’altra tecnica che ho trovato molto utile a migliorare le mie prestazioni, è trovare un modo divertente per fare anche ciò che non mi piace fare.
Per esempio, nel caso in cui non dovesse piacerci fare una determinata attività o parlare di un determinato argomento durante una lezione, potremmo fare BRAIN STORMING, coinvolgere, cioè, tutti i nostri colleghi alla ricerca della soluzione più utile ed efficace ed applicare lo stesso metodo anche per quelle cose che rimandiamo .
Il divertimento è forse la tecnica migliore per rimanere sempre positivi e concentrati ed è quella che ci consente di essere più produttivi.
E cerchiamo di non dimenticare che il pessimismo dei bambini è in parte appreso dagli adulti di riferimento, come genitori, insegnanti, educatori. I figli sono come spugne: assorbono ciò che diciamo e ‘come’ lo diciamo !

Che fatica…quando l’alunno è ingestibile !

L’ingestibilità di un alunno a scuola può assumere diverse forme:
– bullismo;
– iperattività;
– impulsività;
– vandalismo;
– condotte devianti e disordinate;
– disadattamento.

È probabile che la traiettoria per diventare bambini o adolescenti ingestibili a scuola sia questa:
– sensazione di onnipotenza quando si è piccoli;
– esposizione a forti frustrazioni nella seconda parte dell’infanzia con conseguenti ferite narcisistiche;
– sensazione di essere abbandonati, in quanto si comincia a percepire che i genitori non sono poi così disponibili;
– regole sempre più fluttuanti fino alla percezione della disintegrazione di ogni contenimento e di ogni aiuto;
– sentirsi sempre più in balia delle pulsioni interne fino a spaventarsi;
– partecipazione ad attività rigidamente programmate e spesso senza soluzione di continuità;
– riduzione graduale delle più comuni motivazioni e aumento considerevole della difficoltà a gestire e modulare le emozioni;
– aumento del disagio, della paura, dell’angoscia;
– aumento di un diffuso senso di inadeguatezza;
– compensazione attraverso la messa in atto di condotte aggressive variamente espresse.

Le conseguenti esperienze negative relative a difficoltà di integrazione, socializzazione e rendimento provocano in questi bambini a rischio tentativi disfunzionali di stabilire il miglior equilibrio possibile, attraverso:
– il richiamare continuamente l’attenzione al fine di sentire approvazione;
– il controllare coattivamente la lotta per la supremazia e il potere, sfidando le figure adulte e l’autorità, nel tentativo di provare che può fare o rifiutare ciò che vuole;
– il farsi odiare dalla maggioranza per riuscire a trovare a tutti i costi un rapporto con il gruppo, considerato che non è in grado di farsi accettare altrimenti;
– il produrre di continuo fallimenti e sconfitte, affinché nessuno gli chieda o si aspetti qualcosa da lui.

Qualsiasi modalità tra queste l’alunno metta in atto, egli si basa sulla convinzione (necessità) che solamente così può trovare una funzione e un ruolo nel gruppo – classe.
Se non si riesce ad intervenire adeguatamente, si rischia di riprodurre a scuola meccanismi disfunzionali che, attraverso una drammatica escalation di contrapposizioni, vittorie e sconfitte, favoriranno la cronicità delle condotte aggressive negli alunni.

STUDIARE IN GRUPPO ? SVILUPPA IL PENSIERO CRITICO…..E NON SOLO !

Caccia ai lupi: questo il tema affrontato dai bambini di quinta elementare: una comunità locale doveva decidere se assoldare un gruppo di cacciatori professionisti per dare la caccia a un branco di lupi che stavano spaventando la popolazione e causando loro danni. I piccoli studenti hanno potuto analizzare, o con l’insegnante o in gruppo, i diversi fattori che portavano alla risoluzione del problema e hanno dunque parlato di ecosistema, di protezione degli animali, di sicurezza, ma anche di economia locale e di legislazione. Il fine di tale lavoro non era né trovare la soluzione più etica, né sensibilizzare i piccoli sul rispetto delle regole, ma sviluppare in loro la capacità di prendere decisioni responsabili e ragionate. A fine lavoro ogni singolo bambino doveva scrivere un piccolo tema in cui spiegava quale fosse la decisione corretta e perché.
Il dilemma etico

La seconda prova era invece totalmente individuale: gli studenti dovevano leggere la storia di un episodio tra due amici, Jack e Thomas. La trama è questa: Thomas, bambino non amato dal resto della scuola, confessa all’amico Jack di aver vinto una gara di modellini di macchinine con un sotterfugio, ovvero grazie all’aiuto del fratello maggiore. La domanda a cui i bambini dovevano rispondere per iscritto poneva un dilemma etico ed era questa: Jack deve svelare l’imbroglio al resto dei compagni?

Quali i  risultati ? I ricercatori hanno potuto notare come i piccoli che avevano lavorato in gruppo nelle settimane dedicate alla «cattura del lupo» erano più preparati nel prendere rapidamente e razionalmente la decisione giusta rispetto alla storia dell’amicizia tra Jack e Thomas. Questo perché il gruppo dell’apprendimento collaborativo era ora in grado di analizzare il tema sotto tre aspetti differenti del processo decisionale: riconoscere più di un elemento del problema; individuare più argomenti a supporto dell’una o dell’altra scelta; soppesare costi e benefici legati a entrambe le soluzioni. L’insieme di elementi non comparivano invece nella decisione e nel tema preparato dai ragazzini che avevano lavorato sul lupo solo con l’insegnante, senza potersi confrontare con i loro pari.

Meno passivi e più forti

In questo modo, la ricerca americana ha dimostrato come davanti a un argomento specifico, lo studio collaborativo metta lo studente in un ruolo meno passivo e gli permetta di sviluppare maggiormente capacità decisionali autonome e strutturate. Il consiglio, ripreso dall’American Educational Research Journal, è particolarmente prezioso poiché lo studio si è svolto all’interno di scuole pubbliche americane i cui iscritti provenivano da fasce di popolazione meno abbienti e di livello culturale basso. Ha infatti dimostrato che lo sviluppo del pensiero critico e costruttivo aiuta i ragazzi non solo nel successo scolastico, ma anche nella vita. E lo studio di gruppo si mostra un ottimo strumento per arrivarvi, anche laddove le famiglie non hanno la possibilità culturale di educare i loro figli in questo settore.