Democrazia , opinione pubblica e volontà del popolo .

In democrazia il cittadino dovrebbe acquisire conoscenze che gli chiariscano, soprattutto in occasione di elezioni, le alternative politiche in gioco e le conseguenze che ne discendono. E’ altresì scontato che i cittadini vadano a votare in condizioni di equilibrio e di razionalità. Ma nel metodo democratico tre sono gli attori fondamentali : le fonti d’informazione, un potere trasparente e gli elettori. Le fonti d’informazione : è evidente che ormai la fiducia nei media è piuttosto bassa dappertutto, non solo per la reputazione non eccelsa dei giornalisti, ma anche perchè la proprietà dei media è in mano a società o persone con pesanti interessi negli affari o in politica. Oggi anche con l’informazione via web il confine tra informazione, fiction, intrattenimento e pubblicità è sempre più sottile! La fiducia nell’attendibilità, completezza e e indipendenza dei media, già tenue prima della globalizzazione, s’è vaporizzata appena è entrato in gioco il capitale finanziario globale, che ha creato spettacolari concentrazioni mediatiche planetarie. E il potere? Il potere non è affatto trasparente per natura, ma è sempre, sia pure in parte, coperto dal segreto, da retoriche ingannevoli e da vere e proprie menzogne ( vedi il berlusconismo e il renzismo ). La promessa della democrazia reale ossia l’eliminazione del “potere invisibile” non è mai stata mantenuta ! Quanto all’elettore, il cittadino non ha affatto una conoscenza informata degli affari di cui trasferisce la gestione alla politica : si dice…..”l’opinione pubblica” ossia l’insieme dei cittadini che sviluppano idee, concezioni e giudizi a proposito degli affari comuni, sia locali che globali. Ma di che qualità sono le opinioni e le conoscenze dei cittadini? Sono davvero di qualità tale da permettere alla gente di votare cioè di decidere anche del destino degli altri? L’opinione pubblica è un fattore particolarmente delicato nell’epoca attuale. La galassia dei social non solo permette di conoscere all’istante le opinioni, per quanto casuali e avventurose, di un illimitato numero di soggetti, ma soprattutto permette a miriadi di persone di esprimere la propria. Per questo non è affatto inesatta la definizione del nostro secolo come il “secolo dell’opinione pubblica”.

Conseguenza di tutto ciò? La massa è costantemente esposta a suggestioni, prodotte da stereotipi, frasi fatte, enunciazioni di capi e capetti politici e altri fattori. Pertanto l’opinione pubblica valuta in base ad argomenti immaginari, a stereotipi e a imprecisioni. E quando gli argomenti sono complessi intervengono i tecnici ( la tecnocrazia), che agiscono in base a informazioni che il pubblico, in generale, non immagina neanche e può essere chiamato a un rendiconto solo a fatto compiuto (vedi ad es. le varie riforme costituzionali ecc.). Schumpeter non riconosce al popolo alcuna idea del bene comune perchè, in genere,il pensiero del popolo è solo associativo e affettivo. La volontà del popolo è solo un miscuglio indeterminato  di impulsi vaghi, operanti su slogan ricevuti e su impressioni erronee. Come si attiva questo miscuglio? Basta un fatto imprevisto, l’immaginazione che si mette al lavoro,il pregiudizio ideologico o personale (lui mi è antipatico, invece quello mi piace perchè è divertente e sa raccontare le barzellette!), il dispetto o il favore, l’effetto seduttivo o repulsivo che una persona o un gruppo possono ispirare! In queste condizioni i cittadini diventano preda di capi politici, affaristi, pubblicitari capaci di modellare e perfino di creare la volontà popolare! Rousseau diceva “qualunque furbacchione esperto o  oratore insinuante sa portare il popolo dove vuole “.E allora? La volontà del popolo non esiste perchè non è una volontà autentica ma una volontà “fabbricata” ( a manifactured will).I rappresentati del popolo votano generalmente su problemi di cui il popolo non sa e non capisce nulla e spesso operano in modo coperto. L’opinione pubblica deriva quindi generalmente da stereotipi, sentito-dire, chiacchiere da bar, da parrucchiere, da circolo di bocce, pregiudizi e antipatie o simpatie ” a pelle”. L’opinione pubblica, che non si fonda quasi mai sull’elaborazione di informazioni ben fondate, determina persino situazioni paradossali di “eletti ” nelle istituzioni” che per 15- 20 anni scaldano la loro poltrona, percependo la loro indennità, senza mai assumere un’iniziativa politica ma presenziando tutti i convegni e tutte le cermonie, sempre in prima fila!

LA STORIA LUNGA, COMPLESSA E AFFASCINANTE DI “BELLA CIAO”!

BELLA CIAO!

bella-ciao

 Che Bella ciao sia la canzone simbolo della Resistenza e dell’antifascismo, si sa. Come si sa che venne intonata ancora in occasione di lotte e proteste sociali, come quelle operaie e studentesche negli anni dell’autunno caldo e del ’68. Che sia stata tradotta in tutte le lingue esistenti tanto da diventare un universale inno alla libertà. Ma resta sempre il dubbio, il sospetto, che ci si dimentichi di che cosa rappresenti davvero Bella ciao. Che cosa racconti, da dove venga e a chi si rivolga, rischiano di perdersi per strada. Occorre, dunque, rievocarne la memoria perché ne resti vivo il messaggio e si rafforzi il senso del suo peregrinare per il mondo.

Certo, quel titolo e quel ritornello, vogliono dire tante cose: bella può essere riferito alla giovinezza che sfiorisce, oppure a una donna che si deve lasciare perché si è costretti a partire. Alla libertà che si perde quando si incontra un tiranno invasore.

La canzone, con le sue parole e le sua musica, infatti, ha raccontato esperienze diverse nell’arco dei suoi viaggi, non a caso ha un’origine che si perde nella notte dei tempi. In tanti ci si sono incaponiti per capire fin dove sprofondasse il buio di quella notte e dove intravedere un’alba. Storici, etnomusicologi, etnografi, musicisti hanno dedicato infinite ricerche per dare a questo canto errante le debite generalità, una data di nascita, una residenza. Nomi importanti, che a metterli in fila si fa la storia del canto sociale, degli studi sul folclore che sono l’orgoglio del nostro Paese. Da Roberto Leydi a Gianni Bosio, Cesare Bermani, Stefano Pivato, Antonio Virgilio Savona, Michele Straniero, Gianni Borgna.

Perché qui in gioco c’è tutta la tradizione del canto popolare e sociale, delle sue pratiche creative e di trasmissione principalmente orale. Ecco che infatti, come confermano Gioachino Lanotte (“Cantalo Forte”) e Gianni Borgna (“Storia della canzone italiana”), l’alba di Bella ciao risale addirittura a una ballata del Cinquecento francese, giunta in Italia dal Piemonte dove diventerà la tradizionale La darè d’cola montagna. Questo motivo si sarebbe poi propagato in tutto il nord trasformandosi in Trentino ne Il fiore di Teresina (conosciuta anche come Fior di tomba o Il fior della Rosina) e in Veneto nel canto Stamattina mi son alzata. Alzata, perché nell’infinito girovagare di questa canzone pare esserci anche una lunga sosta tra le risaie dove le mondine, mentre si spezzavano la schiena, lamentavano, cantando, il duro lavoro, la fatica dello stare lontane da casa, dalle madri a cui, bambine, rivolgevano la loro preghiera. La versione di Giovanna Marini, incisa anche nell’album “Il fischio del vapore” di Francesco De Gregori (2003), nella cadenza del tipico stile di canto popolare esprime, come una litania, tutta la sofferenza delle mondariso:

Alla mattina appena alzata,

O bella ciao, bella ciao

Bella ciao ciao ciao,

Alla mattina appena alzata,

In risaia mi tocca andar

O mamma mia o che tormento

O bella ciao, bella ciao,

Bella ciao ciao ciao

O mamma mia o che tormento

Io ti invoco ogni doman.

Ma non tutti sono concordi. Come spiega Nanni Svampa (“La mia morosa cara”) alcuni studiosi ritengono la versione delle mondine precedente a quella partigiana (Stefano Pivato la fa risalire addirittura al repertorio delle mondine d’inizio Novecento, vedi “Bella ciao, canto e politica nella storia d’Italia”), mentre per altri, come Roberto Leydi e Cesare Bermani, essa sarebbe nata nel dopoguerra dalle parole del mondino Vasco Scansani di Gualtieri di Reggio Emilia. E poi c’è il ritornello che, invece, secondo Cesare Bermani sarebbe di origine bergamasca. Per non dire, poi, come racconta La Repubblica, di una possibile derivazione yiddish, connessa al ritrovamento di una melodia tradizionale (canzone “Koilen”) registrata da un fisarmonicista Kletzmer di origini ucraine, Mishka Tziganoff, nel 1919 a New York.

Insomma, non se ne viene a capo. Bella ciao è come un vento che arriva, raccoglie un’eco e la porta altrove. Ma questo non fa che avvalorare l’idea che dentro questo canto ci sia una storia di transiti, di trasmissioni, intersezioni profonde e stratificate. Che sia come un albero che cresce rigoglioso e nel suo tronco racconti le condizioni, i climi, gli eventi traumatici o felici che gli hanno dato forma, vita e sostanza.

Perché dopo i lamenti delle mondine il canto passerà a dar voce alle speranze partigiane, dignitose e tenaci, di chi non vuole soccombere al nemico invasore. Di chi è disposto a morire per la libertà. E la voce femminile lascerà il posto a quella maschile.

Gli storici della canzone italiana Antonio Virgilio Savona e Michele Straniero sono convinti nel dire che Bella ciao fu poco cantata durante la guerra partigiana, e venne diffusa nell’immediato dopoguerra. La sua popolarità ebbe inizio nell’estate 1947, a Praga, al Primo Festival Mondiale della Gioventù, dove fu eseguita, e tradotta in tutte le lingue del mondo, con tipico battimani, da un gruppo di giovani partigiani italiani (“Canti della Resistenza italiana”). Gualtiero Bertelli, invece, ne individua la prima esibizione durante il Festival della Gioventù di Berlino, nel 1948, cantata da un gruppo di studenti capitati lì non si sa come.

Non è dato sapere, dunque, se sia stata cantata durante le lotte partigiane, nel modenese e attorno a Bologna come dicono alcuni, (Pivato la circoscrive alle zone di Montefiorino, nel Reggiano, nell’alto bolognese e nelle zone delle Alpi Apuane), oppure dopo, a memoria, a celebrazione. E poi? Negli anni Quaranta e Cinquanta, la canzone circolerà in varie regioni italiane grazie alle esecuzioni delle corali socialiste e comuniste durante raduni e festival. Da qui, prenderà il volo verso l’estero.

Ma chi l’ha scritta? Chi ha trovato le parole per testimoniare questo destino consapevole di una imminente morte a salvaguardia della libertà? Nomi, cognomi, non ce ne sono, si dice solo che gli autori potrebbero essere partigiani della zona emiliana.

Una cosa, però, è certa: un canto anonimo, di fatto, è cosa pubblica, patrimonio di tutti. E questo è un pregio di poche canzoni. Come Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei, assunta a canto di lotta dal movimento del Sessantotto, ma diffusa come creazione di “autore anonimo”. Una cosa di cui andare orgoglioso, dirà Amodei, ovvero “di essere immeritatamente divenuto voce del popolo”.

Bella ciao, voce del popolo lo è senz’altro, anche per il fatto di essere un canto contro “l’invasore”, un generico nemico che ciascun popolo può connotare a suo modo, sulla base della lotta che sta combattendo. Non a caso il vero inno dei partigiani sarà Fischia il vento, canzone in cui, invece, ben presenti sono i riferimenti di parte, come il “sol dell’avvenire” e la “rossa bandiera”. «Fischia il vento – scrive, infatti, Franco Fabbri – ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente». Bella ciao, allora, è di chi la canta.

La versione di Sandra Mantovani è tra le prime a unire quella mondina a quella partigiana. Questo passaggio avviene nel 1964 quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto il memorabile spettacolo dal titolo “Bella Ciao” dove la canzone delle mondariso apre il recital e quella dei partigiani lo chiude.

Da questo momento la canzone riscontra un successo senza eguali. Gli anni Sessanta sono il periodo che precede o va di pari passo con l’affermarsi dei primi governi di centro-sinistra e il canto, più di ogni altro, legittima l’immagine che la guerra partigiana sia stata una battaglia di tutti. Si resta sorpresi al pensiero che, nata da soldati semplici, gente comune, tra le montagne e nel fango di una trincea (come molti studiosi rilevano), la canzone compaia in questi anni nei repertori di grandi autori, spesso politicamente impegnati, ma anche, poi, nei circuiti commerciali.

La canta Yves Montand nel 1963,la canta Giorgio Gaber nel 1965 dalla Milano post boom economico. Un Gaber che ha da poco indossato i panni dell’enigmatica figura del “Signor G.”, simbolo del cittadino mediocre pronto a cambiare casacca all’occorrenza, inadeguato e continuamente animato da sensi di colpa e frustrazioni. Un’ambiguità che esprime i reali problemi del Paese in quegli anni: i dubbi e le inquietudini di un’intera generazione alle prese con una crisi economica e di valori. Valori che Gaber sente di affermare cantando proprio Bella ciao. Nel 1971, alla trasmissione Canzonissima di Rai Uno, Milva interpreta la versione delle mondariso, e la catapulta nelle case degli italiani, ormai fedele pubblico televisivo.Nel 1975 la canta perfino Claudio Villa, ma in una versione swing un po’ troppo scanzonata che rischia di oscurarne la natura di canto di lotta.

È il segno, però, che la canzone ormai è davvero sulla bocca di tutti. Le interpretazioni, infatti, si rincorrono. Nel 1978 le dà voce la musicista greca Maria Farantouri, interprete del sentimento di lotta alle dittature di tutto il mondo e con lei Bella ciao diventa l’emblema di ogni Resistenza.
Gli anni Ottanta sembrano un po’ dimenticarsi di questa canzone, delle battaglie partigiane, del passato. Solo Francesco De Gregori, in un frammento di “La storia” dall’album “Scacchi e Tarocchi” (1985) ci ricorda che “La Storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi Bella ciao che partiamo. La Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano, la Storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano”. La Storia è l’identità di un popolo, come le lotte che lo hanno segnato.
Ma negli anni Ottanta si guarda avanti. Lo scenario culturale, sociale e politico del Paese, del resto, è tutto un fermento. Il 1982 segna l’inizio di un nuovo boom per l’Italia: “Il secondo miracolo economico italiano è già cominciato – commentava Giuseppe Turani nel 1986 –. Da un po’, forse anche da un anno. Ed è quasi sicuro che andrà avanti a lungo. Probabilmente non meno di dieci anni, fino al 1995”. La corsa ai consumi assume i ritmi degli anni Sessanta, con la differenza che ora l’acquisto di un prodotto diventa l’affermazione di uno status symbol, l’appartenenza a una cerchia di individui o l’innalzamento rispetto a un’altra, la preferenza a una determinata moda o tendenza e in questo una manifestazione identitaria. Un consumo “vistoso” accresciuto dalle nuove e più pervasive forme della comunicazione pubblicitaria, veicolate attraverso i canali delle televisioni commerciali che in questi anni iniziano a trasmettere, insieme ai loro programmi, anche i nuovi modelli sociali cui ispirarsi, nel modo di essere e agire, nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile di vita. E ancora: “Sgomenta – scriveva Fortini nel 1982 – il peso delle questioni che la nozione di memoria (storica e personale) porta alla luce. Ad esempio, sono bastati gli ultimi sei o sette anni di terrorismo, di politica della unità nazionale e di inflazione e di scandali […] perché interi blocchi di problemi venissero rimossi e considerati inesistenti non pochi sperimentati principi di interpretazione […]. Ecco perché è assolutamente impossibile, oggi, trasmettere a chi ha diciotto anni una qualche verità non convenzionale su quello che da loro dista appena un decennio […], quando i loro padri, oggi smarriti o rassegnati quarantenni, li issavano sulle spalle nelle manifestazioni per il Vietnam” (“Non solo oggi”).

Bisogna aspettare gli anni Novanta perché questo stato di “dormienza” (Franco Fortini) svanisca e si torni a guardare alla realtà: la crisi d’identità dei partiti, gli scandali, Tangentopoli, Mani Pulite. Occorre che la gente torni a impegnarsi, occorre risvegliare valori e identità dimenticate, è necessario riaccendere la fiamma di un passato di lotta alle ingiustizie e a ogni forma di sudditanza.

E allora Bella ciao ricompare, nelle forme più roboanti, rock, hard rock, metal, punk, folk possibili, e a volte anche molto arrabbiate. I romani Banda Bassotti nel 1993 la reinventano secondo lo stile ska e il ritmo, la modernità di cui la rivestono ne fanno un veicolo che parla a tutti, agli adulti che hanno smarrito la memoria, ai giovani che non sanno e vogliono conoscere.

Ma sono soprattutto i Modena City Ramblers i paladini di questa rinascita. Con le loro esaltanti versioni, eseguite in numerose incisioni o in eventi live, trovano il fulcro identitario della loro poetica oltre che un successo clamoroso. Sono gli anni del “combat folk”, strumento sonoro e di battaglia politica, dirà Felice Liperi (“Storia della canzone italiana”). Capace di raccogliere l’eredità della canzone politica riconsegnandola a una forma nuova, in cui il retaggio popolare viene tradotto in sound dirompenti e di forte impatto emotivo.

Nella prima incisione del 1994, dall’album “Riportando tutto a casa” (e questo revival spiega forse l’iniziale citazione), le parole di Bella ciao si sposano magnificamente con l’arrangiamento irish folk, cifra espressiva del gruppo modenese.

La canzone, adesso, si canta a squarciagola e si balla. Si salta al ritmo di un reel irlandese tutti insieme, giovani soprattutto, che in massa partecipano ai concerti negli stadi e nelle piazze, a quelli del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, dai primi anni 2000 in avanti, fino al 2014.[
Ma la grande esplosione c’era già stata: quella della esuberante versione del 31 dicembre 1999 a Modena con l’orchestra di Goran Bregović, incisa poi in “Appunti partigiani” (2005), importante omaggio alla storia partigiana e alla storia canora della Liberazione.
Nello stesso anno le interpretazioni si rincorrono, e la incideranno anche i piemontesi Yo Yo Mundi, nell’album “Resistenza” .
Per l’artista serbo, invece, la canzone diventerà stabilmente parte del repertorio, tantissime sono le occasioni in cui verrà cantata e suonata dalla sua Wedding e Funeral Orchestra, come nell’entusiasmante live di Parigi del 2013 .

Stessa atmosfera si respira all’ascolto della versione del regista serbo Emir Kusturica con la No smoking Orchestra fondata dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

La musica si fa trascinante e la canzone parla dal cuore dell’Europa, luogo di transito e di incontro di tante culture, quella serba, croata, musulmana. Bella ciao diventa un misto di sonorità tradizionali balcaniche e sembra parlare la lingua di tanti popoli, diversi ma ugualmente accomunati da un destino di lotta contro le dittature (la Croazia ottiene l’indipendenza nel 1995), da un doloroso percorso di ricostruzione.

Così negli anni Novanta il canto porta con sé questo messaggio in giro per il mondo: la incide il cantante e compositore franco-spagnolo Lény Escudero (Album “Chante la Liberté”).

Unica ed emozionante è la versione a cappella che l’ottetto vocale Swinger Singer incide nell’album “Around the world, Folk songs” nel 1991.
La canta il Coro dell’Armata Rossa (“The Best of the Red Army Choir: the Definitive Collection”);
i Boikot la interpretano in spagnolo in una delle versioni più punk e hard rock mai sentite, a cui mescolano il grido di “No pasaràn”, il celebre messaggio di Dolores Ibárruri ai soldati al fronte, durante la guerra civile spagnola, per incitarli a combattere contro le truppe del generale Franco.
Segno che quando la canzone arriva chi la prende ci mette qualcosa di suo. La cantano con questa foga anche gli italiani patchanka-ska-punk Talco.
E i bretoni Les Ramoneurs de Menhirs non scherzano neanche loro con un suono di puro punk rock metallico.
Come a dire: come abbiamo fatto a dimenticarci di Bella ciao, del suo patrimonio di significati, del suo monito a combattere per la libertà?

La band anarchica britannica Chumbawamba la traduce in inglese e ne fa una sua versione dal gusto pop rock più sofisticato. E intanto, così, nella lingua più diffusa al mondo, la comprendono proprio tutti.

Non può mancare una versione tedesca: una tra tante è quella folk di Konstantin Wecker & Hannes Wader.
Negli Stati Uniti, invece Bella ciao si canta in un mix di afro funky beat con gli Underground System.
Manu Chau ne dà una personale declinazione reggae e latina,
mentre la cantora popular Mercedes Sosa, portandola in Argentina, la terra dei golpe militari, della violenza politica, delle dittature e delle rivolte soppresse nel sangue, ne fa una bandiera della lotta per la pace e i diritti civili.
Bella ciao in questi nuovi arrangiamenti non è più solo la canzone malinconica di chi va a morire e si sacrifica, è la canzone di una vittoria, una liberazione che si celebra nell’euforia di un ritmo incalzante e di un canto libero e fuori dagli schemi. Una vittoria che è una festa corale, a cui si partecipa cantando con la voce più forte che si può.

Non deve meravigliare, allora, che questo treno in corsa che è Bella ciao a un certo punto si fermi per far salire frotte di gente, per poi, subito, ripartire. Gli anni 2000 la consacrano come la canzone di tutti i popoli in lotta, di tutte le etnie, le culture, le razze, le religioni, le patrie. Di chi, nel mondo, crede nel valore della pace e della libertà.

Ed è bello che la canzone, dopo le registrazioni d’autore, dopo i palcoscenici prestigiosi, ritorni alla gente, che la intona nelle piazze, al battito delle mani, allo strimpellare di una chitarra, che la canta stonata, gridata, non importa. Ognuno, con Bella ciao, proclama la propria battaglia.

C’è quella degli Indignados di ogni angolo di mondo che la cantano per affermare diritti di uguaglianza, partecipazione, annullamento del potere delle banche e delle multinazionali.

C’è quella che si canta in chiesa, dopo la santa messa di Natale celebrata da Don Gallo, nel 2012,
o appena fuori, sul sagrato, per salutare Franca Rame nel giorno del suo funerale.
C’è quella del giugno 2011, dei giovani del sit-in Gençler Meydana che cantavano la loro Bella ciao in turco in Taksim Meydanı a Istanbul.
Una protesta che cominciava e che continuerà nelle manifestazioni contro il premier turco Erdoğan, nella Piazza Taksim, a ricordo delle vittime del Parco Gezi uccise da un governo che, con un uso sproporzionato della forza, reprimeva un movimento pacifico.
Da qui il dissenso esploderà oltre i confini nazionali, con manifestazioni contro Erdoğan nei paesi di tutto il mondo. Il 12 luglio 2013, una sera, a Istanbul nella piazza di Taksim, con l’accompagnamento di un pianoforte, ancora si canta Bella ciao.
C’è quella del popolo greco che si emoziona dopo la vittoria, nel gennaio 2015, di Alexis Tsipras e del movimento di sinistra Syriza: la canta e la balla al ritmo della versione irlandese dei Modena City Ramblers perché la musica, proprio, non ha confini.
C’è quella dell’attore Christophe Aleveque che, invocando la lotta a ogni forma di terrorismo, politico o religioso, la canta durante le commemorazioni funebri delle vittime della strage avvenuta nel settimanale satirico francese Charlie Hebdo.
E poi, chissà quanti altri nel mondo stanno dando voce alle loro battaglie attraverso le parole di Bella ciao. A distanza di un’infinità di anni, di una storia sprofondata nel passato di un mondo arcaico e popolare, ci racconta di oggi, di cosa succede nel mondo del terzo millennio. Di come il canto rappresenti ancora, fortemente, uno strumento potentissimo di espressione collettiva e di partecipazione alla vita sociale e politica. Ci esorta a essere tutti partigiani, ognuno a sostenere una causa, personale o comunitaria. Una causa che stia dalla parte della libertà, della democrazia, della solidarietà, della lotta a ogni dittatura. Pronta a rinnovarsi nel futuro. Perché Bella ciao di cose da dire ne avrà ancora sicuramente tante.

Che la si canti, quindi. Intonati o stonati, in coro o da soli, con accompagnamento musicale oppure no, non importa. Ciò che conta è farlo. E così, dunque, anche chi scrive.

LA DEMOCRAZIA “ROTTAMATA”.

“Le capacità personali, quando si pretende di guidare una nazione, da sole non bastano, occorrono anche la conoscenza e la volontà di rispettare le regole che un sistema democratico necessariamente deve avere. E soprattutto, un primo ministro che si rispetti, deve avere il rispetto degli elettori quando il sistema democratico legittimamente li chiama al voto. Se non lo fa, tradisce la base stessa del sistema democratico e anche il giuramento che lui stesso ha fatto quando ha accettato l’incarico che il presidente della Repubblica gli ha dato per governare la nazione. Dovremmo ricordare che il sistema della democrazia ha  questo scopo: tu cittadino non hai il tempo, le capacità o semplicemente la voglia di occuparti dei problemi certamente non semplici di guidare una nazione, perciò voti qualcuno che svolgerà per tuo conto questo lavoro. Se però te ne disinteressi completamente, sperando che la cosa funzioni lo stesso, avrai invece il risultato di una inciviltà democratica gravissima che anche tu finirai col pagar caro. Il craxismo, il berlusconismo e adesso il renzismo (sempre di male in peggio!) sono lì a dimostrarlo. Renzi, che forse sul piano personale ha eccellenti qualità,  sul piano politico e, soprattutto, democratico, è un disastro senza precedenti. Lui,pur governando (sia pur legittimamente)senza  essere stato eletto dal popolo che pretende di governare, vuole cambiare tutto. Anche se la sua maggioranza ènata da accordi sottobanco con le opposizioni, lui procede come un rullo compressore su un potere fantoccio che lui stesso si è costruito, circondandosi di collaboratori ,che vantano la stessa esperienza tecnica dei miracolati. Non si è mai visto, in nessun paese democratico al mondo, un capo del governo che invita i suoi governati a non andare a votare. Un vero democratico non può mai invitare gli elettori al non voto, solo un opportunista può farlo. Ma lui, pur sapendo che giocava con carte truccate, perché l’informativa che lui dava era gravemente scorretta sul piano dell’imparzialità (anche la scelta di campo per il “Sì” o per il “No” era ammissibile) che avrebbe dovuto tenere nella sua veste di primo ministro, liquida la faccenda addirittura da “vincitore arrogante”, prendendosi anche il lusso di schernire i perdenti, come se una vittoria ottenuta con carte truccate fosse cosa nobile.Quando parlava di rottamazione nei riguardi dei vecchi dirigenti del PD, nessuno ha pensato che, nel massacro del suo poco onorevole percorso istituzionale, ci sarebbe presto finito anche il nostro sistema democratico. La sua rottamazione è come la visita dell’elefante nella sala dei cristalli: non vede e non risparmia niente. Il suo invito a non votare è come una bestemmia in chiesa, ma lui non lo capisce. Per giustificare il suo grave vulnus sul referendum, lui e i suoi accoliti si schierano dietro al fatto che il referendum abrogativo prevede appunto un “quorum” per essere valido, consentendo così l’astensione di chi non ne vede l’interesse. Ma questo si riferisce al diritto dei semplici elettori, non alla responsabilità di chi gestisce in prima persona il sistema democratico, controllando personalmente il partito di maggioranza, il governo e l’intero Parlamento!E’ possibile  immaginare che, dopo che avrà completato le sue fantasiose riforme (Italicum in testa) ci dispenserà sempre più frequentemente dalla noia di andare a votare?
Dopo le sue parole chiaramente rivolte a definire inutile questo referendum, che aveva invece tutte le carte in regola secondo i dettami della Costituzione per essere tenuto, è persino doveroso pensarlo. E tuttavia è un bene che lo abbia fatto, perché così ha commesso l’errore di calare finalmente la maschera.
Molti, anche nel suo stesso partito, avevano già capito la sua sconcertante debolezza sul piano del rispetto dei valori democratici, ma adesso ha reso lui stesso questa debolezza palese.
Un primo ministro che non rispetta i valori della democrazia è non solo anomalo, ma forse anche pericoloso per tutti. Ne abbiamo già avuto uno, ammirato da tutti a quel tempo, che pensava di riconquistare i fasti dell’antica Roma, prendendo vergognose scorciatoie persino sul piano umanitario. Non è il caso di ripetere quell’errore, dando fiducia al nuovo avventurismo pseudo-democratico delle riforme renziane rottama-democrazia. Lui e la sua classe di apprendisti “stregoni” della classe politica hanno bisogno di crescere molto e maturare bene prima di assumere cariche così importanti di governo di una grande nazione”.

Al centro della nostra esistenza non c’è lo sviluppo economico ma la qualità della nostra vita !

Tutti vorremmo che le scelte, sulle cose concrete del nostro vivere sulla Terra, fossero semplici e sempre rivolte al bene. Vorremmo che il “sì” o il “no” di una scelta non ci angosciassero con i loro dubbi. Ma se fosse così,  la nostra esistenza non avrebbe senso perchè i nostri meriti  si ridurrebbero tutti, nel migliore dei casi, a un’adesione meccanica a un bene già preordinato. Dovremmo, invece, rimediare a questa mancanza di senso, con la riflessione personale e con il confronto sulle scelte che spesso, a nostra insaputa, riguardano il Creato e quindi i beni comuni. Negli scenari della moderna economia dei consumi l’uomo ha sempre meno spazio per acquisire consapevolezze ed esercitare le responsabilità individuali e collettive.  Una delle argomentazione, usate dai promotori del “no” alle limitazioni per l’estrazione del petrolio, sostiene che l’oggetto della richiesta referendaria sia solo una questione tecnica. I promotori del “no” si mostrano spesso anche infastiditi dalle “ingerenze” dei cittadini, evidentemente considerati come sudditi condannati all’obbedienza cieca. Se riflettiamo su questo stato delle cose non è difficile renderci conto, per esempio, che siamo passati, nel giro di qualche decennio, da considerare la tecnica come strumento per il progresso umano, ad accettare che sia l’uomo, invece, uno strumento della tecnica. Ciò che i promotori del “no” non riescono o fingono di non comprendere, è che al centro di questo referendum non vi sono i barili di petrolio, lo sviluppo economico, l’occupazione, … ma il senso della nostra vita, la qualità che le possiamo dare, le buone relazioni (non le provocazioni) per creare sinergie (non competizioni per ricchezze individuali e senza limiti). I promotori del “no” sembrano, infatti, vantare un assoluto diritto, pur se inesistente, ad usare le risorse fino al loro esaurimento e nel più breve tempo possibile. Lo stato attuale del clima e le sue drammatiche prospettive, a causa di un consumo insostenibile e terminale delle risorse, sono state gli argomenti trattati, solo quattro mesi fa, nella COP 21 di Parigi. Ma gli accordi, conclusi in quella sede, sembrano già diventati carta straccia mentre il nostro futuro sembra sempre più vicino ad un punto di non ritorno almeno per la storia umana. Il petrolio e il gas, in questo mondo da consumare, sono l’oggetto di una corsa cieca nella quale l’uomo viene regolarmente sconfitto dai ricatti sulle drammatiche conseguenze  minacciate dal mancato sviluppo a causa di un’energia insufficiente ad alimentare la produzione industriale (verrebbero meno la ricchezza individuale, il benessere economico necessario per far progredire i consumi, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione impegnata nella produzione di beni e servizi per lo sviluppo dei mercati, …). In questo stato delle cose viene a mancare ogni nostra opportunità di riflessione e viene, così, rimosso il senso di un’economia che deve, invece, occuparsi della gestione razionale delle risorse materiali per rispondere ai bisogni umani più profondi. L’uomo cerca spontaneamente di costruire relazioni sociali, di condividere conoscenze ed esperienze, di realizzare opere e strutture, di creare occasioni per riflettere e confrontarsi sulle scelte, per valorizzare l’evidenza fisica e immateriale delle cose (non per trasformare in patologie la ricchezza delle nostre diversità). Sono queste tutte peculiarità umane contenute nei confini dei bisogni e che sono, invece, negate dai consumi e dai sistemi (fine a sé stessi) che li sostengono.Sul tema delle risorse energetiche presenti nei nostri mari, le proposte referendarie già formulate nel 2015, chiedevano al governo e al parlamento di regolare l’accesso a risorse, non immediatamente rinnovabili, che appartengono anche alle future generazioni. Si trattava, per altro di  adeguare le concessioni, per lo sfruttamento dei minerali fossili, ai criteri, già in uso a livello internazionale. Il governo, a seguito di queste proposte, aveva dato risposte ritenute soddisfacenti dalla Corte Costituzionale per 5 referendum dei 6 proposti. Ha, invece, ritenuto di dover ammettere, alla prova referendaria, la proposta che chiedeva di eliminare, dalle autorizzazione (per le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa), l’estrazione a tempo indeterminato di gas o petrolio. Dunque il “sì” al referendum del 17 aprile 2016 non stravolgerà questo, pur insostenibile, sviluppo economico (come invece si vorrebbe subdolamente far credere, per intimorire la popolazione), ma chiede solo di far rientrare le concessioni, in atto entro le 12 miglia, nei limiti in atto a livello internazionale. La concessione a tempo indeterminato non solo contravviene alla tanto osannata competitività (in nome della quale si immolano risorse, inutilmente sprecate dai competitori perdenti, e si offrono indecenti occasioni per travestite corruzioni e per deviare le già incerte pratiche per la scelta dei vincitori), ma permette al concessionario unico vincitore di rimandare sine die le dovute bonifiche finali: cioè per necessità sarà, come sempre, la comunità a pagare di tasca propria attraverso i propri tributi. Paghiamo (non solo in termini economici) per le scorie nucleari, per il cemento amianto, per i rifiuti tossici e nocivi, per l’inquinamento dell’aria causato da trasporti e confinamenti finali dei beni di consumo trasformati in rifiuti, per gli scarichi industriali e agricoli che inquinano il terreno, … paghiamo per uno sviluppo che lascia tristi e velenose testimonianza nei territori immolati alla produzione e alla crescita dei consumi. Siamo un mondo asimmetrico che non divide gli esseri umani per il colore della pelle, per la lingua, per le diverse culture e tradizioni, per gli ordinamenti sociali e politici del paese di appartenenza, … ma solo con un, complicato e insolubile, sistema assoluto di produttori e consumatori sui quali una casta di predatori crea, accumulando immensi profitti, imperi di potere assoluto sugli uomini e le cose. Un mondo “asimmetrico” che facilita solo l'”equa” e libera circolazione delle merci, l’alterazione degli ecosistemi, la diffusione delle malattie e delle distruzioni inflitte con le guerre. Tutti strumenti di nobili intendimenti (benessere, conoscenza del mondo, prevenzione globale, difesa delle civiltà superiori) e dunque cause “innocenti” di un olocausto globale delle qualità umane: delle libere e creative esplorazioni, riflessioni, relazioni, condivisioni, partecipazioni, azioni sinergiche. Dobbiamo rilevare, però, che alla già scarna informazione si è aggiunto anche un dibattito con un deviante carattere ideologico, da parte di chi considera questo referendum non una pratica di democrazia, ma un attacco all’assoluto dell’attuale pensiero economico globale (che oggi si ispira alle ideologie del liberismo economico). Abbiamo, così, che sono stati diffusi slogan (che sono strumenti specifici delle ideologie) per creare suggestive convinzioni in favore dell'”astensione” o della “scheda bianca” o del “no” al referendum. Alcuni di questi slogan sono addirittura falsi (ma possono fare presa su una rilevante quota di cittadini vittime di una organizzata disinformazione), altri, invece, usano possibili equivoche interpretazioni di dati e di fatti (per altro, forniti dalle società petrolifere) per negare le ragioni, invece fondate, a favore del “sì” al referendum.

Di seguito sono analizzati alcuni di questi slogan. Noi, poi, possiamo impegnarci, personalmente e con altri, a riflettere su di essi (e su altri che potremmo ancora sentir raccontare), per definire un giudizio consapevole e una nostra partecipazione responsabile al referendum.

Gli impianti di estrazione sono sicuri” In realtà: – non sono sistemi chiusi (l’estrazione avviene in mare aperto e l’acqua è un veicolo di diffusione dei reflui idrocarburici rilasciati dagli impianti); quindi la sicurezza non può essere garantita (in qualsiasi processo la sicurezza, se è tale, è il risultato di fondamentali meccanismi deterministici, in questo caso impraticabili, confinati nel tempo e nello spazio, per il contenimento degli effetti dannosi e nocivi).

Dai nuovi pozzi potremo avere risorse per soddisfare il 10% dei nostri consumi e potremo anche aumentarli ” In realtà: – i pozzi coinvolti dal referendum possono offrire solo 1%  dei nostri consumi fino al loro esaurimento (dopo non c’è nessun’altra opportunità per la nostra economia e per l’occupazione che rimane un gravissimo problema e lo sarà ancor più se la politica lo farà incancrenire impegnandosi a far altro);

– meno del 10% del prezzo, del gas o del petrolio estratto, sarà riconosciuto come compenso al territorio che ne dispone (un compenso troppo basso per dare un significativo contributo all’economia del nostro paese e, con gli attuali prezzi, diventa, poi, proprio un cattivo affare);

– c’è, poi, anche il sospetto che (per i minori guadagni determinati, oggi, dal minor prezzo del petrolio) le società petrolifere possano essere dell’idea che convenga sfruttare nuove risorse (da pagare ai prezzi più bassi di oggi) e conservare, le risorse già acquisite, per tempi di migliori profitti.

– il 90% della destinazione, del gas o del petrolio estratto (dal mare Adriatico nel nostro caso), rimarrà a totale disposizione delle società petrolifere e andrà sul mercato (cioè non porterà alcun vantaggio all’approvvigionamento di energia per il nostro paese).

“Se blocchiamo i pozzi compromettiamo la ripresa” in realtà: – tutti ormai possono rendersi conto che all’economia di mercato non interessa la ripresa per dare risposte ai bisogni (gli obiettivi sono le “risorse da sfruttare” e non c’è alcun interesse perché il paese, che ne dispone, goda, anche solo, di una sua ripresa economica); all’economia di mercato interessa la ripresa solo nei luoghi che dispongono di facili fonti di ricchezze (per esempio, quelle accumulate dalle attività finanziarie) che possono essere sprecate, senza preoccupazioni, per consumi superflui.

“L’estrazione di petrolio è sempre conveniente per i territori che ne dispongono” In realtà:

– è conveniente sì, ma solo per chi ne diventa padrone, lo estrae e lo vende sul mercato globale pagando le tasse nei luoghi più convenienti (gli eventuali danni ambientali, invece, come sempre saranno, ancora una volta, lasciati in eredità ai territori e i costi economici, del risanamento dei luoghi e del degrado sociale, ai suoi abitanti);

– oggi si consuma meno petrolio e la ricchezza che produce si è fortemente ridotta (il prezzo del barile è diminuito di circa di 2/3, passando, approssimativamente, da 150 a 50 $ al barile); l’economia dei consumi di massa è al limite del suo sviluppo sia per la diminuzione del reddito dei consumatori, sia per i limiti, che dovranno essere imposti alle attività produttive, se si vorranno evitare i danni, irreversibili per l’ambiente, che minacciano la nostra sopravvivenza.

“Le attività di estrazione sono richieste dalle politiche per lo sviluppo” In realtà: – è un peccato che con l’attenzione agli interessi (verso le sole risorse da sfruttare e verso il dominio dei mercati per realizzare profitti individuali e di gruppo), si finisca col creare cartelli monopolistici (energia, salute, agricoltura, finanza …, ) e che vengano, così, del tutto trascurate le attività di ricerca (motore dello sviluppo delle società umane) e della loro applicazione (ai bisogni, alla qualità della vita, alla promozione delle relazioni collaborative e sinergiche…), con la conseguenza di emarginare fino a paralizzare le relazioni fra i cittadini di uno stesso paese, le diversità dei popoli e i progetti democratici di collaborazione per destinare i beni comuni a soddisfare i bisogni e non i consumi superflui;

– chissà perchè, poi, le attività turistiche e della pesca sulle zone costiere, che sono la vocazione, naturale e senza limiti di tempo, di molte regioni italiane (in particolare sono in crescita nella Puglia), vengono non solo sottovalutate (nei momenti dell’analisi degli impatti), ma vengono, anche, messe a rischio compromettendo per sempre lo sviluppo di settori fondamentali per le economie locali; sono vocazioni che coinvolgono risorse rinnovabili e che assicurano non solo opportunità di lavoro per la mano d’opera, ma anche occasioni per attività creative e di attrazione per lo sviluppo di ulteriori attività economiche essenziali.

“Di estrarre petrolio lo chiede l’Europa” In realtà:

– l’Europa (UE) lo chiede, ma non chiede che l’estrazione avvenga nei termini con i quali lo Stato Italiano ha definito le concessioni; infatti, per rispettare le logiche della competitività, la UE richiede che non siano concessi monopoli per l’estrazione del petrolio; la UE chiede, cioè, che le concessioni non siano a tempo indeterminato (ed è proprio ciò che il referendum chiede di abrogare); – il mancato rispetto delle norme UE, rischia di esporre l’Italia anche ad una procedura d’infrazione (che pagheremo noi non le società petrolifere), se le proposte referendarie non dovessero  conseguire il successo.

“Il petrolio se non lo estraiamo noi, lo estrarranno i nostri vicini” In realtà: il referendum riguarda solo il petrolio da estrarre entro le 12 miglia dalla costa italiana, mentre per quello che può essere estratto anche sul versante opposto dell’Adriatico, riguarda posizioni che stanno ben oltre le 12 miglia e per le quali, le trivellazioni ed estrazioni, sono state già autorizzate dallo Stato italiano. (Walter Napoli)

OSTENTAZIONE SENZA CAPACITA’ NE’ STILE!

Nel Cortegiano del Castiglione, libro che ha certamente influenzato la civiltà europea, era affermato il concetto rinascimentale di sprezzatura.
“Trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcun altra: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si po dire quella essere vera arte, che non pare essere arte; né più in altro si ha da poner studio che nella nasconderla: perché, se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l’omo poco estimato” (Idal Cortegiano di Baldassarre Castiglione)
Castiglione pretendeva dalla classe dominante, in cambio dei suoi privilegi, capacità e stile senza ostentazione: bisognava sapere tutto e saper fare tutto, come se fosse una cosa naturale. Quella rinascimentale era una società fortemente regolamentata.
Nell’età della deregulation i vincenti alla Renzi invece seguono un precetto opposto: ostentazione senza capacità né stile. A differenza di Berlusconi e di tanti altri politici, Renzi non si limita a ignorare la cultura o magari disprezzarla. La cultura può sopravvivere all’ignoranza e al disprezzo. No, Renzi la svuota. Con la sua programmatica trivialità svilisce la ragione e il linguaggio, riduce la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. La chiarezza e il rigore costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà deresponsabilizzano, rendono tutto indifferente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, le qualità e i difetti, i profittatori e le loro vittime. E quando il vuoto diventa uno stile e un programma, la fine della democrazia è pericolosamente vicina!

MA CHI SONO QUESTI BORGHESUCCI EMERGENTI ?

Renzi….Guidi,,,,,Boschi ecc. sembra che l’accesso alle stanze del potere e alle conseguenti opportunità abbia fatto letteralmente impazzire questa generazione , a dir poco, spregiudicata! ! Forse, nella testa di questi giovani rampanti, si è consolidata l’inquietante formazione di una mentalità per cui la “cosa pubblica” diventa “cosa propria”. Per cui è conseguente quasi una sorta di insindacabilità e invulnerabilità dei loro comportamenti illeciti, il tutto condito dalla presunzione di non dover essere chiamati minimamente a risponderne ! Questa turbativa patologica non riguarda solo le sedi centrali, ma anche quelle periferiche , vedi quelle regionali ad es., dove è elevatissimo l’inquinamento dissipatorio e dalle quali sarà arruolato il nuovo personale senatoriale !
Siamo ormai di fronte ad una pericolosissima “sindrome da divinità dell’Olimpo” a cui tutto è concesso, alimentata dai più svariati esercizi di affarismo spregiudicato! Ci siamo ormai resi conto che il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica ha (incredibilmente) meno senso dello Stato di quello (tangentaro) della tarda Prima. E tuttavia sarebbe interessante capire da “quali mani” provengono questi rampanti spregiudicati. Certo con loro al potere le varie lobby hanno perseguito rinnovamenti di facciata per continuare gli antichi andazzi. Ma chi sono in questo caso i veri mandanti? Al tempo di Mani Pulite la questione morale diventò questione istituzionale e Marco Pannella proclamò che tutto si sarebbe appianato con il sistema maggioritario.E non è stato così ! Poi arrivò Berlusconi con la sua potenza mediatico-comunicativa, che polverizzò tutto con il suo “diserbante etico”. Oggi, sullo sfondo, rimane tuttavia inquietante la domanda….è possibile scoprire l’identità del “grande vecchio” del renzismo? Berlusconi è piuttosto cotto, Verdini potrebbe essere solo un buon capitano di ventura…..e allora dov’è questo “grande vecchio”? Ma non è che questi borghesucci emergenti sono nati sotto un cavolo?

QUALE BELLEZZA SALVERA ‘ IL MONDO ?

Il latino medievale indicava il concetto di “bello” col termine “bonicellum” ossia il”piccolo bene”, (diminutivo popolare di bonum). Da questa parola deriva nelle lingue romanze il termine per esprimere il “bello”( Il “beau” francese, il “bonito” spagnolo, il “bello” italiano e anche il “beautyful ” inglese). Ma che cos’è questo “bello” inteso come “piccolo bene”? È la bellezza di credere nel bene e nell’amore, nonostante tutto e perfino contro tutto. È la bellezza di perdonare il nemico, di porgere l’altra guancia al violento, di dare la vita per l’altro, soprattutto per chi è più debole e più povero e più solo di te. È la bellezza di chi al terrorismo – su scala mondiale,come su scala nazionale – risponde cercando unitariamente la via della giustizia per tutti, piuttosto che la logica della divisione e della contrapposizione violenta. È la bellezza di chi ama anche chi non lo ama. Di questo “piccolo bene”, di questo bene umile e quotidiano che si perde nella notte del servizio al prossimo, oggi il mondo ha immensamente bisogno! Solo questo “bene” a misura di tutti – perché a misura dei piccoli – è la bellezza che salva, quell per cui vale la pena di vivere e impegnarsi !
Chi potrà dire che questo “bello” non sia necessario e attuale? E, tuttavia, chi potrà garantire che gli uomini – soprattutto i “grandi” e i “potenti” agli occhi del mondo – siano disposti a seguirlo?
Noi oggi dobbiamo solo augurarci che questo “bello” siano tanti ad accoglierlo e a viverlo con grande umiltà, con una fede fiduciosa, con un amore coraggioso e umile!

L’Italia ? E’ ormai in default morale ed economico !

Magari manca ancora il “certificato di decesso”, ma il dato è incontrovertibile. E non è neppure fondamentale disquisire sui presunti colpevoli — quello lasciamolo ai tifosi da bar e da forum che hanno sempre ragione. Tutti, dai rossi agli azzurri, dai verdi ai bianchi, dai neri agli arcobaleno, hanno sulla coscienza l’inesorabile dipartita di un Paese che costituiva storicamente un centro nevralgico di diplomazia, cultura, scienza e finanza. La classe dirigente degli ultimi venticinque anni (composta anche da quei corpi intermedi che fanno l’ossatura del sistema Italia) presa dal suo amore per l’autoreferenzialità, il provincialismo, il nepotismo, la de-meritocrazia, il giacobinismo ha distrutto ciò che di buono avevano costruito le precedenti generazioni. E’ stato un lavoro lento, ma inesorabile. Se fosse stato svolto sotto pagamento di forze esterne o estere, potrebbe persino avere una sua ragione storica. In passato certamente è avvenuto e avviene anche oggi in alcune situazioni, come nel caso dell’UE. Ma il più viene fatto di propria iniziativa, col contributo di tanti singoli egoismi. La notizia di questi giorni è che l’Italia è in deflazione: la riduzione dei prezzi comporta un problema di decrescita, c’è minore domanda e quindi minore produzione, il tutto porta a una riduzione del Pil e dell’occupazione e a un peggioramento del rapporto debito-Pil, con le antipatiche conseguenze che quest’ultimo dato ci regala per rispettare gli antisociali capestro parametri dei Trattati europei. Soprattutto il rallentamento della produzione e la percentuale di disoccupazione giovanile rappresentano un grosso campanello d’allarme. Eppure il Governo predica ottimismo: tutto va bene, siore e siori! Chi non la pensa così è bollato come gufo.                               Ma la fotografia del Paese reale è questa: l’Italia è fallita! Senza l’iniezione di liquidità di Draghi, senza l’aumento di Pil derivante dalla riduzione del costo dei carburanti e dall’Expo, oggi parleremmo di un Paese in controtendenza rispetto alla media dei paesi UE e che dovrebbe mettere un segno meno davanti al suo Pil.E qui si innesta la seconda questione, quella più drammatica. Se l’Italia è fallita, sono falliti anche gli italiani. La classe media precipita ormai verso il proletariato. I poveri sono sempre più poveri e i ricchi — ma quelli proprio ricchi — diventano ultraricchi, tutelandosi con Governi che pare facciano a gara per rimpinguare la loro pancia. La questione delle pensioni di reversibilità è emblematica: si ritocca il reddito ISEE per la sua assegnazione e quindi, di fatto, solo una piccolissima minoranza ne avrà beneficio, comprese le coppie dello stesso sesso che avranno acquisito un diritto solo sulla carta, anzi sulla carta igienica.  Ah, che Paese avanzato quello che scrive mirabolanti diritti sulle Carte costituzionali e poi di fatto li annulla! E in questo contesto non si indigna nessuno, e ripeto, nessuno: le pensioni d’oro sono ancora lì, mentre le pensioni di reversibilità vengono scippate con un colpo di mano, anzi di fiducia, come avviene nella nostra moderna democrazia. Oggi una famiglia di impiegati — se ha una casa — per accedere ai servizi base paga come se fosse una famiglia di ricchi: è normale? è morale? è lecito? è accettabile? Eppure non si osservano segnali di vita dall’encefalogramma piatto della piazza. La gente brontola al bar, sui social e tutto finisce lì. Si reca sempre meno alle urne, questo è vero, ma ormai non è un segnale: infatti dai leader dei partiti agli opinionisti ci si affretta a dire che è normale, che avviene anche in altri Stati.  Poco importa se noi, paragonati a loro, siamo da Terzo Mondo per civiltà politica. La verità è che ci vorrebbe uno scossone, un pesante choc che riporti la classe dirigente a conoscere una parola che da tempo archiviata come demodé: responsabilità. Quella responsabilità non verso il proprio orticello, ma verso le future generazioni. Una responsabilità che il sistema giudiziario — al netto di qualche processo-show per fare carriera, magari una carriera politica — evita scientemente di indagare e reprimere. Fino a quando sarà fallito il senso di responsabilità degli italiani, l’Italia sarà in default morale ed economico, ma fingerà di non esserlo, mettendo toppe qua e là grazie alla connivenza di una Unione Europea che ha tutto l’interesse a tenere nello scacchiere internazionale un’Italia marginale e ricattabile!

L’acqua è un bene della vita !

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QUASI cinque anni fa, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono sì in un referendum con il quale si stabiliva che l’acqua deve essere pubblica. Oggi, ma non è la prima volta, si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici. Non è una questione secondaria, perché si tratta di un bene della vita e perché viene messa in discussione la rilevanza di uno strumento essenziale per l’intervento diretto dei cittadini. Tutto questo avviene in un momento in cui si parla intensamente di referendum sì che, prima di approfondire la questione, conviene dire qualcosa sul contesto nel quale ci troviamo.
Una domanda, prima di tutto. Il 2016 è l’anno del referendum o dei referendum? Da molti mesi si insiste sul referendum autunnale, dal quale dipendono un profondo mutamento del sistema costituzionale e, per esplicita dichiarazione del presidente del Consiglio, la stessa sopravvivenza del governo. Ma nello stesso periodo si sono via via manifestate diverse iniziative dei cittadini per promuovere altri referendum, ma anche per raccogliere firme per presentare leggi di iniziativa popolare e per chiedere che la Corte costituzionale si pronunci sulla legittimità della nuova legge elettorale (e già il Tribunale di Messina ha inviato l’Italicum alla Consulta).
Questo non significa che quest’anno saremo chiamati a pronunciarci su una serie di referendum. Questo avverrà in un solo caso, il 17 aprile, quando si voterà per dire sì o no alle trivellazioni nell’Adriatico. Per gli altri dovremo aspettare il 2017. Ma già dai prossimi giorni cominceranno le diverse raccolte delle firme, con effetti politici che non possono essere trascurati. In un tempo dominato dal distacco tra i cittadini e la politica, dalla progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni, questo attivismo testimonia l’esistenza di riserve diffuse di attenzione per grandi e concreti problemi, di mobilitazioni non sollecitate dall’alto che non possono per alcuna ragione essere sottovalutate. Ma non saremo di fronte soltanto ad un inventario di domande sociali. Poiché a ciascuna di queste domande si fa corrispondere una iniziativa istituzionale, questo significa che i cittadini diventano protagonisti della costruzione dell’agenda politica, dell’indicazione di temi di cui governo e Parlamento dovranno occuparsi. Non è un fatto secondario per chi vuole stabilire lo stato di salute della democrazia nel nostro Paese.
Seguiamo i diversi casi in cui si vuol dare voce ai cittadini. Una larga coalizione si è costituita intorno a tre referendum “sociali”, che riguardanolavoro, scuola, ambiente e beni comuni, per abrogare norme di leggi recenti (Jobs act, “buona scuola”) che più fortemente incidono sui diritti. Tre sono pure i referendum istituzionali, poiché a quello sulla riforma costituzionale se ne aggiungono due riguardanti l’Italicum. Le leggi d’iniziativa popolare riguardano l’articolo 81 della Costituzione, il diritto allo studio nell’università (per iniziativa della rete studentesca Link), la disciplina dell’ambiente e dei beni comuni. E bisogna aggiungere l’iniziativa della Cgil che sta consultando tutti i suoi iscritti su una “Carta dei diritti universali del lavoro”, mostrando come si vada opportunamente diffondendo la consapevolezza che vi sono decisioni che bisogna prendere con il coinvolgimento il più largo possibile di tutti gli interessati.
Sarebbe un grave errore archiviare queste indicazioni come se si fosse di fronte ad una elencazione burocratica. Vengono invece poste tre serissime questioni politico-istituzionali: come riaprire i canali di comunicazione tra istituzioni e cittadini, per cercar di restituire a questi la fiducia perduta e avviare così anche una qualche ricostruzione dei contrappesi costituzionali; come evitare che si determini una inflazione referendaria; come riprendere seriamente la riflessione su “ciò che resta della democrazia” (è il titolo del bel libro di Geminello Preterossi da poco pubblicato da Laterza). Ma sarebbe grave anche giungere alla conclusione che l’unico referendum che conta sia quello, sicuramente importantissimo, sulla riforma costituzionale, e che tutti gli altri non meritino alcuna attenzione e che si possa ignorarne gli effetti.
Sembra proprio questa la conclusione alla quale maggioranza e governo sono giunti negli ultimi giorni, nell’approvare le nuove norme sui servizi idrici, che contraddicono il voto referendario del 2011. Quel risultato clamoroso avrebbe dovuto suscitare una particolare attenzione politica e, soprattutto, una interpretazione dei risultati referendari la più aderente alla volontà dei votanti. E invece cominciò subito una guerriglia per vanificare quel risultato, tanto che la Corte costituzionale dovette intervenire nel 2012 con una severa sentenza che dichiarava illegittime norme che cercavano di riprodurre quelle abrogate dal voto popolare. Ora, discutendo proprio una nuova legge in materia, si è prodotta una situazione molto simile e viene ripetuto un argomento già speso in passato, secondo il quale formalmente l’acqua rimane pubblica, essendo variabili solo le sue modalità di gestione. Ma qui, come s’era cercato di spiegare mille volte, il punto chiave è appunto quello della gestione, per la quale le nuove norme e il testo unico sui servizi locali fanno diventare quello pubblico un regime eccezionale e addirittura ripristinano il criterio della ”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” cancellato dal voto referendario.
È evidente che, se questa operazione andrà in porto, proprio il tentativo di creare occasioni e strumenti propizi ad una rinnovata fiducia dei cittadini verso le istituzioni rischia d’essere vanificato. Se il voto di milioni di persone può essere aggirato e messo nel nulla, il disincanto e il distacco dei cittadini cresceranno e crollerà l’affidabilità degli strumenti democratici se una maggioranza parlamentare può impunemente travolgerli.
Questo, oggi, è un vero punto critico della democrazia italiana, non il rischio di una inflazione referendaria sulla quale Ian Buruma ha richiamato l’attenzione. Le sue preoccupazioni, infatti, riguardano un particolare uso del referendum, populistico e plebiscitario, promosso dall’alto, e dunque l’opposto del referendum per iniziativa dei cittadini, che è il modello adottato dalla Costituzione. I costituenti, una volta di più lungimiranti e accorti, hanno previsto una procedura per il referendum che lo sottrae al rischio di divenire strumento di quel dialogo ravvicinato tra “il capo e la folla” indagato da Gustave Le Bon. E che prevede una separazione tra tempi referendari e tempi della politica, per evitare che questi stravolgano il senso del ricorso a uno strumento così delicato della democrazia diretta.
Anche per questa via, dunque, siamo obbligati ad interrogarci intorno al senso della democrazia nel tempo che stiamo vivendo. Di essa si è talora certificata la fine o si sono segnalate trasformazioni tali da indurre a parlare, ben prima delle recenti sgangherate polemiche, di democrazia “plebiscitaria”, “autoritaria”, “dispotica” (forse la lettura di qualche libro dovrebbe essere richiesta a chi pretende di intervenire nelle discussioni).

Il fascismo? E’ una politica e un pensiero , è ancora intorno a noi!

Pensare il fascismo come potenzialità eterna è l’unica opzione che abbiamo per salvarci dalla sua eternità storica. Questa è la sfida concettuale che Umberto Eco ci invita ad affrontare. Sfida che prende le mosse da una scelta dirimente: considerare il fascismo come una politica e un pensiero, non come una semplice e nuda barbarie. Questa seconda determinazione infatti ci esporrebbe ad un duplice, fatale, rischio: da un lato, quello di considerare il fascismo – e quindi il nazismo che, come puntualizza Caracciolo in uno scritto del 1965, «è il fascismo pensato e attuato nel rigore della sua logica» – come impensabile figura del Male e, quindi, fondamentalmente ingiudicabile e incondannabile. Dall’altro, quello di dispensarci dall’esame continuo della prossimità con la quale le nostre politiche – la nostra filosofia, disse con profetica e spietata lucidità Emmanuel Levina in un suo saggio,  dimorano accanto alle politiche fasciste: Il Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili,  può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo!