NELLA CHIESA SI DIFFONDE L’OPPOSIZIONE ALLE NUOVE IDEE DI PAPA BERGOGLIO

Le truppe ultra-tradizionaliste non hanno retto: il Papa venuto dalla fine del mondo non gli piace, non gli è mai piaciuto per la verità, solo che ora il brusio di fondo, il malcontento che si sentiva come un rumore in lontananza, è esploso. Il Papa non è cattolico, accusano, è quasi un eretico anzi; si avvicinano così alle classiche posizioni sedevantiste dei lefebrviani, la Fraternità di San Pio X che resta, per molti di loro, un punto di riferimento. Il punto di non ritorno è stato il sinodo sulla famiglia, anzi i due sinodi: a lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più.

Su questa linea si asserragliava l’integralismo duro e puro che aveva più di una diramazione rosso porpora nei sacri palazzi, anche se certo i cardinali integralisti non usavano il linguaggio aggressivo e feroce di certi gruppi e siti internet. D’altro canto uno dei padri sinodali, l’arcivescovo Tomash Peta, di Astana (Kazakhstan), appartenente alla corrente più intransigente, è andato fino in fondo e ha detto senza giri di parole – riprendendo una celebre espressione di Paolo VI – che il «fumo di Satana» è entrato in Vaticano con il sinodo e «precisamente attraverso la proposta di ammettere alla sacra comunione chi è divorziato e vive in una nuova unione civile; l’affermazione che la convivenza è un’unione che può avere in se stessa alcuni valori; l’apertura all’omosessualità come qualcosa dato per normale».

A lungo l’ala conservatrice più intransigente ha coltivato l’obiettivo di mandare a monte il progetto riformista del Papa che metteva fuorigioco la dottrina concepita come ideologia: chi è in regola è dentro tutti gli altri fuori, altro che misericordia, altro che amore di Dio, altro che accoglienza: porte chiuse e non e ne parli più

Non meraviglia più di tanto allora che nel sottobosco del web, di gruppi e associazioni fondamentaliste, il Papa diventi una specie di anticristo, un diavolo che si è infiltrato al vertice della Chiesa cattolica; ambienti marginali dai quali trapela però un clima pesante, una pericolosa aggressività mal repressa. Non va dimenticato, tuttavia, che se l’estremismo religioso cattolico ce l’ha con Bergoglio, i primi a dargli del “comunista” sono stati i fanatici dell’iperliberismo economico a stelle e strisce, i capi del Tea Party, le falangi repubblicane aderenti al cristianesimo evangelico in salsa fondamentalista, quello della “bible belt” che si saldavano agli ideologi di Wall street: il Papa si occupasse di anime, il capitalismo finanziario in crisi di questi anni turbolenti, non poteva essere toccato, tanto meno era compito del vescovo di Roma parlare di diritti sociali.
In ogni caso se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori. Solo che questo sommovimento ha dovuto fare i conto con l’immenso consenso che accompagnava il Papa argentino, da Manila a Rio de Janeiro, dove interi popoli cattolici, folle di “scartati”, di marginali, ritrovavano una guida e un riferimento in un mondo regolato dal potere di una economia che non aveva – negli slums filippni e brasiliani – un volto umano. Del resto è lungo l’elenco delle cose che hanno fatto sobbalzare i gruppi tradizionalisti: dalla critica alla finanza mondiale al San Francesco ecologico, dall’attacco alla corruzione nella Chiesa alla richiesta di pastori “col puzzo di pecora” – in grado cioè di stare in mezzo al popolo – alla scomunica ai mafiosi diretta anche e forse soprattutto ai tanti silenzi interni di preti e vescovi conniventi, dalla riforma delle finanze vaticane al depotenziamento della corte pontificia. E poi c’è stata la sconfessione di ogni criterio gerarchico nelle nomine cardinalizie: la scelta non premiava più diocesi potenti e carriere costruite per arrivare a quello zucchetto rosso, ma uomini di Chiesa che abitano i luoghi complessi di un mondo reale: dalla Birmania alla lontana Tonga, da Motevideo ad Agrigento.

Se un’opposizione coerente al Papa non riesce a prender forma, e appare anzi piuttosto frastagliata e divisa, gruppi e sensibilità diverse convergono però in un malumore crescente contro Francesco e i suoi collaboratori

L’enciclica sull’ambiente, inoltre, ha mobilitato intorno al Papa mondi che prima guardavano solo con diffidenza alla Santa Sede, ma in modo particolare ha avvicinato al vertice della Chiesa dopo molto tempo una miriade di organizzazioni cattoliche che dal Brasile, all’Africa, all’Australia, hanno combattuto col Vangelo in mano battaglie non di rado disperate per difendere territori depredati e comunità umane fatte a pezzi. Così è lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani.Infine è arrivato il tema più grosso, la famiglia, dove Bergoglio ha dato indicazione, senza cambiare la dottrina, di aprire le porte a tutti: divorziati, conviventi, madri single, omosessuali. Non un’assenza di regole, ma il ritorno al fondamento della fede cristiana, il perdono e l’accoglienza. E su questo si è aperta una battaglia culturale cruciale nella Chiesa.
Il sinodo è diventato allora il momento nel quale i vari oppositori interni hanno provato a riunificare le forze per fare muro contro il Papa, per bloccarne il disegno. Ma certo cardinali come Gerhard Muller, prefetto della dottrina della fede, e Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pure in dissenso, non potevano approvare un progetto di ‘guerra civile’ interna come quello scatenato dai circoli più oltranzisti, per altro le voci più oltranziste e forse finivano col danneggiare l’ala meno irruenta dei conservatori. Fiorivano intanto gli interventi del professor Roberto De Mattei, della Fondazione Lepanto, o quelli di Antonio Socci, commentatore cattolico tradizionalista, che evocava paragoni storici per parlare di eresia latente e di Papa in definitiva non cattolico o quasi.

È lo stesso papa Francesco ha descrivere il modello di Chiesa che ha in mente come una piramide rovesciata, dove il popolo di Dio – secondo la definizione del Concilio Vaticano II – è il protagonista e non più il porporato di Curia con il codice di diritto canonico fra le mani

Forze più organizzate, come la lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family”, attaccavano le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che a proposito del testo finale del sinodo affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni, e soprattutto delle brecce aperte nella disciplina nel nome di una misericordia pastorale relativista. L’impressione generale che si ricava da questo testo è quella di una confusione che non mancherà di essere sfruttata in un senso contrario all’insegnamento costante della Chiesa”. A canto a questi si muoveva anche il gruppo “Tradizione famiglia proprietà”, fondato in America Latina alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso da Plinio de Correa de Oliveira, e poi diffusosi in varie parti del mondo; il movimento entrò in conflitto con la conferenza episcopale brasiliana a causa del suo fondamentalismo estremista.
Alla rete di “Voice of the Family”, aderisce anche “Famiglia domani”, l’organizzazione italiana che ha indetto da qualche anno la marcia per la vita nella quale si ritrovano i settori integralisti del cattolicesimo italiano e che incontra il consenso di gruppi politici di estrema destra come “Forza Nuova”. In Curia le posizioni oltranziste sono state rappresentate in primo luogo da un cardinale americano, Raymond Leo Burke, fautore della messa preconciliare; e all’interno dello stesso sinodo una personalità come il cardinale Carlo Caffarra, ormai ex arcivescovo di Bologna, ha dato voce, insieme ad altri, alla fazione più intransigente. C’è poi un livello di discussione più articolato, quello promosso da settori del cattolicesimo conservatore d’Oltreoceano, che non gradiscono la dottrina sociale declinata dal papa e dai suoi sostenitori, giudicata troppo sensibile ai temi della giustizia sociale.

La lobby ultra-tradizionalista “Voice of the family” attaccava le posizioni “aperturiste” presenti nel sinodo mentre accoglieva e pubblicava in bella evidenza il comunicato del Superiore dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, che affermava: “Vi si possono leggere sicuramente dei richiami dottrinali sul matrimonio e la famiglia cattolica, ma si notano anche delle spiacevoli ambiguità e omissioni”

D’ora in avanti, insomma, il cammino si fa più aspro per il Papa, come dimostra la vicenda grottesca della falsa malattia diffusa a poche ore dalla conclusione del sinodo. dietro le quinte s’intuisce un lavorìo che fa leva sulla suggestione del caos, sul disordine interno che avrebbe suscitato l’azione riformatrice di Bergoglio. Del resto non c’è rivoluzione che non crea conflitti, e questo il Papa lo sa bene. Così il prossimo sinodo, potrebbe avere per tema – lo ha ipotizzato il cardinale Oscar rodriguez Maradiaga, vicino al pontefice – il decentramento della Chiesa, ovvero il potenziamento del ruolo delle conferenze episcopali nazionali, delle singole diocesi, dei sinodi continentali. Una Chiesa in grado di discutere di tutto dunque, in cui il Papa sarebbe il garante dell’unità; in un progetto simile c’è certo poco spazio per i diktat della curia vaticana.

E poi – a sinodo appena concluso – sono arrivate due nomine importanti di vescovi in Italia, a Bologna e Palermo, città chiave per la chiesa italianam alla cui guida Francesco ha chiamato due pastori, nell’accezione bergogliana del termine: monsignor Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, e Corrado Lorefice, parroco e studioso. Da ultimo il Papa ha dato una stoccata indiretta ma ben assestata ai suoi detrattori parlando di Monsignor Oscar Arnulfo Romero, il vescovo assassinato da gruppi armati di estrema destra in Salvador nel 1980 e divenuto un simbolo della lotta evangelica contro l’oppressione dei più poveri. Il suo martirio, ha detto il Papa, è proseguito anche dopo la morte: «Una volta morto – ero giovane sacerdote e ne fui testimone – fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Non parlo per aver sentito dire. Ho ascoltato queste cose». Insomma Bergoglio comincia a levarsi qualche sassolino dalle scarpe e si prepara intanto al Giubileo della misericordia.(F.P.)

Papa Francesco e la solitudine del maratoneta .

“Mentre inizia il quarto anno del pontificato di Papa Bergoglio è sotto gli occhi di tutti l’enorme resistenza che l’apparato ecclesiastico gli oppone non solo nella Curia romana, ma nella massa degli episcopati sparsi per il mondo. E’ una resistenza che nasce dal tradizionalismo, dal conservatorismo più angusto, dalla paura del nuovo, dal comodo attaccamento alla routine, da una visione dottrinaria del cristianesimo, dal rifiuto della maggioranza di preti e vescovi di assumere uno stile di vita povero, abbandonando quello di funzionari del sacro.
La maggioranza dei vescovi non ha appoggiato Francesco nei due Sinodi sulla famiglia affinchè ci fossero regole chiare per la riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati e venisse riconosciuto il valore positivo delle unioni omosessuali. La maggioranza dei vescovi non muove un dito per far sì che le donne assumano ruoli guida nei tantissimi organismi ecclesiastici (dove non sono in gioco poteri sacramentali). La maggioranza dei vescovi si rifiuta di appoggiare la regola che un presule ha l’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria un prete predatore di minorenni. Molti cardinali elettori – a partire dagli Stati Uniti e non solo – non voterebbero più per Bergoglio in un conclave.
La Chiesa è un organismo enorme composto da oltre un miliardo e duecento milioni di fedeli. Un corpaccione istituzionale, innervato da migliaia di vescovi, centinaia di migliaia di preti, suore, frati, centinaia e centinaia di migliaia di appartenenti ad associazioni, movimenti, istituzioni di vario genere. Muovere questo corpo in direzione di una riforma radicale, che scuota dalle strutture e dalle pratiche della Chiesa “duecento anni di polvere” – come disse il cardinale Martini prima di morire – è un’operazione faticosissima. Nel suo sforzo di “trascinare la Chiesa verso Cristo”, Bergoglio è sostanzialmente solo, nel senso che solo una minoranza nella Chiesa lo sostiene concretamente. La stragrande maggioranza dei fedeli lo applaude, ma resta a guardare.
Manca dal basso un forte movimento di vescovi, preti, teologi, fedeli impegnati. Come invece è accaduto durante il concilio Vaticano II, quando in molte parti della Chiesa si manifestavano iniziative di sostegno attivo alla svolta riformatrice. Al contrario, si è scatenata nella rete una campagna anti-Bergoglio estremamente aggressiva. Francesco, gli rimproverano alcuni suoi sostenitori, ha fatto due errori: non cambiare tutti i capi della Curia e non trasformare le sue esortazioni in istruzioni da seguire. Non sembra essere nel suo temperamento. Solo il 40% dei cattolici praticanti italiani pensa che ce la farà a cambiare Chiesa e Curia. Così Papa Bergoglio prosegue la sua corsa nella solitudine del maratoneta. E il tempo del suo pontificato, per sua dichiarazione, sarà piuttosto breve !”

IL GENOCIDIO DEGLI YAZIDI .

In Iraq è caccia agli yazidi, la religione più tollerante e antica del medio oriente.Dopo i mongoli, è lo Stato islamico a passarli a fil di spada. Non credono all’inferno, gli islamisti ne stanno preparando uno per loro . Lo yazidismo, che assieme all’ebraismo è la più antica religione del mondo, è sul punto di scomparire. Dopo i cristiani di Mosul, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante ha preso di mira gli yazidi, “i dualisti maledetti” come ebbe a definirli il Tamerlano, il turco convertito all’islam che ne passò a migliaia a fil di spada.Un detto yazida oggi recita: “Eravamo 17 milioni. Oggi siamo 700 mila”. Molti sono fuggiti all’estero e in 40 mila sono adesso asserragliati nella montagna irachena di Sinjar. “Pensate a ‘Hotel Rwanda’ o al compound Onu di Srebrenica: questo è il monte Sinjar oggi”, scrive un laburista inglese, invocando un intervento umanitario occidentale a difesa degli yazidi. Gli yazidi (o yezidi) hanno due alternative: scendere dalla montagna per essere macellati dagli estremisti islamici che li hanno condannati a morte, o restare e morire di fame e sete. La montagna-rifugio di Sinjar sta già diventando un cimitero.

 

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I peshmerga curdi sono la loro unica speranza. Il loro assedio è come quello dei catari nella fortezza di Montségur. Gli eretici si arresero per fame dopo nove mesi di assedio e il fumo dei loro roghi oscurò il cielo della regione francese per molti giorni.

“Il mio popolo è stato massacrato”, ha denunciato ieri da Baghdad Vian Dakheel, parlamentare yazida. “La nostra religione viene cancellata dalla faccia della terra. Vi imploro, in nome dell’umanità”. Finora si conterebbero almeno cinquecento morti fra gli yazidi.Tahseen Sayid Ali, leader spirituale del popolo yazida, ha scritto una lettera aperta alla comunità internazionale: “I terroristi islamici hanno chiaramente espresso che vogliono vedere fiumi di sangue yazida”.A Tal Afar, gli islamisti avrebbero giustiziato cento yazidi. Le donne sono risparmiate per convertirle e lasciarle alla mercé sessuale dei terroristi. Il 3 agosto scorso le milizie dell’Isis, che accusano gli yazidi di essere “adoratori del diavolo”, hanno massacrato almeno settanta membri di questa antichissima fede. Lo Stato islamico ha detto che “continueremo fintanto che questi leader satanici non consentiranno la conversione di ogni yazido all’islam”.

I prodromi delle stragi si registrarono un anno fa, quando una madre yazida e tre figli furono sgozzati dai fondamentalisti islamici perché ritenuti “eretici” nel villaggio di Tel Qutbub, a centoventi chilometri da Mosul. Lo Stato islamico adesso ha pubblicato sui social network le immagini della presa di Sinjar. Una di queste mostra sei yazidi a faccia in giù in un campo, una pistola puntata alle loro teste. “Uccideteli ovunque li trovate”, è la didascalia.

Tra la cabala e Zoroastro

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La parola persiana “yazd” vuol dire angelo. Infatti gli yazidi adorano l’Angelo Pavone, Melek Taus. Ma l’origine degli yazidi è ancora oggetto di dibattiti accademici.

C’è chi li fa risalire al giudaismo cabalistico (riposano di sabato e accendono le candele). Altri li identificano con i carduchi che diedero filo da torcere a Senofonte durante la ‘Anabasi’. Gli iraniani li ritengono parenti degli “adoratori del sole” che ancora vivono in nuclei sperduti sull’altopiano iranico. I più antichi documenti che abbiamo dello yazidismo, infatti, sono lamenti per lo spegnimento forzato dei sacri fuochi zoroastriani e per i massacri subiti durante l’invasione islamica.

Oggi gli yazidi convivono nelle valli irachene con gli ultimi gnostici, i Mandei, una delle più antiche, piccole e meno conosciute tra le minoranze irachene. I Mandei parlano un aramaico simile al dialetto del Talmud babilonese e sono i cugini del popolo che produsse i codici di Nag Hammadi (come il Vangelo di San Tommaso).

Come ha scritto Lawrence Kaplan su New Republic, la popolazione yazida è stata fin dall’inizio entusiasta del cambio di regime imposto dagli americani a Baghdad. Anche per questo gli estremisti sunniti li odiano. Li accusano di essere “collaborazionisti”. Dopo l’avvento al potere del partito Baath nel 1968 venne emanata una direttiva politica, secondo la quale gli yazidi dovevano “tornare alle loro origini arabe”. I baathisti ordinarono l’evacuazione di tutti i villaggi yazidi e la deportazione degli abitanti verso “centri collettivi”. Fu l’inizio di un genocidio culturale. Sia i villaggi degli yazidi sia i loro luoghi sacri vennero rasi al suolo.

Saddam Hussein voleva distruggere il loro territorio e la loro religione reinsediandoli in una zona araba per poterne annientare l’identità. Ma non ci riuscì. Come non ci è riuscita al Qaida nel 2007, all’apice del surge americano, quando i terroristi islamici rasero al suolo due interi villaggi yazidi. 796 morti. Fu il più spaventoso attentato dall’11 settembre: “Le Torri gemelle del Kurdistan”. Le bombe qaidiste sterminarono interi clan yazidi antichi migliaia di anni. Molti di loro evaporarono letteralmente per via delle esplosioni. “Un genocidio”, disse il comandante delle truppe statunitensi nel nord dell’Iraq, il generale Benjamin Mixon.

Accusati di blasfemia, politeismo e apostasia dai fanatici islamisti, gli yazidi contano “72 genocidi” nella loro storia. Ieri, da Baghdad, la parlamentare Dakheel ha detto: “Per 72 volte nella storia hanno tentato campagne genocide contro gli yazidi. E la cosa si sta ripetendo nel XXI secolo. Un’intera religione rischia di sparire dalla faccia della terra”.

Accademici hanno calcolato che ventitré milioni di yazidi siano stati decimati in settecento anni di invasioni e di genocidi.

La “caccia agli angeli” iniziò nel 1170, quando l’espansionismo musulmano si lasciò alle spalle cinquantamila yazidi. I mongoli, sotto la guida di Hulagu Khan, nel 1218 raggiunsero gli yazidi e ne macellarono a migliaia, ma incontrarono una forte resistenza e alla fine si ritirarono.Il leader yazida Sheikh Hassan venne ucciso dai musulmani e il suo corpo, nudo, venne appeso a un cancello di Mosul, dove sarebbe stato visibile agli altri yazidi. Il tempio più sacro, a Lalish, venne profanato, e le ossa del più grande santo yazida, lo sceicco Adi, furono prelevate dalla tomba e bruciate davanti agli increduli suoi correligionari. Anche gli ottomani li hanno perseguitati. Lo storico turco Katib Chelebi stima che nel 1915-1918 circa 300 mila yazidi furono massacrati nei territori dell’Impero ottomano. Eppure gli yazidi sono sopravvissuti alle invasioni di safavidi e ottomani, che si contesero il controllo di Mosul perché rappresentava la chiave per il controllo della regione caspiana a oriente.

Gli yazidi sono il popolo più umile del medio oriente, come dimostrano anche i loro templi, i tetti conici dalla punta dorata, bassissimi, perché l’uomo deve piegarsi per entrare, non può stare in piedi. Le stanze yazide sono oscure, le uniche decorazioni sono il sole, la luna e le stelle.Gli yazidi, il cui nome compare persino nelle antichissime rovine sumeriche, sono l’unico popolo mediorientale che non ha mai dichiarato guerra a nessuno. Le loro candele rituali rischiano adesso di spegnersi per sempre.

Recita un altro detto yazida: “Se incontri una persona che ha bisogno, aiutala senza chiedere la sua religione”. Loro respingono anche la concezione dell’inferno perché la ritengono incompatibile con la clemenza divina. Anzi aggiungono qualche cosa di più umano, e cioè che il fuoco infernale esisteva, ma è stato spento dalle lacrime del dolore delle generazioni. Per questo sono stati condannati a morte da chi l’inferno vuole riempirlo di infedeli.

CHI SONO E COSA VENERANO GLI YAZIDI

 

 

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Ragazza Yazida 

Ma chi sono gli YAZIDI ?

 Gli yazidi sono una comunità etno-religiosa di origine curda, che abita in maggior parte nel nordovest dell’Iraq (nella fattispecie, la provincia di Ninive), e in misura minore in Siria. La lingua principale è, per quasi tutti i gruppi yazidi, il curdo, con la quale tramandano il proprio culto. Alcuni gruppi hanno come prima lingua, però, l’arabo. Lo yazidismo affonda le radici nel calderone culturale delle religioni del grande Iran, cioè la regione di influenza storica persiana che, oltre all’Iran attuale, comprende Armenia, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e parti di Iraq, Georgia, Pakistan e Cina. Ha però assimilato elementi provenienti da altre religioni: giudaismo cabalistico, zoroastrismo, mitraismo, cristianesimo, islam e culti pre-islamici mesopotamici. Nella sostanza è una curiosa mescolanza di religioni e credenze, frutto di un complesso processo di sincretismo, cioè di assimilazione di pratiche e rituali di diversa origine cominciato nel XII secolo. Secondo gli studiosi sarebbe stato originato dall’incontro tra un’oscura e antica fede della zona e la dottrina dell’ordine sufi adawyya, i cui aderenti abitavano nelle montagne del nord dell’Iraq. Per questo motivo gli yazidi venerano lo sceicco Adin Ibn Musafir, fondatore dell’ordine sufi. La sua tomba a Lalish, a nord di Mosul, è un luogo sacro.

Caratteri principali della religione

 

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Tawuse Melek

Gli yazidi sono monoteisti. Il mondo sarebbe stato creato da un dio primordiale che lo ha consegnato in custiodia a sette entità sacre, gli Angeli (o anche i Sette Misteri). Tra questi il più importante sarebbe il dio pavone Tawuse Melek (che significa appunto angelo-pavone), venerato dagli yazidi. Secondo la tradizione, Tawuse Melek sarebbe stato il primo dei sette angeli creati da Dio. In virtù di questo privilegio Dio gli avrebbe ordinato di non inchinarsi mai a nessuno. Gli yazidi lo venerano per questo: quando Dio creò il primo uomo lo volle mettere alla prova e comandò a tutti gli angeli di inchinarsi e riverire la nuova creatura. Tawuse Melek si rifiuta, restando fedele al primo ordine che aveva ricevuto. Dio si congratula con lui e lo glorifica. La storia presenta numerose somiglianze con la tradizione islamica del jinn Iblis: anche lui si rifiuta di inchinarsi di fronte al primo uomo, ma a differenza di Tawuse Melek viene maledetto, cade dal cielo e diventa Satana. Per gli yazidi, invece, Tawuse Melek non avrebbe alcun legame con il male del mondo, che invece avrebbe origine autonoma nel cuore e nella mente degli uomini. Uno dei punti cruciali della religione yazida è la reincarnazione e la trasmigrazione delle anime. La reincarnazione più importante è quella delle anime dei sette angeli, che in via periodica assumerebbero forma umana. Queste persone sono i “koasasa”. È prevista la reincarnazione, però, anche per le anime degli esseri umani normali, in un ciclo che prevede l’esistenza sia del paradiso che dell’inferno, le cui fiamme però sarebbero state spente proprio da Tawuse Melek. Tutto l’insieme delle pratiche e dei rituali sarebbe conservato in due libri sacri, dal contenuto ancora oscuro: il Libro della Rivelazione (Kiteba Cilwe) e il Libro Nero (Mishefa Res), anche se i testi pubblicati all’inizio del novecento sono considerati dagli studiosi dei falsi, scritti da non-yazidi per venire incontro alla curiosità degli occidentali. Non viene escluso che, in passato, i due libri fossero esistiti davvero, ma al momento la dottrina religiosa è tramandata per via orale (anche se negli ultimi anni gli inni sacri sono stati raccolti per iscritti, trasformando la religione yazida in una religione del Libro). Gli yazidi si considerano discendenti diretti del primo uomo. Nella loro tradizione questo spiega la riluttanza a mescolarsi con persone di religioni diverse. L’endogamia è rigida: la società è organizzata in tre caste, i cui membri possono sposarsi solo con altri membri della stessa casta. Chi trasgredisce rischia la morte. Anche la preghiera rituale, prevista due volte al giorno (la prima in direzione del sole(come i primi cristiani), la seconda verso Lalish, la loro città santa) non può avvenire in presenza di stranieri. In generale, il contatto con non-yazidi è considerato contaminante: hanno sempre evitato di prendere parte al servizio militare perché questo avrebbe implicato la frequentazione di musulmani. Inoltre è proibita la condivisione di bicchieri e rasoi con gli stranieri. Per gli yazidi il giorno sacro è il mercoledì, ma il riposo è previsto il sabato. A dicembre sono previsti tre giorni di digiuno. Il nuovo anno si festeggia in primavera, con canti e danze rituali. Un’altra festività importante è quella del Tawusgeran (il giro del pavone), in cui membri del culto visitano i villaggi, consegnano immagini sacre del pavone, che simboleggia Tawuse Melek e raccolgono donazioni. La più importante però è la Festa dell’Assemblea, che dura sette giorni e si tiene a Lalish.

 

 

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Tomb of Sheikh Adi ibn Musafir in Lalish

Proprio a Lalish è obbligatorio, almeno una volta nella vita, un pellegrinaggio di sette giorni alla tomba dello sceicco Adi ibn Musafir.

 

 

Tomb of Sheikh Adi ibn Musafir(?)

Tomba dello sceicco Adi ibn Musafir.La società yazida prevede una fitta serie di tabù. Oltre alla proibizione di contaminarsi con stranieri, è proibito offendere gli elementi principali (aria, acqua, fuoco e terra), per cui non si può sputare o versare acqua calda in terra (potrebbe ferire e far adirare gli spiriti) e (non è chiaro perché) non è possibile vestirsi di blu.

LO STERMINIO OGGI.

 

 

Bajed Kadal refugee camp near Dohuk, in northern Iraq

Iraq – Bajed Kadal refugee camp near Dohuk, in northern Iraq

 

 

 

 

In Iraq l’obiettivo del gruppo jihadista sunnita è lo sterminio del popolo Yazidi. Dallo scorso giugno, a seguito della conquista dell’antica città di Mosul, in Iraq, le forze militari dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, hanno intrapreso la missione raccapricciante di trasformare il loro dominio in un unico grande Califfato, sotto il feroce controllo della shari’a. Le conquiste di Abu Omar al Baghdadi, tra Iraq occidentale e Siria, sono di circa 270mila chilometri quadrati, con una popolazione stimata in 18 milioni di persone. I confini sono ben tracciati da est di Aleppo, in Siria, fino a Fallujah, a soli 60 chilometri a est di Baghdad. Presa dall’ISIL la città irachena di Jalawla, a nord-est di Baghdad, iniziando a minacciare anche i confini meridionali della regione autonoma del Kurdistan. L’esercito ben organizzato conterebbe circa 10.000 combattenti, di cui tra i 3.000 e i 5.000 di nazionalità straniera, rafforzato grazie anche alle alleanze strette con le comunità sunnite irachene, avverse al premier sciita Nouri al Maliki. Autorevole mossa strategica è stata l’unione ad Albu Kamal, principale località di frontiera tra Siria e Iraq. L’alleanza permette all’ISIL di controllare entrambi i versanti del confine, tra Albu Kamal in Siria e al-Qaim in Iraq. I guerriglieri jihadisti, nel corso delle sanguinose occupazioni nella terra irachena, hanno costretto la conversione delle minoranze religiose, ucciso gli apostati e distrutto santuari.Obiettivo dell’ISIL è in queste ore lo sterminio della comunità Yazidi. Gli Yazidi contano circa 70.000 membri, di cui la maggiorparte è concentrata nel nord dell’Iraq. Minoranze in Turchia, Georgia e Armenia. La città di Sinjar, nel governatorato di Nineveh in Iraq, è il loro cuore. La città di Lalesh, il loro simbolo. Da più di una settimana va avanti la pulizia etnica da parte degli estremisti islamici, entrati nella città di Sinjar. Uccisi almeno 500 Yazidi. La popolazione in massa si è riversata e rifugiata sul monte Sinjar, affrontando estenuanti ore di cammino a piedi. Attualmente sono circa 30.000 le famiglie sotto assedio sul monte Sinjar, senza cibo né acqua. Fuggiti solo in queste ore 20mila degli almeno 40mila Yazidi intrappolati da giorni sui monti di Sinjar. Ancora critiche le condizioni dei civili circondati dall’esercito dell’ISIL. Senza cibo, senza acqua, senza cure. Gli Yazidi hanno abitato le montagne del nord dell’Iraq per secoli. Luoghi sacri, santuari e villaggi ancestrali sono tutto il patrimonio posseduto da questa gente. Al di fuori di Sinjar, gli Yazidi sono concentrati nelle zone a nord di Mosul, e nella provincia curda di Dohuk. Con l’avanzata dell’ISIL, ora a soli 40 miglia da Lalesh, gli Yazidi hanno tre scelte: la conversione, la fuga o la morte per esecuzione. Un’intera religione viene cancellata dalla faccia della terra” ha tuonato in modo straziante, nel parlamento iracheno, il leader Yazidi Vian Dakhil. Per le loro credenze, gli Yazidi sono stati bersaglio di odio per secoli. Lo yazidismo è una fede antica, con una ricca tradizione orale. Fondata da Adi ibn Musafir, nelle credenze dello yazidismo si mescolano Islam, alcuni elementi dello zoroastrismo, antica religione persiana, e mitraismo, religione misterica originaria del Mediterraneo orientale.

 

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A partire dal XII secolo diversi leader musulmani hanno emesso fatwa contro gli Yazidi. Nella seconda metà del XIX secolo, gli Yazidi sono stati presi di mira dai leader dei principati curdi sotto controllo ottomano, e sottoposti a brutali campagne di violenza religiosa. Sono stati vittime di 72 tentativi di genocidio. Nel 1831, l’esercito turco uccise 100.000 Yazidi. Nei primi anni del ‘900 iniziano i massacri di yazidi armeni. Alla fine degli anni ’70, il dittatore iracheno Saddam Hussein ha lanciato campagne di arabizzazione brutali contro i curdi nel nord. Ha raso al suolo tradizionali villaggi, costringendo gli Yazidi a stabilirsi nei centri urbani, come Sinjar, interrompendo il loro modo di vita rurale.

 

Yazidi in fuga

 

Nel 2007, in centinaia sono stati uccisi in una serie di attentati da al-Qaeda. Oggi, dopo la comunità curda, sciita e cristiana, gli Yazidi sono nel mirino dell’ISIL. Intanto nel nord dell’Iraq continuano i raid americani e dell’aviazione governativa a sostegno dei Peshmerga curdi contro i miliziani jihadisti. Proseguono anche gli arrivi degli aiuti del governo regionale del Kurdistan iracheno, destinati alla minoranza Yazidi in fuga sulle montagne di Sinjar. 130 soldati americani vengono dispiegati in Iraq contro l’ISIL, mentre i combattenti dalle bandiere nere di morte, distruggono a colpi di mortaio il sacro tempio Yazidi a Lalesh.

Ah! QUELL’OMOFOBIA……..CHE CI PORTIAMO ADDOSSO !!!

Ah! Quell’omofobia….che ci portiamo addosso ! Ero un adolescente agli inizi degli anni’60 e allora spesso l’omosessualità era associata alla pedofilia ! Quell’idea di perversione, che allora si respirava,condizionava il mio immaginario, mi era rimasta nella pancia e anche se cominciavo a sentire e vedere che esistevano omosessuali nel mondo e non sembravano degli sporcaccioni, quell’imprinting era come un filtro tra me e loro. Come ho fatto a liberarmi da questo immaginario? Ho avuto la fortuna di essere una persona curiosa. Ho cominciato presto a girare l’Italia da giovanissimo, ho conosciuto moltissima gente, ho avuto la fortuna anche di conoscere omosessuali dichiarati. Ma se io non avessi avuto l’occasione dell’esperienza della conoscenza, quel filtro non si sarebbe dissolto. Spesso persone che stimo per la loro cultura e che sono realmente convinte della necessità di lottare per i diritti civili di gay, lesbiche e trans, ammettono che PERO’…. se ne vedono due per strada che si tengono per mano……si irrigidiscono, provano turbamento ! Perché non si tratta di essere colti o meno, qui si tratta di cosa ci si porta addosso, nell’ombelico. Fobia significa paura oggettivamente ingiustificata. Qualcosa che mi turba senza un reale motivo. L’omofobia non è solo quella violenta degli insulti, delle sprangate in un vicolo. Che sia ingiustificabile l’omofobia violenta siamo sempre (quasi) tutti d’accordo. C’è una forma di omofobia che tutti e tutte ci portiamo addosso, chi più che meno, e che ha a che fare con Continua a leggere

LUI….LE PERSONE LE VEDE ANCORA!

È andato lì. Dall’altra parte del mondo. Con la sua andatura goffa, la sua borsa nera, il suo sorriso da parroco di campagna. E al leader dei leader, ormai anziano, ha detto: bisogna servire non le ideologie ma le persone. Come dire: sei stato bravo ma a un certo punto hai strafatto. Hai seguito l’idea e non il volto. E lui, Francesco, che tra i due grandi nemici ci ha messo la buona parola per fermare quello che in nome delle reciproche ideologie stava generando ancora sofferenza tra le gente, se lo è potuto permettere perché non è un ideologo. Le persone le vede ancora. Nonostante sia al vertice del potere ecclesiale in terra, lui che gode anche del potere divino dell’infallibilità, ha le scarpe consumate e non lucide. Quindi caro Fidel, Francesco, il Papa in persona, non ha fatto un favore né a te né a Obama. Semplicemente ha scelto di schierarsi con altri: il popolo, la gente. Le persone. Dipende, quando hai potere, tanto potere, a servizio di chi intendi metterlo: l’idea, il principio o la loro incarnazione nella vita delle persone? Ovviamente vale per Fidel, per Obama e per ognuno di noi. In fondo il piccolo orto dove agire il nostro potere lo abbiamo tutti. (E.L.M. )

Ma perchè sentirsi indispensabili ?

“La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile?Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quali alcune forse pensavano di essere immortali, immuni e indispensabili! È la malattia del ricco stolto del Vangelo che pensava di vivere eternamente (cfrLc 12,13-21), e anche di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagine e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi. L’antidoto a questa epidemia è la grazia di dire con tutto il cuore: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc17,10)”.(R.D’AM.)

Passo dopo passo…..

Un po’ alla volta. Passo dopo passo….. ci sta conducendo lì. Qualche volta prendendoci per mano. Qualche altra volta stupendoci. Spesso facendo e poi dicendo. Tutta colpa, o merito, della coerenza. La sua. Non bisogna però tirarlo per la giacchetta. Anzi per la papalina. Noi a discutere di IMU e Tasi qualche mese fa. Lui silenzio. Ieri l’affondo. ‘I conventi se lavorano come alberghi, paghino le tasse’. Che viene dopo: – ‘Le chiese chiuse sono dei Musei’ e questo in Italia soprattutto è verissimo. – ‘Ogni parrocchia ospiti una famigIia di migranti’. Qualcuno dice che sta facendo poca teologia e quella che fa la fa male (vedi annullamento dei matrimoni!). Certo è che i barboni si fanno la doccia a San Pietro, che l’elemosiniere del Papa lavora più per strada che dietro la scrivania, che i vescovi come Gaillot messi ai margini della Chiesa perché stanno dalla parte dei poveri salgono in Vaticano chiamati in udienza dal Papa in persona. Ha un modo originale e tenace di interpretare quella pagina splendida del Vangelo quando Gesù in persona, arrabbiandosi come una furia, caccia i mercanti dal tempio che erano lì con il tacito consenso dei grandi sacerdoti che nello stesso luogo pregavano e amministrativo i loro riti e il loro potere. Non si arrabbia Francesco. Mica è Gesù! Ha un modo tutto suo di dire e svelare le ambiguità. Si serve del potere per poter fare e dire delle cose potenti. Il ‘lì’ dove ci sta portando è la Chiesa delle beatitudini, che sono roba di questo mondo non dell’altro!

Ah! Quei bravi cattolici che vanno tutte le domeniche in chiesa!

Nel vicentino un prete di un piccolo paesino ha chiamato a raccolta i fedeli della propria parrocchia per organizzare l’accoglienza di pochi profughi da sistemare in una canonica abbandonata da anni. La risposta? Un coro avvelenato di no, di «sono musulmani, no nella nostra chiesa!», di «prima i nostri!». Tanto da far dire al prete «Sono stato sommerso da urla da stadio, ma io non mi arrendo». Eccoli, questi ‘fedeli’, questi che si dicono «bravi cattolici». Sono quelli che si battono «per le radici cristiane», per i crocifissi e per il presepe. Sono quelli che vanno tutte le domeniche in chiesa a riempirsi la bocca di parole come «amore» e «fratellanza». Sono gli stessi che si preparano a lunghi viaggi per scendere in piazza a contestare l’amore e la felicità altrui. Sono quelli pluri-divorziati e risposati che cianciano di «famiglia tradizionale». Sono quelli che esultano per i migranti affogati in mare e che si ribellano all’accoglienza di poche persone che fuggono dalla guerra. Il tutto nel nome del Vangelo. Che però non dice nulla di tutto ciò. Anzi, dal Vangelo secondo Matteo (non Salvini): «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Io sono credente, e sono sicuro che queste persone ,se mai si pentiranno,saranno accolte anche dalla misericordia divina. Ma una cosa è certa: le loro coscienze, avvelenate da egoismi e ipocrisia, prima o poi a loro presenteranno il conto. E sarà impietoso!

Interrompere il legame……subito !

E ora ? Bisogna commissariare la parrocchia di S.Giovanni Bosco!!! La chiesa di papa Francesco ha scomunicato i mafiosi, ha spinto ‘ndranghetisti in carcere a non presentarsi alla messa, temendo che il solo partecipare potesse significare agli occhi dei vertici dell’organizzazione una dichiarazione di distanza dalle cosche. Ora la chiesa di Francesco deve fare un nuovo passo: commissariare la chiesa di San Giovanni Bosco. Non so se le regole vaticane prevedono misure simili, non so se è il termine adatto, non mi riferisco al diritto canonico. Sarebbe però un gesto in grado di interrompere il legame tra sacramenti religiosi e sacramenti mafiosi. Il sacramento mafioso è l’utilizzo dei rituale religioso per avere un’investitura pubblica, per trovare uno spazio legittimo per manifestare se stessi e la propria forza e autorità. Don Peppino Diana ne fece la sua battaglia: quella di impedire che battesimi, comunioni, cresime divenissero occasioni di autocelebrazione criminale. Fu proprio questa sua scelta che lo condannò a morte.

A Ferragosto…….guardiamo in alto !

Il significato di una festa religiosa :….su….guardiamo in alto!!! È vero: non possiamo trascurare i nostri impegni né rinunciare alle nostre responsabilità, ma guai a rinchiuderci nello stretto orizzonte delle cose di questo mondo. Il rischio è di guardare in basso, solo in basso, lasciandoci fagocitare da un “io” che, ripiegandosi su se stesso, tende ad assolutizzarsi e tutto misura secondo la logica della propria autoconservazione. Guardare in alto non significa prendere le distanze dalla realtà e pensare in modo immaginifico come possa essere il cielo. Guardare in alto vuol dire leggere gli affetti dalla prospettiva di Dio, il lavoro come lo guarda Dio, le cose come strumento e mai come fine. Ci educa, inoltre, a saper guardare attorno a noi, per comprendere i bisogni a volte inespressi di chi ci vive accanto e venire incontro alle loro necessità. L’altro non è, anzitutto, uno da cui prendere le distanze, ma uno verso cui affrettare il passo! Sì…….proprio così……uno verso cui affrettare il passo!!!