No…..vi prego….non prendete un cane….Mai !

Non prendete un cane. Mai.
Perché la mattina vi sveglierete e vi troverete davanti due occhi sorridenti, una coda che sbatte frenetica e una leccata sul viso.
Perché vi troverete catapultati in corse forsennate a fare la pipì fuori,in qualsiasi stagione e per questo vi accorgerete dello scorrere del tempo e che gli alberi, da rossi e gialli, sono rimasti senza foglie e,dopo poco, sono apparsi i germogli e che, ancora più in là nei giorni, ci sono gli uccellini che cantano tra le fronde.
Perché sarete costretti a diventare equilibristi del tempo, a trovare un ritmo che accompagni due cuori.
Perché sarete costretti, senza appello, a capire chi vi vuole, anche con quattro zampe a seguito, sempre e comunque, e chi, invece, si arrende al primo biscotto pieno di bava.
Perché,quando piangerete, le vostre lacrime non riusciranno a toccare terra.
Perché quando vi ferirete, lui sarà lì a leccare il sangue, anche quello che non si vede….
Non prendete mai un cane. MAI.
Perché, se siete veri umani, lui vi educherà. Vi educherà nel modo più duro e primitivo possibile.
Con l’amore !
Vi educherà all’amore incondizionato.
Quello che non chiede nulla in cambio. A non avere filtri, ad essere come siete.
Vi educherà alla libertà di voi stessi. Vi educherà a non difendervi mai da chi amate.
Al non rancore, al perdono sempre, a dimostrare amore in ogni occasione.
Vi educherà all’empatia, a prendervi cura di chi amate.
A osservare il vostro mondo intorno e capire cosa c’è che non va da una camminata, un gesto, uno sguardo.
Vi educherà a non usare le parole. Vi educherà alla lealtà e all’onestà.
No…non prendete un cane. Mai ! (L.Z.)

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IN MEDIOCRITATE STAT CORRUPTIO !!!

QUANTA MEDIOCRITA’ INTORNO A NOI !!!
ORMAI PREVALE “L’ESTREMO CENTRO”!

No…non ce ne siamo accorti ! Quanti mediocri in questi ultimi anni! Troppi…veramente troppi!
“Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo, se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia.
Deneault dice le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia ma l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno , è sufficiente guardarci intorno, anche nelle nostre piccole realtà locali. Ma come mai i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti?
Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.
E allora ….chi sono i mediocri?
Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, stiamo parlando di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti),invece i supercompetenti sono relegati in un angolo perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Il mediocre possiede una competenza utile ossia nel senso che non rimette in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché, se così non fosse, potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco».
Ma cosa significa giocare il gioco?
Vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori, ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.
È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.
Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista“.
I comportamenti del mediocre servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. E non dovremmo sorprenderci, se poi rileviamo che proprio gli atteggiamenti dei mediocri tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo.

All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault– la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. A partire dalla Thatcher negli anni 80 fino a oggi , l’’azione politica è stata ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”ossia la ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia !
Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori.
E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Basterebbe osservare le varie candidature anche in occasione di elezioni amministrative di piccolissime realtà locali ! Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. E’ “l’estremo centro” dice Denault . Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica.
Ma si può interrompere questo circolo perverso? Non è facile, ammette il filosofo canadese.
Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”afferma :«Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe».
In un racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P“( pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn ) in un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: e’ il perfetto uomo medio ! Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e, dopo di lui, i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero. Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani,che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono così gli uomini da riporto!
Fantascienza, certo. Ma Deneault , per iniziare a lottare contro la mediocrità , ci suggerisce di cominciare dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e saper dire di no. Non occuperò quella funzione…. non accetterò quella promozione…. rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere ….resistere…..resistere per uscire dalla mediocrità ! Sì…non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.

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Il Latino…..lingua viva !

 

La recente comparsa in Italia di fumetti in Latino è un eccellente indizio. Nati dall’intelligente dinamismo di un sacerdote marchigiano, D. Lamberto Pigini, Presidente dell’European Language Institute, rivelano che il latino è una sotterranea e incoercibile componente della cultura Italiana, un magma nascosto sempre pronto ad erompere.

Quel Latino che era stato presentato come un raffinato privilegio delle classi dirigenti da tutto una schieramento socialistoide (dico «socialistoide», perché il vero socialismo è intelligente e umanistico) e quindi da abolire nel maggior numero di scuole, come se non fosse invece stato il caso di offrirlo a tutti, onde innalzare tutti a classe privilegiata, ecco che quel Latino, quasi d’improvviso, riemerge oggi coi volti sorridenti e arguti dei protagonisti dei fumetti.

Ma c’è qualcosa di ancor più importante da attuare: se non vogliamo che il Latino, proprio in Italia, si avvii al suo tramonto, dobbiamo coraggiosamente ammodernare i metodi di insegnamento e riallacciarci alla metodologia che fu in atto per secoli in Italia e in Europa; dobbiamo cominciare ad insegnare il Latino come una lingua viva, sì da condurre professori ed alunni ad esprimersi, anche se semplicisticamente, nella lingua di Roma.

So bene che basta pronunciare la parola Latino vivo per vedere disegnarsi immediatamente sul volti un sorrisetto canzonatorio: «Come può diventare viva una lingua così complessa e labirintica come il Latino? Il periodare Latino lo conosciamo bene dai giorni in cui, da studenti, ci arrovellavamo sopra i brani di Autori per estrarne faticosamente il significato; ricordiamo bene le strambe inversioni, l’intreccio delle congiunzioni e l’abitudine dei verbi a giocare a nascondino, cacciandosi in fondo ai periodi».

Anch’io sono d’accordo che chi volesse far ritornare vivo il Latino letterario, quello che abbiamo studiato per anni sui testi Latini, sarebbe un puro sognatore. Il Latino letterario era il risultato di uno sforzo severo ed attento, regolato da norme eleganti e complesse; l’Autore Latino antico era un autentico stratega, che distribuiva con arte sottile e meditata tutti gli elementi del periodo, in modo da ottenere una architettura sapiente e una musicalità raffinata. Allo sforzo dell’Autore rispondeva poi lo sforzo del lettore, che con accorta lentezza assaporava la geniale struttura di quelle prose.

Ma oltre e prima di questo Latino letterario, esistette il sermo cotidianus, il Latino colloquiale, quello che certo usavano i Romani, uomini donne ragazzi, per le strade. in casa, nel fori, Latino semplice e limpido, come è limpida e semplice ogni lingua parlata.

Perché allora, ci si chiede ormai da molti anni, in Europa e altrove, non riallacciarci, fondamentalmente, alla metodologia che fu usata fino all’Ottocento?

In Europa, sin dall’età medievale, dall’Umanesimo, dal Rinascimento e durante l’Illuminismo, l’insegnamento del Latino si svolgeva su due binari: ci si impadroniva di un Latino cotidianus, col quale esprimersi nelle conversazioni, negli eventuali contatti, nelle corrispondenze, dalla nitida struttura ed essenzialmente teso alla comunicazione, e contemporaneamente si studiavano con attenta cura i grandi Scrittori Romani, cercando di emularli con esercitazioni scritte. E che questo sia durato sino agli inizi dell’Ottocento lo si può agevolmente desumere da un documento recentemente pubblicato (si veda Tutti gli scritti inediti, rari e editi (1809- 1810) di Giacomo Leopardi, Maria Corti; Bompiani, 1982, pag. 473).

Tra le carte custodite nella biblioteca leopardiana di Recanati, c’è un Nuntium dell’Accademia tenuta nel palazzo del conte Monaldo, il padre del sommo poeta, nell’anno 1809. Erano Accademie che si tenevano ogni anno, a cui prendevano parte parenti e colti amici, durante le quali i tre fratelli – Giacomo, Carlo e Paolina – dovevano dimostrare a quale grado di preparazione erano giunti durante l’anno, guidati dal precettore.

Gli esaminatori (diciamo così) erano gli stessi presenti, che interrogavano a turno gli esaminandi. Nel Nuntium c’è anzitutto, espresso in Latino, il programma, svolto durante l’anno dai fratelli Giacomo e Carlo (natura e parti della retorica – la sintassi Latina – la metrica – lettura, traduzione e commento dalle Orazioni di Cicerone, dalle Bucoliche e dall’Eneide). Ricordiamo che sono fanciulli di 11 e 12 anni!

Al termine del programma c’è una nota, espressa in Italiano, che suona così: Qualunque domanda si potrà fare anche in Italiano e in Italiano si daranno anche le risposte. Il che chiaramente significa che normalmente domande e risposte erano poste in Latino; che se poi qualcuno dei presenti non aveva troppa confidenza col Latino, interrogasse pure in Italiano; le risposte sarebbero esse pure date in Italiano. E realmente, fino agli inizi dell’Ottocento, il Latino, come si è già notato, era studiato sia come lucido strumento di comunicazione nazionale e internazionale, sia come squisito linguaggio artistico, con cui attingere al magnifico patrimonio dei Classici Romani e coi quale rivaleggiare coi grandi poeti e prosatori di Roma in saggi di prosa e di poesia.

Se dunque, in Italia ed in Europa, si iniziasse a insegnare di nuovo il Latino come una lingua viva, non si compirebbe nulla di sacrilego o di temerario, ma ci si collegherebbe semplicemente col metodo che fu in atto per lunghi secoli, dal Medioevo sino agli inizi dell’Ottocento, quando, dopo le guerre napoleoniche, il Francese sostituì il Latino come lingua colta per l’intellighentzia europea, e il Latino si rifugiò nelle scuole, come materia mirabilmente idonea a rendere agile e penetrante l’intelletto degli studenti, chiamati a misurarsi con le eleganti e talvolta labirintiche strutture della lingua dei grandi Scrittori Latini.

Proviamo insieme a immaginare che nelle scuole di Latino il professore, subito fin dalla prima lezione, alterni lingua patria e lingua Latina, traducendo in Latino, soprattutto all’inizio, alcune delle parole italiane da lui usate nell’offrire i primissimi elementi della nuova lingua, bene articolandole e spesso ripetendosi e pian piano cominciando a ridire in un lucido e piano latino le frasi italiane che man mano usa nella spiegazione, sì che gli studenti odano finalmente qualcuno parlare Latino e intanto depongano nelle loro menti i primi vocaboli Latini, le prime semplicissime locuzioni Latine, i primi paradigmi Latini, creandosi cosi nella mente un crescente vocabolario latino, che andrà arricchendosi col passare delle settimane.

Quando poi gli studenti avranno raggiunto una passabile competenza attiva, cominciando a rispondere, lenti e cauti, in latino alle semplicissime interrogazioni del professore ed a intrecciare in Latino qualche elementare dialogo tra di loro, ecco che allora comincerà il contatto con gli Autori latini, iniziando dai più accessibili.

Sarebbe una semplicissima e insieme straordinaria rivoluzione nell’insegnamento della gran lingua di Roma, che comincerebbe così ad essere insegnata come oggi vengono insegnate le lingue moderne.

Ma per attuare questa rivoluzionaria riforma, occorre anzitutto che i professori di Latino sappiano esprimersi in un corretto ed elementare Latino. Ma chi insegna, oggi, ai professori di Latino a parlare Latino? Non certo le Università, tutte tese ad un raffinato filologismo. D’altro canto, non sembra grottesco il fatto di essere professori di una lingua e di non saperla usare viva?

Intanto osserviamo che l’uso vivo di una lingua è in proporzione diretta soprattutto della conoscenza dei vocaboli. Se qualcuno voglia apprendere ad esempio il Francese e dopo un mese di studio volesse già conversare in Francese, dovrebbe ogni momento interrompersi, perché ne ignora in gran parte i vocaboli e le strutture. Ma i professori di Latino, a guardar bene, sono degli autentici lessici Latini viventi; i lunghi studi ginnasiali, liceali ed universitari e gli anni di attività didattica li hanno resi padroni di innumerevoli sostantivi, aggettivi, pronomi, avverbi Latini, li hanno resi capaci di flettere qualunque verbo Latino, li hanno arricchiti dei costrutti Latini più vari. Come mai dunque non sono in grado di parlare Latino?

La ragione è molto semplice: tutta quella vasta congerie di materiale lessicale giace nelle loro menti ammassata insieme, quasi sopita, priva di quella opportuna velocità di comparizione dinanzi alla mente e di qui alla bocca. Occorre dunque, per rendere idonei i professori a parlare Latino, soltanto una rapida e geniale esercitazione, che, diciamo così, ridesti e dipani quella confusa massa lessicale, offrendone i singoli componenti con sempre crescente rapidità alla bocca.

E’ un’esercitazione che non mi stanco mai, nei Convegni sul Latino vivo, di consigliare ai colleghi, soprattutto giovani, che vogliano addestrarsi alla affascinante pratica del parlare Latino: il professore, passeggiando nel suo studio, immaginando di rivolgersi ai suoi studenti, ad alta voce e bene articolando le parole, tenendo a disposizione il lessico Latino nel caso di qualche vuoto di memoria, inizi ad esporre in un lineare Latino qualche semplice regola Latina, oppure una favola di Fedro, o un breve accenno a un qualche Autore latino …. Ecco che dopo le inevitabili incertezze e le difficoltà dei primi due o tre giorni, il professore si accorgerà, stupito e un poco emozionato, di stare diventando un civis romanus, capace di esprimersi, lento e cauto, in un semplice e disadorno, ma legittimo Latino.

Superato il primo momento di titubanza e di perplessità, il fascino del Latino vivo non lo lascerà più e lo indurrà a rendere sempre più sicuro e più ricco il su Latino colloquiale e lo spingerà a fare partecipi della sua nuova e sorprendente esperienza, con intelligente gradualità, anche i suoi studenti.

Raggiunto da tutti, professore e studenti, un certo grado di competenza attiva ecco allora il momento di cominciare il contatto con gli Autori Latini, che verranno compresi e gustati in modo assai più profondo e rapido che non da chi abbia studiato i Latino seguendo il metodo troppo astratto e formalistico, quale è quello che oggi vige nelle scuole.

Perché questo è da dire: l’assaporamento pieno di ogni opera letteraria è proporzione diretta con la conoscenza viva di quella lingua; chi abbia letto, a esempio, una lirica di Heine mentre incominciava a imparare il Tedesco, se la rilegge dopo che il Tedesco sia riuscito a parlarlo correntemente, sentirà di colpo la differenza delle due letture.

Ma ecco gettarsi di traverso un’obiezione che sembra vanificare tutto il precedente discorso: come si potranno esprimere in Latino tutte le novità che la tecnologia e lo sviluppo della civiltà hanno immesso nella vita di oggi?

Si osservi anzitutto che una numerosissima aliquota di questi termini nuovi è espressa in vocaboli Greco-Latini; è, dunque, già pronta ad essere immessa nella corrente del Latino vivo, riprendendo, quando occorra, la sua ortografia nativa (si veda helicopterum – kiliometrum – hydrovora – phonetica – tachimetrum – anthropologus – microscopium electronicum – photogramma. Qui non si tratta che di dare a Cesare ciò che è di Cesare.

E poi si tenga presente che, da anni, gli squisiti latinisti che operano intorno alle Riviste Latine (la Romana Latinitas e la Tedesca Vox latina), hanno già compiuto un imponente lavoro di adattamento e di creazione di translucidi e saporosi neologismi, coi quali oggi è possibile trattare e dibattere argomenti anche attualissimi in un Latino perfettamente comprensibile e legittimo.

Sono usciti recentemente, pubblicati dalla Editrice Vaticana, i due volumi del Lexicon recentis Latinitatis (ne parlo con piacere, perché sono uno dei quindici lessicografi europei che ne hanno curato la compilazione). Ivi ogni latinista, che desideri trattare in Latino anche argomenti di attualità, troverà tutti i neologismi necessari, usando quello che noi chiamiamo neolatino, che è un’originale sintesi di antico e di moderno e che è formato dal gran fiume della latinità, in cui ha mescolato le sue acque l’ampio torrente dei neologismi, creando così un linguaggio idoneo a trarre la vita moderna in tutta la sua complessità.

So benissimo che le su esposte idee, a proposito di una rinnovata didattica del latino, desteranno brividi di raccapriccio in tutti coloro che ritengono che esista un solo Latino, quello letterario, quello degli Autori Latini, e che solo quello possa essere oggetto di uno studio proficuo.

E’ proprio questo il pregiudizio che occorre sfatare: un Latino di piana costruzione, che esponga nel loro ordine diretto le idee che si presentano alla mente, senza inversioni ed eleganze, è, dal punto di vista linguistico, perfettamente legittimo, non solo, ma è il primum ontologicum, il necessario antecedente del raffinato Latino letterario, e ne è, per ciò stesso, il migliore stadio preparatorio, il migliore strumento propedeutico. E d’altro canto, che per noi professori che ci siamo nutriti per anni di Latino letterario, sia perfettamente agevole, dopo un brevissimo tirocinio, usare il Latino cotidianus, lo dimostrano con indubbia evidenza le Feriae Latinae e i Seminaria Latina, che si tengono due volte l’anno, in varie città d’Europa. Sono Convegni della durata di una settimana (durante la quale, unica lingua ufficiale è il limpido Latino cotidianus, colloquialis), a cui prendono parte professori, studenti e cultori del Latino, desiderosi di entrare nella legione dei parlanti Latino, legione formata da oltre un migliaio di appassionati del Latino vivo di ogni nazione e che va continuamente e irrefrenabilmente acquistando nuovi adepti, che si propongono di attuare il miracolo di far risorgere nel prossimo millennio, il limpido Latino vivo che possa diventare il comune denominatore linguistico soprattutto dell’Europa, raccolta ora in unità, che semplifichi i contatti tra le varie nazioni e ne avvivi la fusione culturale e civile e politica.

E’ ormai tempo di ribattere a un’obiezione che probabilmente è venuta sorgendo nella mente del lettore: ma questo neolatino, con la sua cartesiana linearità e con la folla di neologismi che lo impingua, merita ancora il nome di Latino?

Qui occorre chiarir bene le cose. Quando noi neolatinisti vagheggiamo la rinascita del Latino vivo, intendiamo che risorga un Latino che possa costituire un veicolo di comunicazione tra tutti gli Europei colti nel mondo di oggi, un Latino dunque che sia non solo in grado di esprimere tutte le realtà di oggi, ma che, adeguandosi allo spirito del nostro secolo, che esige limpida chiarezza e immediata comprensibilità, trascuri quella ricerca di artificiose ed eleganti inversioni e quella labirintica complessità che sono le caratteristiche del Latino aureo. Lo chiamiamo appunto neolatino per sottolinearne e l’alterità rispetto al prodigioso ed aristocratico Latino classico e insieme la sua fondamentale connessione e derivazione da quello. È un Latino immerso nell’oggi e quindi con caratteristiche che l’attualità gli impone, se vuole essere veramente vivo (penso al grande antecedente storico, il Latino medievale, che ha saputo, con una accorta rielaborazione del linguaggio di Roma, adeguarsi allo spirito e alle esigenze culturali del suo tempo e creare cosi un duttile strumento linguistico per tutta l’intellighentzia europea dell’epoca).

E non si dica che, usando questo nostro neolatino, ci si troverà irrimediabilmente contaminati, sì da non essere più in grado di gustare sino in fondo le splendide pagine dei Classici. Ognuno di noi neolatinisti sa per esperienza personale che anzi il neolatino, oltre ad essere una straordinaria propedeutica per accedere al gran patrimonio classico, ci permette di afferrare più distintamente e di degustare più acutamente la mirabile e complessa architettura della lingua degli Scrittori Latini.

Nello stesso modo i nostri studenti liceali, che parlano un Italiano piuttosto grezzo e disadorno, ricco di barbarismi e che sta lentamente ripudiando il congiuntivo, non per questo non sono in grado di degustare i Classici Italiani che vengono loro presentati in classe, anzi, per il contrasto dei due linguaggi, ancor più vivamente percepiscono la purezza e la forza e l’eleganza delle pagine dei nostri grandi Autori.

Non dimentichiamo poi che il neolatino risponde a un’odierna e precisa esigenza storica: è ormai giunto il tempo, se vogliamo veramente che l’Europa divenga una casa comune per tutti i suoi figli, di pensare ad una lingua che possa servire come mezzo di comunicazione per intendersi tra loro; una casa comune esige ineluttabilmente una lingua comune.

E qui la soluzione può essere triplice: o adottare una lingua parlata moderna (come p.e. l’inglese), o una lingua artificiale nuova di zecca (come p.e. l’esperanto), oppure ricorrere a una lingua che fu già vivissima, quindi già ben collaudata, ma che in più è già ampiamente presente, come larghissimo sostrato linguistico, in buona parte delle lingue europee (come p.e. il Latino). Sono tre soluzioni accettabili, anche se ognuna ha qualche suo aspetto negativo.

Quale potrebbe prevalere? Secondo alcuni, l’Inglese ha già prevalso. Una gran parte delle relazioni intereuropee (e intermondiali) si svolge mi Inglese, e dunque impadronirsi dell’Inglese è oggi per ogni Europeo, un importante obiettivo da raggiungere. Giusto, ma non dimentichiamo il rovescio della medaglia: stiamo allegramente marciando verso una colonizzazione culturale (e non solo culturale) dell’Europa da parte dell’America, proprio tramite la lingua angloamericana (la lingua è per eccellenza il veicolo di trasmissione di valori spirituali, di modi di vivere, di valutazione del reale). Per gli Europei che vogliano tentare di opporsi ad essere fagocitati pian piano dalla mentalità e dalla civiltà americane, il gran mezzo è proprio ricorrere a una seconda lingua comune, che, oltre ad essere di lineare struttura, come l’Inglese, e, diversamente dall’Inglese, di fonetica chiara e semplice, ci riallacci nello stesso tempo alle grandi sorgive della nostra civiltà europea.

Tale è il nostro neolatino, sottomesso alle fondamentali leggi grammaticali e sintattiche della lingua di Roma e insieme dotato di lineare struttura e ingegnosamente arricchito di neologismi.

Ci auguriamo che presto in Italia vi siano scuole ove si possa finalmente e legalmente sperimentare una nuova metodologia per l’insegnamento del Latino e ove il professore, parlando un limpidissimo Latino, opportunamente mescolato, specie agli inizi, con l’Italiano, pian piano avvii gli studenti ad ascoltare e, in un secondo tempo, ad usare con cauta lentezza la lingua di Roma, sino a raggiungere un discreto livello di competenza attiva. Si aprirebbe così la strada per dotare la nuova Federazione Europea di un vivo e limpido strumento di comunicazione tra tutti i suoi figli.

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La filastrocca dei mutamenti

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio

«Sto diventando acqua, come faccio?

Acqua che fugge nel suo gocciolìo!

Ci sono gocce, non ci sono io!»

Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri

Il mondo cambia, sotto i raggi miei

Tu tieniti ben stretto a ciò che eri

E poi lasciati andare a ciò che sei»

Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento

Non ebbe più paura di cambiare

E un giorno disse: «Il sale che io sento

Mi dice che sto diventando mare

E mare sia. Perché ho capito, adesso

Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”. (da “Psiche e Sogno)

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ME LO DAI UN BACIO ?

Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto.
Una delle solite e molteplici consulenze della giornata… ordinaria amministrazione.
Paziente con un tumore in fase ormai terminale con insufficienza renale da compressione degli ureteri.

Arriva con il letto una paziente tra i 70 e gli 80 anni, bianca bianca, capello rosso carota con due dita di ricrescita ma smalto rosa impeccabile.

-“Buongiorno signora”.
-“Buongiorno a lei dottore”.

Vedo la cartella, la visito e ripeto l’ecografia.

-Allora signora in questo momento i suoi reni hanno difficoltá a scaricare le urine per cui non potendo eliminare le urine per via naturale devo posizionare un tubicino, una specie di rubinetto che scavalca l’ostacolo cosi farà pipí da due tubicini nella schiena collegati a due sacchette…”.
-“Scusi se la interrompo… avró un’altra sacchetta anche dietro?” (aveva la colostomia).
-“Si signora…”.

Silenzio assordante di un minuto che sembrava interminabile.

Sorridendo mi dice:”Scusi dottore come si chiama?”.
-“Deplano”.
-“No il nome”.
-“Marco”.
-“Marco che bel nome…hai due minuti per me?”.
-“Certo signora ci mancherebbe…”.
-“Lo sai che io sono già morta?”.
-“Scusi non la seguo… non è così immediato…”.
-“Si… sono morta 15 anni fa”.

Silenzio.

-“15anni fa mio figlio a 33 anni è venuto a mancare… ha avuto un infarto. Io sono morta quel giorno lo sai?”.
“Mi spiace signora…”.
-“Io dovevo morire con lui 15 anni fa, dovevo morire 10 anni fa quando mi hanno trovato la malattia e adesso io non devo più fingere per gli altri. I figli sono sistemati, i nipoti pure… io devo tornare da lui. Che senso ha vivere qualche giorno in più con sacchette, soffrendo e facendo penare i miei cari… io ho una dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla… io sono stanca e mi affido alle mani di Dio. Dimmi la verità soffriró?”.
-“No signora… lei può fare quello che vuole… ma mettendo due…”.
-“Marco ti ho detto no. La vita è mia e ho deciso cosi. Anzi… fai una cosa sospendi la trasfusione, che ho voglia di tornare a casa e mangiare un gelato con mio nipote”.

Piano piano ogni parola mi ha spogliato, come quando si tolgono i petali a una rosa.
Ho scordato la stanchezza, la rabbia e tutto quello che mi angoscia.
Non c’ erano piu gli anni di studio, le migliaia di pagine studiate, le linee guida… nulla tutto inutile.
Nudo e disarmato dinanzi a un candore e una consapevolezza della morte che mi hanno tramortito !
Mi sono girato per scrivere la consulenza per evitare che mi vedesse gli occhi lucidi e l’infermiera si è allontanata commossa.
Non sono riuscito a controllarmi e chi mi conosce sa che non è da me…

-“Marco ti sei emozionato?”.
-“Si signora, un pochino, mi scusi”.
-” É bello invece, mi fai sentire importante. Senti… fammi un altro favore. Se vengono i miei figli e ti prendono a urla, chiamami che li rimprovero per bene. Tu scrivi che io sto bene cosí…Ok?”.
-“Si signora”.
-“Marco posso chiederti una cosa?”.
-“Si signora, dica”.
-“Sei un ragazzo speciale, io lo so e sei destinato a grandi cose. Me lo dai un bacio? Come quelli che i figli danno alle mamme”.
-“Si signora”.
-“Preghero per te e per mio figlio. Spero di rivederti”.
-“Anche io signora… grazie.”.

In quel momento era la donna più bella del mondo, luminosa, decisa, mamma, nonna… in una parola amore puro.

Forse é stata la volta in cui sono stato contento di fare una figura di merda.
Smontato, denudato e coccolato da chi avrei dovuto aiutare e invece mi ha impartito la lezione di vita piu toccante della mia vita.
La morte vista come fase finale della vita, senza ansia, paura, egoismo.
Consapevolezza che anni di studio mai ti insegneranno…il mio curriculum valeva meno di zero… Anni di studio, master, corsi… Il nulla !
Parlavano le anime.
Tutto é relativo e io sono piccolo piccolo davanti a tanta grandezza.
Tutto quello che riguarda la vita, quando la si cerca, quando la si ha o la si perde fino a quando finisce va vissuto intimamente nella massima libertà e discrezione.
L’unico momento che davvero unisce chi si vuol bene,cancellando litigi e negatività.
Sembra paradossale,  ma il dolore che è un aspetto dell’amore unisce a volte più dell’amore stesso.
Io credo molto nell’accompagnamento in queste fasi: a volte… una parola dolce ha più beneficio di molte medicine.

Comunque vada buon viaggio. (M.D.)

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Liberi pensieri (4) Il rifiuto ? Ha sempre fatto la storia !

E’ proprio così…..l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo », non di buon senso

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LE FIABE E LA MATEMATICA

Gianni Rodari ha detto:  “Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire ad educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”

Albert Einstein ha detto: “Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe; se volete figli molto intelligenti, leggete loro molte fiabe”

Se vogliamo sono due figure così diverse l’una dall’altra…sembra che nulla possa accomunarle, ma entrambi hanno creduto nella forza attiva della fiaba nel percorso di crescita del bambino.

L’insistenza con cui i miei figli mi chiedevano, alla sera, di leggere una storia mi rafforza l’idea che Rodari e Einstein siano stati e siano tuttora con le loro idee, profondi conoscitori delle piccole menti.

I bambini ci fanno capire che hanno un bisogno estremo di immergersi nelle storie, che parte dalla semplice richiesta di attenzione, passa per la necessità e il piacere di vivere nella mente una piccola avventura, per arrivare alla soddisfazione di sentire sulla pelle il lieto fine.

E la ripetitività nel leggere più volte la stessa storia li rassicura, dà loro quella fiducia di cui hanno bisogno per affrontare la notte e il giorno. Sì, perché i protagonisti delle fiabe affrontano le difficoltà per amore o per amicizia con coraggio e a volte con un po’ di magia.

Leggere una favola non è far credere che tutte le situazioni abbiano sempre una soluzione positiva, ma è presentare la vita come una serie di difficoltà che possono essere superate attraverso strade diverse, cambiando paesaggi e comportamenti, andando a volte contro le proprie paure.

Le fiabe aiutano ad accettare l’ignoto in modo più sereno.

E credo che l’abitudine mai interrotta, fin dalla prima infanzia, all’ascolto delle fiabe contribuisca alla formazione degli “anticorpi” per la gestione della frustrazione.

Intanto perché il genitore, che racconta e si ritaglia ogni sera un quarto d’ora o più per leggere una storia, fa, ogni volta, al bambino un’iniezione di felicità e di soddisfazione, e poi perché la continuità dell’azione immerge la mente del piccolo in un’atmosfera positiva che secondo me ha la forza di scolpire in qualche modo la personalità.

Nelle “terra nera e ricca” delle fiabe c’è però un altro semino.

Lo dice proprio Rodari quando afferma che “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi”.

Ascoltando una fiaba il bambino può immaginare luoghi sconosciuti attraverso le sue conoscenze e può dare nutrimento alla sua curiosità naturale. Può farsi le sue idee.

Mi viene da ricordare quando, alla prima lettura di una storia nuova, generalmente i miei figli mi interrompevano con mille domande per capire in quel momento esatto nuovi termini o per potersi immaginare ambienti mai visti. Quelle domande  scappavano e scoppiettavano come un fuoco. Poi, nelle letture successive non chiedevano più…ascoltavano e si godevano in silenzio tutta la storia, tutta d’un fiato.

Il silenzio dell’ascolto vuol dire immaginare, comprendere e ricordare, vuol dire cogliere in anticipo quello che accadrà, vuol dire ripassare con la mente nuovi percorsi e anche arricchire in modo esponenziale la fantasia.

Tutto ciò io lo ritengo meraviglioso. E tutto questo non può non aiutare il bambino a scuola nella capacità di ascolto, nella capacità di mantenere l’attenzione, nello scrivere, nel leggere e anche nella matematica.

Sì, perché la matematica è creatività e fantasia nell’utilizzare le proprie conoscenze.

Come si risolve un problema? Con la conoscenza, con la fiducia che una soluzione c’è e bisogna trovarla anche se è nascosta,  con un po’ di magia, con l’immaginazione di nuovi percorsi e nuove strade.  E’ una fiaba.

Certo che tanta poesia nelle tabelline e nelle frazioni non c’è…

Però, se ci pensate bene, l’attitudine alla scoperta e alla fiducia nell’affrontare l’ignoto invade ogni campo dell’apprendimento.

Diventa un modo di vivere e costruire la propria conoscenza. Ma non nasce spontaneamente. Bisogna “perderci del tempo” ogni giorno. Inoltre, se provate per curiosità a digitare “Matematica e fiabe” in un qualsiasi motore di ricerca scoprirete che esistono tanti progetti che legano queste due realtà così apparentemente distanti.

Voglio chiudere con due idee. Una è l’affermazione di Umberto Eco che mi è rimasta nella mente e ci sta proprio come “il cacio sui maccheroni”: “Chi legge vive mille vite”…e anche chi ascolta. (L.N.M.)

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Pioveva parecchio…….

È presto, più o meno le cinque di mattina. Il sole si sta alzando, ma io non sento niente, assolutamente niente. Non ho la minima idea di cosa sia successo la notte scorsa. So dove mi trovo, ma non so come ci sono arrivato. In questo momento avrei tanto bisogno di Dio, ma è probabile che sia parecchio impegnato. Ho i vestiti bagnati e comincio a sentire addosso il freddo delle mattine del sud dell’Inghilterra. I campi di fragole dove lavoro da qualche mese mi sembrano sempre uguali a se stessi. Solo io sono a pezzi. Mi sono innamorato. E parecchio.

Ero arrivato in Inghilterra tre mesi prima. In treno fino in Belgio e poi in traghetto da Ostenda. Ero stato a Ostenda già una volta, un paio d’anni prima, e avevo già tentato di attraversare illegalmente la frontiera. Ma non ci ero riuscito. Avevo avuto freddo e paura. E avevo preferito tornare indietro.

Una volta arrivato a Dover avevo comprato un biglietto per Higham. Il signore della biglietteria non aveva capito la destinazione fin quando non l’ho scritta su un foglio. Ho chiesto quando sarebbe partito il treno. In un paio di minuti, mi ha risposto il bigliettaio. Sono schizzato verso la stazione. Ho inciampato e sono caduto. I due barattoli di marmellata che avevo con me sono andati in pezzi. Mi sono accorto che non avrei avuto nessuna possibilità di prendere il treno. Così sono tornato indietro e ho chiesto quando sarebbe passato il prossimo. L’uomo mi ha sorriso sarcastico e mi ha detto che i treni erano uno ogni mezz’ora. L’ho maledetto e gli ho sorriso divertito.

Provo ad alzarmi. Ma non ci riesco. Questa volta sono io a essere finito in pezzi. In tanti, tanti pezzi. In inglese c’è una parola migliore: numb. È come se qualcuno mi avesse strappato un pezzo di corpo. Il sole in cielo è ormai grande e rosso.

Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile

Salito sul treno avevo chiesto ai passeggeri dove avrei dovuto cambiare per Higham. Avevo pronunciato il nome del posto così come si scrive. Un’anziana signora aveva intuito quello che volevo dire e mi aveva detto che la pronuncia corretta era Haaaaiaaaam. Pioveva parecchio quando sono arrivato. Si viveva in roulotte. Quando me ne sono accorto ho pensato che essere nato rom non sarebbe stato inutile. Eravamo quasi tutti dell’Europa dell’est e qualche irlandese. Lavoravamo nei campi. La maggioranza erano studenti che cercavano di alzare un po’ di soldi. È stato allora che ho conosciuto Agnieska. A Rochester, su un ponte. Era molto bella. Polacca, bionda, con gli occhi azzurri. Sembrava di un altro mondo. Sono stato con lei al bar. Ho chiesto due birre. Il barista si è piegato in due dal ridere: gli avevo chiesto due orsi. Per me a quei tempi beers e bears suonavano più o meno allo stesso modo. Ha riso anche Agnieska. Ma diversamente. Lei ha riso bene.

Allora ero parecchio povero. Suo padre, invece, era il sindaco di una cittadina polacca di frontiera. Tempo due settimane, ho traslocato nella roulotte dove abitava lei. Eravamo in cinque. Due ragazze russe, Agnieska e una sua amica. Ricordo di essermi molto divertito a pensare che forse gli harem sono nati proprio così. Avevo perso la testa per lei. Era calma. E buona. Dormivamo in un letto molto stretto. La doccia era fuori. Non avevamo quasi nulla. Ma insieme a lei stavo bene. Nei fine settimana andavamo a passeggiare. Facevamo piani per il futuro, per esempio come sarebbe stato emigrare in Nuova Zelanda.

Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente

Una mattina Agnieska si è graffiata con una cassa di fragole. La sera la ferita mostrava già segni di infezione. Il mattino dopo l’ho accompagnata in ospedale. Era una polacca in Inghilterra, e nessuno se ne occupava. La ferita è andata in setticemia e nel giro di quattro giorni Agnieska è morta. Il giorno che è morta ricordo che, durante il lavoro, stavo ascoltando la radio, cercando di migliorare il mio inglese. Si discuteva se fosse giusto condannare a morte un cane. Un cane che aveva ammazzato un gatto.

Ho saputo della morte di Agnieska in serata. Mi sono sdraiato su quel campo cercando di non ricordare nulla. Non volevo alzarmi. Non volevo fare niente.

A trovarmi è stata Valerie, la francese che stava insieme alla sua compagna Nicole in una roulotte accanto alla nostra. Mi avevano cercato tutta la notte. Mi è stata vicina, mi ha abbracciato e ha pianto. Ho cominciato a piangere anch’io, anche se non sapevo come si facesse. Nessuna radio, nessun programma tv ha mai parlato di come era morta Agnieska. Per tutta la settimana seguente si sono occupati solo della condanna a morte di quel cane e della caccia alla volpe.

Sono passati parecchi anni da quella notte che ho sempre provato a dimenticare. Qualche giorno fa, mentre sentivo i discorsi di Nigel Farage e Boris Johnson prima del referendum sulla Brexit, per la prima volta ho deciso di cercare di farla riaffiorare alla memoria.(Valeriu Nicolae)

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LE QUALITA’ ESSENZIALI DI UN BUON INSEGNANTE .

Quella dell’insegnamento non è solo una professione ma una missione, una vocazione. Un buon insegnante è il risultato della combinazione di centinaia di qualità che gli permettono di svolgere il proprio lavoro in modo efficiente. Certo, ogni insegnante è diverso dall’altro ma in generale possiamo affermare che un buon insegnante deve possedere queste 25 qualità essenziali.

Un buon insegnante è responsabile. Un buon maestro insegna innanzitutto dando l’esempio. Non si possono impartire regole che non si è disposti per primi a rispettare.

Un buon insegnante segue la classe. Deve essere in grado di far fronte ad un imprevisto, adattarsi all’andamento della classe se vi è la necessità. Se ad esempio la metà degli alunni non ha compreso un concetto, il buon insegnante deve trovare nuovi esempi per spiegare il concetto e far in modo che i contenuti vengano assimilati da tutti.

Un buon insegnante è premuroso. Si prende cura dei suoi alunni, si accerta che tutti siano in grado di superare le difficoltà e soprattutto che emergano la personalità e i pregi di ogni studente.

Un buon insegnante è sensibile. Se un insegnante sa che un suo alunno ha dei problemi al di fuori dell’ambito scolastico, non può ignorare la situazione ma deve cercare di prendere in considerazione più fattori per la valutazione del rendimento scolastico. Se ad esempio uno studente ha appena avuto un lutto in famiglia, il buon insegnante deve mostrarsi sensibile e attento.

Un buon insegnante deve essere cooperativo. La collaborazione è importante per il bene comune degli studenti e deve essere messa in pratica su più livelli: con gli altri insegnanti, con i genitori, con tutto il personale scolastico.

Un buon insegnante è creativo. Ogni lezione dovrebbe essere unica, dinamica e coinvolgente ma soprattutto adattata al contesto per essere in grado di mantenere sempre vivo l’interesse da parte della classe.

Un buon insegnante è dedito al proprio lavoro. Le ore di insegnamento in classe rappresentano solo una parte del lavoro svolto da un insegnante. Il resto si svolge a casa, nella correzione dei compiti, nella preparazione degli stessi e soprattutto nello studio e nell’aggiornamento continuo per essere sempre preparati.

Un buon insegnante è determinato. Il suo obiettivo principale è quello di trasmettere buoni insegnamenti ai suoi alunni e di assicurarsi che ogni singolo studente riceva l’istruzione di cui ha bisogno.

Un buon insegnante è empatico. Questa è una caratteristica che ognuno di noi dovrebbe provare a sviluppare il più possibile. Superare l’egoismo e mettersi nei panni dell’altro per cercare di capire come si sente, con un solo ed unico obiettivo: provare ad aiutarlo.

Un buon insegnante è coinvolgente. O comunque tutto il contrario di noioso, prevedibile, pesante e apatico. Ogni lezione dovrebbe essere interessante, divertente ed energica. E far venir voglia agli studenti di seguirne subito un’altra.

Un buon insegnante si evolve. Un processo continuo di miglioramento e crescita, anno dopo anno. Un buon maestro deve trovare sempre nuovi modi di migliorare se stesso così come le lezioni che tiene.

Un buon insegnante è coraggioso. Sempre e comunque nel rispetto delle regole e delle direttive che l’istituto scolastico impone, il buon docente deve essere in grado anche di proporre novità e metodi sperimentali ed essere pronto ad accogliere eventuali critiche.

Un buon insegnante è pronto a perdonare. Non serba rancore e dimentica in fretta piccole dispute con alunni e genitori o incomprensioni tra colleghi, preservando così la qualità del proprio insegnamento.

Un buon insegnante è generoso. Si mette a disposizione se c’è bisogno di una mano in attività extra-scolastiche, fa il possibile per aiutare gli alunni, si offre per attività di volontariato nell’ambito della realizzazione di progetti didattici o gite d’istruzione.

Un buon insegnante ha grinta! La determinazione di superare ogni ostacolo e difficoltà per raggiungere gli obiettivi, a costo di sacrifici e notevole impegno.

Un buon insegnante è fonte d’ispirazione. Un modello, un esempio da seguire. Un buon insegnante ama il sapere e trasmette questo patrimonio ai suoi studenti. Un buon insegnante dovrebbe avere sui suoi alunni un tale impatto da accompagnarli per tutta la vita.

Un buon insegnante è gioioso. E arriva in classe ogni giorno di buon umore, motivato ed entusiasta del proprio lavoro.

Un buon insegnante è gentile. Fa e dice cose che stimolano, ispirano ed elevano lo spirito degli alunni e la loro autostima.

Un buon insegnante è organizzato. L’organizzazione è chiaramente una qualità necessaria a tutti gli insegnanti. Un buon insegnante ha anche metodo, raziocinio e ordine.

Un buon insegnante è appassionato. Chi ama il proprio lavoro e i propri studenti è entusiasta ed esuberante e proietta nel futuro le aspettative e i sogni degli alunni.

Un buon insegnante è paziente. Sa aspettare, sa che l’anno scolastico non è una gara di velocità ma una maratona. Non abbandona nessuno dei suoi alunni ma aspetta e tenta sempre nuove strategie affinché le cose funzionino bene.

Un buon insegnante è flessibile. Questo significa adeguarsi ad ogni situazione e diversità ma senza mai “spezzarsi” e rimanendo integri e deontologicamente impeccabili.

Un buon insegnante è pieno di risorse! Un buon insegnante è in grado di tirare fuori qualcosa di buono da ogni studente e di trovare soluzioni e vie alternative ai problemi, organizzando ad esempio una raccolta fondi per finanziare un progetto di classe altrimenti irrealizzabile.

Un buon insegnante è una persona fidata. Ha la capacità di far in modo che tutti credano in lui e nelle sue parole, mantenendo fede alle promesse e dicendo sempre la verità.

Infine, un buon insegnante ,sotto certi aspetti, è anche vulnerabile. Mostra una parte della propria vita privata, delle proprie emozioni come persona e non solo come professore, condividendo anche interessi e attività sportive con gli alunni.

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Democrazia , opinione pubblica e volontà del popolo .

In democrazia il cittadino dovrebbe acquisire conoscenze che gli chiariscano, soprattutto in occasione di elezioni, le alternative politiche in gioco e le conseguenze che ne discendono. E’ altresì scontato che i cittadini vadano a votare in condizioni di equilibrio e di razionalità. Ma nel metodo democratico tre sono gli attori fondamentali : le fonti d’informazione, un potere trasparente e gli elettori. Le fonti d’informazione : è evidente che ormai la fiducia nei media è piuttosto bassa dappertutto, non solo per la reputazione non eccelsa dei giornalisti, ma anche perchè la proprietà dei media è in mano a società o persone con pesanti interessi negli affari o in politica. Oggi anche con l’informazione via web il confine tra informazione, fiction, intrattenimento e pubblicità è sempre più sottile! La fiducia nell’attendibilità, completezza e e indipendenza dei media, già tenue prima della globalizzazione, s’è vaporizzata appena è entrato in gioco il capitale finanziario globale, che ha creato spettacolari concentrazioni mediatiche planetarie. E il potere? Il potere non è affatto trasparente per natura, ma è sempre, sia pure in parte, coperto dal segreto, da retoriche ingannevoli e da vere e proprie menzogne ( vedi il berlusconismo e il renzismo ). La promessa della democrazia reale ossia l’eliminazione del “potere invisibile” non è mai stata mantenuta ! Quanto all’elettore, il cittadino non ha affatto una conoscenza informata degli affari di cui trasferisce la gestione alla politica : si dice…..”l’opinione pubblica” ossia l’insieme dei cittadini che sviluppano idee, concezioni e giudizi a proposito degli affari comuni, sia locali che globali. Ma di che qualità sono le opinioni e le conoscenze dei cittadini? Sono davvero di qualità tale da permettere alla gente di votare cioè di decidere anche del destino degli altri? L’opinione pubblica è un fattore particolarmente delicato nell’epoca attuale. La galassia dei social non solo permette di conoscere all’istante le opinioni, per quanto casuali e avventurose, di un illimitato numero di soggetti, ma soprattutto permette a miriadi di persone di esprimere la propria. Per questo non è affatto inesatta la definizione del nostro secolo come il “secolo dell’opinione pubblica”.

Conseguenza di tutto ciò? La massa è costantemente esposta a suggestioni, prodotte da stereotipi, frasi fatte, enunciazioni di capi e capetti politici e altri fattori. Pertanto l’opinione pubblica valuta in base ad argomenti immaginari, a stereotipi e a imprecisioni. E quando gli argomenti sono complessi intervengono i tecnici ( la tecnocrazia), che agiscono in base a informazioni che il pubblico, in generale, non immagina neanche e può essere chiamato a un rendiconto solo a fatto compiuto (vedi ad es. le varie riforme costituzionali ecc.). Schumpeter non riconosce al popolo alcuna idea del bene comune perchè, in genere,il pensiero del popolo è solo associativo e affettivo. La volontà del popolo è solo un miscuglio indeterminato  di impulsi vaghi, operanti su slogan ricevuti e su impressioni erronee. Come si attiva questo miscuglio? Basta un fatto imprevisto, l’immaginazione che si mette al lavoro,il pregiudizio ideologico o personale (lui mi è antipatico, invece quello mi piace perchè è divertente e sa raccontare le barzellette!), il dispetto o il favore, l’effetto seduttivo o repulsivo che una persona o un gruppo possono ispirare! In queste condizioni i cittadini diventano preda di capi politici, affaristi, pubblicitari capaci di modellare e perfino di creare la volontà popolare! Rousseau diceva “qualunque furbacchione esperto o  oratore insinuante sa portare il popolo dove vuole “.E allora? La volontà del popolo non esiste perchè non è una volontà autentica ma una volontà “fabbricata” ( a manifactured will).I rappresentati del popolo votano generalmente su problemi di cui il popolo non sa e non capisce nulla e spesso operano in modo coperto. L’opinione pubblica deriva quindi generalmente da stereotipi, sentito-dire, chiacchiere da bar, da parrucchiere, da circolo di bocce, pregiudizi e antipatie o simpatie ” a pelle”. L’opinione pubblica, che non si fonda quasi mai sull’elaborazione di informazioni ben fondate, determina persino situazioni paradossali di “eletti ” nelle istituzioni” che per 15- 20 anni scaldano la loro poltrona, percependo la loro indennità, senza mai assumere un’iniziativa politica ma presenziando tutti i convegni e tutte le cermonie, sempre in prima fila!

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